domenica 15 marzo 2009

La "sensibilità"


Lessi tempo fa un libro di Nicola Ghezzani,che di tanto in tanto, ancora sfoglio volentieri.

Il libro si intitola "Volersi male" ed è edito da Franco Angeli.

Ne riporto un piccolo brano:

"Alcuni di noi, più di altri, sono dotati di quel singolare tratto psicologico che è la sensibilità.

Qualità tipicamente umana, da sempre elogiata da psicologi e filosofi, essa dovrebbe costituire la via ottimale per raggiungere il benessere.

Spesso tuttavia non è così: quanto più un individuo è dotato di sensibilità, tanto più può andare incontro ad ansie, dubbi, conflitti ...
......
Il masochismo morale è un comportamento psicologico la cui causa emotiva e, a sua volta, il senso di colpa.

C'è dunque un "sistema" psicologico che tiene uniti questi tre termini:
sensibilità, senso di colpa e masochismo morale.

Questo drammatico complesso di fattori psichici può svilupparsi in differenti direzioni: può dar luogo, in alcuni casi, alle cosiddette dipendenze patologiche (da persone, situazioni o sostanze);
in altri, a patologie del carattere come la nevrosi ossessiva "nevrosi del dovere";

infine, in altri ancora, alla depressione, che è l'esito estremo del bisogno masochistico di punirsi e soffrire.

Molto più spesso di quanto la stessa psichiatria non affermi, queste patologie possono essere compresenti in una stessa personalità, e il passaggio dall'una all'altra può essere accompagnato da manifestazioni d'ansia e da attacchi di panico.

Sembra che l'importanza della sindrome masochistico-depressiva sia tale da investire con certezza almeno il 30% della popolazione."



sabato 14 marzo 2009

Citazione


Dobbiamo abituarci all'idea:
ai più importanti bivi della vita,
non c'è segnaletica.

(Ernest Hemingway)

venerdì 13 marzo 2009

La gazza


Non avevo mai visto una gazza dal vivo, fino a pochi anni fa.

Prima vidi un nido piuttosto grande e un po' strano, avevo pensato che fossero arrivate le cicogne.

Giorni dopo davanti a casa su dei pini marittimi ebbe luogo il mio "primo incontro" con le gazze.
Erano almeno cinque, forse di più, molto belle, anche se leggermente inquietanti.

La gazza è un grande uccello, con una scintillante testa nera, vivacissimo.

Molti considerano la gazza come l'esponente più scaltro della famiglia dei corvi.

La gazza è stata spesso considerata foriera di buona fortuna o di malaugurio, a seconda di quante volte viene avvistata e in che numero. Una delle ragioni di tali giudizi contrastanti viene dall'antica leggenda secondo cui essa fu l'unico uccello che rifiutò di entrare nell'arca di Noè, preferendo restare appollaiata sul tetto.

Da questa storia e dal modo in cui la gazza costruisce il nido, ha origine la superstizione secondo cui se si posa sul tetto di una casa, quest'ultima non crollerà mai.

Le gazze costruiscono con fango e ramoscelli il proprio nido, in genere grande e ancorato alla biforcazione di un albero o ad un cespuglio spinoso. il che garantisce stabilità.
I nidi sono molto disordinati.
Gli scozzesi hanno una filastrocca sibillina riguardante il numero di gazze che si possono incontrare, camminando all'aperto.

Uno dolore, due allegria, Tre un matrimonio e quattro un bambino, Cinque un battesimo e sei povertà, Sette è il cielo e otto l'inferno,

Nella tradizione popolare americana esiste un collegamento simile: una sola gazza è sfortuna e può indicare ira;
due, baldoria e matrimonio.
Tre gazze indicano la riuscita di un viaggio:
quattro portano buone notizie e cinque compagnia o feste.

Questo uccello è associato alla stregoneria: un tempo si riteneva che le gazze fossero i familiari delle streghe e dei maghi, spiriti in forma di animali.

In parte questa credenza deriva dalla loro intelligenza e dalla loro attenta osservazione delle attività umane.

La Chiesa e gli animali




La Chiesa e gli animali è un libro scritto da Marco Fanciotti
Come indicato chiaramente dal titolo, il libro si occupa della considerazione che la Chiesa cattolica romana ha avuto nei secoli nei confronti degli animali.

Una parte dell'opinione pubblica ritiene ormai che la visione antropocentrica, che colloca la specie umana al centro del mondo, e le filosofie dualistiche, che contrappongono la materia allo spirito, il corpo all'anima, il raziocinio alla "brutalità", debbono essere superate.

Questo libro reca un contributo importante in tal senso, sotto un duplice profilo.

Da un lato, ricostruisce il percorso di una delle tradizioni di pensiero che maggiormente hanno favorito una visione antropocentrica, quella giudaico-cristiana per come si esprime nel magistero della Chiesa cattolica romana.

Dall'altro lato, mostra come questo percorso, per altro non univoco e anzi talvolta contraddittorio, rappresenti un'occasione perduta per contribuire alla costruzione di una visione del mondo nella quale gli animali abbiano il posto che loro spetta.In particolare l'autore sceglie di trattare in maniera approfondita due argomenti cruciali, sia all'interno nell'attuale dibattito filosofico-morale, sia del mondo animalista: il vegetarismo e la manipolazione genetica degli animali.

In entrambi i casi ci si aspetterebbe dalla Chiesa un atteggiamento opposto rispetto a quello ufficiale.
Tutti gli animali sono creature di Dio e quindi ci si dovrebbe aspettare che il dettame della Chiesa sia quello di non ucciderli per cibarsi.

Al contrario, seguendo un'interpretazione letterale dei termini soggiogare e dominare, tipici dall'Antico Testamento, non esiste nessun precetto e nemmeno consiglio che il "buon cristiano" debba essere vegetariano.

Allo stesso modo ci si aspetterebbe che mischiare geni e parti dei corpi di specie diverse, come accade ad esempio nel caso i trapianti dove l'organo donato appartiene ad una specie differente rispetto all'organismo ricevente, debba essere una pratica vietata per la Chiesa cattolica.

Al contrario, anche in questo caso il potenziale vantaggio per la nostra specie, per altro tutto da dimostrare, porta ad autorizzare tali pratiche.

Marco Fanciotti ha saputo indagare questi temi cruciali nel dibattito morale, ricostruendo con grande acutezza la dottrina della Chiesa cattolica romana e acquistando così un credito non piccolo nei riguardi del movimento animalista.

Un'approfondita trattazione dell'Antico e del Nuovo Testamento, delle varie elaborazioni teologiche, del Catechismo e delle encicliche papali, fanno di "La Chiesa e gli Animali" un testo da regalare anche a chi non è animalista, ma ha voglia di approfondire l'argomento con spirito sgombro da pregiudizi.

giovedì 12 marzo 2009

Marzo


Di nuovo per noi rinverdiscono
e frusciano i salici,
un allegro venticello ci accarezza,
nel campo ancora nascoste sono le spighe;
ancora non si scorgono rondini e allodole:
forse nessuno di loro sa
che già così bella è la stagione.

Josip Murn

mercoledì 11 marzo 2009

Bauschan: ritratto di una amicizia


"Quando la bella stagione fa onore al proprio nome e il cinguettar degli uccelli è riuscito a svegliarmi di buon'ora, perché il giorno precedente l'avevo terminato a tempo debito, mi piace, prima di colazione, camminar senza cappello per mezz'oretta all'aperto, nel viale davanti alla casa, oppure negli ampi prati, per respirare qualche boccata della fresca aria mattutina avanti d'immergermi nel lavoro e per partecipare un po' alle gioie del limpido mattino.

Poi, sui gradini, che portano all'uscio di casa, lancio un fischio modulato su due note, tonica e quarta inferiore, simile alla melodia iniziale del secondo movimento della sinfonia incompiuta di Schubert, un segnale che si può considerare pressapoco come la musica a un nome di due sillabe.

Un istante dopo, mentre continuo a camminare verso la porta del giardino, si ode lontano, in principio appena percettibile, nondimeno sempre più vicino e più chiaro, un leggero scampanellio, come quello che può risultare dallo sbattere di una medaglietta contro le borchie metalliche di un collare; e, quando mi volto, vedo Bauschan in piena corsa svoltare all'angolo posteriore della casa e precipitarsi su di me quasi intendesse buttarmi a terra. Per la fatica, ritira un po' il labbro inferiore così da scoprire due o tre incisivi, che luccicano d'un bianco splendido al sole mattutino."

Proseguo a salti con piccoli brani tratti dal breve romanzo di Thomas Mann
Padrone e cane - la storia autobiografica dell'amicizia tra il cane Bauschan e il suo padrone.

"Il colore di Bauschan è bellissimo. Il manto, di fondo ruggine è tigrato di nero. Perché vi è mischiato anche molto bianco che predomina decisamente sul petto, sulle zampe e sul ventre. mentre tutto il naso schiacciato pare immerso nel nero ........

Del resto può darsi che pure lo sforzo cromatico un po' arbitrario del suo manto sia ritenuto inammissibile da chi consideri le leggi della specie davanti ai valori della personalità ... "


Io passeggio un pochino per quelle stradette, mentre Bauschan, con il corpo in diagonale centrifuga, inebriato dalla felicità di trovarsi in pianura riempie i prati di galoppate vertiginose in lungo e in largo, e magari, abbaiando di indignazione mista a piacere, insegue un uccellino che, stregato dalla paura o dispettoso, gli svolazza sempre vicinissimo al muso.

Dato però che io mi siedo su una panchina, anche lui viene sul posto accoccolandosi ai miei piedi. Perché è una legge della sua vita correre soltanto quando io stesso mi trovo in movimento e osservare invece il riposo non appena io mi sia seduto. La cosa non ha alcuna necessità plausibile, ma Bauschan vi si attiene scrupolosamente.
E' strano, familiare e buffo sentirlo seduto ai miei piedi, che lui penetra con il calore febbrile del suo corpo: in sua compagnia e guardandolo, sono quasi ininterrottamente preso da sollievo e simpatia....."

Konrad Lorenz scrisse di questo racconto di Mann che era la più bella descrizione dell'anima canina.

Felici come un'allodola


Essere felici come un'allodola o matti come una lepre marzolina non sono dei detti stupidi, perché gli animali provano emozioni esattamente come noi.


Se non bastasse l'evidenza della vita quotidiana accanto a cani e gatti, la "conferma scientifica" viene anche dal prof. Mark Bekoff, un etologo dell'Università del Colorado.

Bekoff afferma che gli animali sono degli esseri emotivi ed empatici, che possono provare gioia, felicità, tristezza, paura, dolore, risentimento e gelosia.

"Gli scienziati sono oggi convinti che il comportamento degli animali sia influenzato dalle loro emozioni, non sia solo "istinto", dichiara il prof. Bekoff."

Proprio come noi alcuni animali si svegliano la mattina depressi, mentre altri si svegliano pieni di energia.

"Stiamo imparando che gli animali e gli umani hanno in comune delle strutture cerebrali che sono alla base delle emozioni. Ci sono prove davvero convincenti che gli animali elaborino le proprie emozioni, e che queste influenzino il loro comportamento" asserisce Bekoff.

E continua: "Le emozioni degli animali non sono poi così misteriose. Basta guardarli, ascoltarli e vedere cosa accade quando interagiscono con amici e nemici - guardare la loro faccia, la loro coda, il loro corpo e i loro occhi. Quello che vediamo da fuori, ci dice molto su quello che accade dentro gli animali, nella loro testa e nel loro cuore. Più osserviamo e più troviamo emozioni, emozioni molto complesse".

Il prof. Bekoff racconta che le ricerche dimostrano che gli elefanti sono in grado di essere addolorati, i topi possono provare empatia, i ratti eccitazione nel giocare con un amico, gli squali possono provare rabbia, e i koala simpatia o antipatia.

Gli animali hanno anche la loro personalità. Le madri dei coccodrilli sono molto attente ai loro piccoli, i calamari possono essere timidi, i pesci possono avere delle personalità ben marcate e i coyote a volte sono depressi.

Le ricerche del prof. Bekoff si basano sulla osservazione degli animali in natura. Ha studiato soprattutto i lupi e i coyote, ma anche i cani, i ratti, i tipo, i pesci e i volatili, ed è interessato anche ai delfini e alle balene
"Non possiamo vederli, sono diversi da noi, ma le balene ed i delfini sono esseri estremamente emotivi", ha dichiarato.

E conclude dicendo: "Il nostro modo di interagire con gli animali ha un enorme impatto. Molti parlano della impronta ecologica, ma dovremmo dedicare più tempo e ricerche all'impronta empatica - a come rendere il mondo un posto migliore per gli umani e per gli animali."

Da LEAL Sezione di Sondrio

La foto è della mia indimenticabile cagnolina Kitty.

martedì 10 marzo 2009

La magia della vita


In un campo ho veduto una ghianda:
sembrava così morta, inutile.
E in primavera
ho visto quella ghianda
mettere radici e innalzarsi, giovane
quercia verso il sole.
Un miracolo potresti dire:
eppure questo miracolo si produce
mille migliaia di volte
nel sonno di ogni autunno
e nella passione di ogni primavera.
Perché non dovrebbe prodursi
nel cuore dell'uomo?
(K. Gibran)

lunedì 9 marzo 2009

Frances H. Burnett e Il Giardino segreto


Nella sua casa di Maytham aveva "un giardino delle rose" che era il suo rifugio nei momenti tristi e il luogo dove amava scrivere e ... parlare con i pettirossi.

"E fu proprio qui, nel giardino delle rose, che ebbe le prime idee per Il Giardino segreto, poiché fece amicizia con un pettirosso che sarebbe venuto a mangiare nella sua mano."
"In quel momento io aprii la piccola porta nel muro che nascondeva il giardino dimenticato"

Ma quale è la festa a cui allude la Burnett?

La descrizione fa pensare alla iniziazione delle fanciulle, ancora in voga ai suoi tempi: la presentazione in società.
Evento atteso come la realizzazione di un sogno, lo schiudersi di una nuova vita; sogno spesso infranto dalla consapevolezza di avere invece perduto la cosa più preziosa: l'infanzia.

Ma c'è anche un riferimento a tutte quelle feste a cui ci si prepara con eccitazione e che si rivelano solo una grottesca messa in scena di stati d'animo euforici ed esaltanti, solitamente mai realmente 'vissuti', ma solo 'recitati'.

"Frances aspettava estasiata queste feste. Non vedeva l'ora di andare all festa. Ma poi, quando vi giungeva, anche mentre danzava avvolta dalla musica e dalle risate, essa non poteva credere che questa fosse la gioia che si era prefigurata."

La festa che Mary con i suoi amici organizzano alla fine nel giardino segreto non è illusoria, le loro emozioni sono tali da trasformarli, ma questo succede nel libro.

Il secolo della Burnett è quello in cui streghe e indemoniate "diventano" isteriche e vengono curate come malate.

Il passaggio fra i due secoli vede Freud rivoluzionare le teorie sulla sessualità e sulla funzione dell'inconscio; vede Jung interessarsi di magia e di alchimia nel tentativo di inglobarle in una nuova scienza e Rudolf Steiner rompere il cerchio chiuso della dottrina teosofica, rivolta agli iniziati, per creare una nuova"antroposofia".

La Burnett viaggiava molto e Vienna fu una delle mete per lei più affascinanti,

Tracce di queste nuove idee, che ebbero appunto in questa città e dintorni, il centro del loro sviluppo - riaffiorano ne Il Giardino segreto.

Il tempo della Burnett è quello della definitiva affermazione della classe borghese, fra '800 e primo Novecento: una classe sociale dalla struttura complessa, dove si afferma una nuova opulenza accanto ad una miseria accettata con dignità, dove l'ostentazione di una immagine di radiosa armonia è, a volte, un atteggiamento che nasconde interiori dissidi.

Da un lato infatti si impone un puritanesimo familiare, dove il sesso è lecito solo fra le mura domestiche, dall'altro si assiste al dilagare della pornografia, della prostituzione e del commercio delle perversioni.

La Burnett è cresciuta in un contesto storico-sociale in cui, per essere riconosciuti e accettati, occorreva sfoggiare una serenità vittoriana priva di traumi, per cui era meglio tacere di morti violente, fossero esse dovute a parto o a cadute di vario genere, tenendo conto del valore simbolico del termine "caduta" riferito alla donna.

La Burnett ha con coraggio detto apertamente molte cose contro il suo tempo e contro l'educazione vittoriana: il nodo fondamentale lo ha lasciato alla nostra capacità di decifrare fra le righe e a quella intuitiva dei bambini di cogliere verità celate dal simbolismo fiabesco.

domenica 8 marzo 2009

Giardini, rose, pettirossi: una biografia



"Anticamente la rosa apparteneva al culto della dea Venere e del suo fanciullo divino, Eros.


Anche nei misteri dionisiaci (Dioniso è l'immagine del giovinetto che muore precocemente) le rose avevano un ruolo, così come lo avevano nei culti di Iside.


Nel Cristianesimo il simbolo della rosa si scisse in due aspetti: divenne il simbolo della Vergine madre e dell'amore celeste da una parte, dall'altra il simbolo del piacere terreno, aspetto proprio di Venere."

"E' questa la festa? E' veramente questa la festa? ... Tutti danzano, tutti ascoltano la musica, tutti indossano qualche volta la sciarpa e la collana e osservano turbinare gli altri abiti bianchi, ma c'è mai stato qualcuno che sia andato veramente alla festa?"

Ann Thwaite, biografa di Frances Hodgson Burnett, in "Waiting for the Party (Aspettando la festa), cerca di ricostruire - citando spesso le parole stesse della scrittrice - non solo i fatti della vita, ma anche le emozioni e i motivi dominanti che hanno determinato il corso della sua esistenza.

Si scopre così che giardini, rose, pettirossi, furono per la Burnett parti integranti delle sue esperienze emotive.

Ella amò i fiori fin da quando era bambina e ci fu un momento in cui imparò a coltivarli, traendone grande piacere.

Racconta Ann Thwaite che nell'autobiografia della sua infanzia, la Burnett parla di " quel giardino incantato che al di fuori di tutto e di tutti, è rimasto per tutta la vita, il giardino dell'Eden"

Molti furono i giardini che contribuirono a formare la struttura del romanzo: uno, in particolare, era un giardino abbandonato dietro "una piccola porta verde in un alto muro ...
Era stato un giardino una volta, ed era circondato da alte mura di mattoni, e la piccola porta chiusa da tanto tempo, e una volta era pieno di fiori e di alberi".

Un fiore, un simbolo?

Da più di un anno, sto chiedendo a mio marito che, stranamente :) obbedisce, di non portarmi più fiori per la varie ricorrenze.

No rosa o orchidea per San Valentino, no mimosa per la festa delle donne.

Unica eccezione, il vischio per Capodanno - anche se non credo si possa definire fiore.


Su come è nata la festa delle donne lo sappiamo tutti, su una tragedia.

Quindi il termine "festa" in questo senso è decisamente improprio.
Potrebbe essere chiamata "ricorrenza" o "commemorazione" e l'8 marzo andrebbe ricordato così, rispettosamente in silenzio.

Su quel sacrificio è nata da anni e anni una festa, subito accaparrata dal consumismo, come sempre.

Ma le donne di oggi che ruolo hanno nella società? A me sembrano tanti, i ruoli e diversificati.
Quello che vedo è che le donne non sanno più essere unite. Forse non possono proprio.

Anche solo per fare uno straccio di carriera sul lavoro (per chi ce l'ha) una donna non può appoggiarsi ad altre sue colleghe donna, perché ... molto spesso i pettegolezzi la fanno amica del capo - oppure si sente dire "Che vuole quella, che ha lo stipendio più alto del mio e viene in ufficio in tailleur e scarpe con il tacco?"

Le amiche sono qualcosa di stravagante, vanno e vengono, un giorno ci sono, quello dopo no. Perché?
Probabilmente gli obiettivi sono cambiati nel corso della loro amicizia, forse, senza saperlo si è fatto uno sgarbo ..... forse si ha bisogno qualche volta di star sole, ma non viene recepito se non come qualcosa di diverso e di offensivo.

Noi donne non sappiamo più cosa vogliamo da noi stesse come gruppo. Ed è questa una delle nostre sconfitte.

Se l'8 marzo può rappresentare qualcosa, è la solidarietà tra di noi.

E' questo che ho già augurato ed è questo che auguro ancora.

E spero che i miei auguri arrivino anche a tutte le donne che si voltano dall'altra parte, come se si trattasse di una offesa.

Nonostante tutto, è quasi primavera.

sabato 7 marzo 2009

otto marzo



Auguri a tutte noi!

Oh, senno ...

Non parlo, no, per smentire ciò che Bruto disse, ma qui io sono per dire ciò che io so.

O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la loro ragione.


(William Shakespeare)

venerdì 6 marzo 2009

Dal "Mestiere di vivere"

L'epoca è pressapoco la stessa dei post precedenti, ma il luogo non è più l'America.

Dal diario di Cesare Pavese:

" 28 novembre 1949

Succede di notte, quando comincio ad assopirmi. Ogni rumore - scricchiolio di legno, frastuono in strada, grido lontano ed improvviso - mi risucchia come un gorgo, un repentino e ondeggiante gorgo, in cui mi crolla il cervello e crolla il mondo.
Nell'attimo attendo il terremoto, il finimondo.
E' un residuo di guerra, delle bombe aeree?
E' una raggiunta consapevolezza della possibile fine universale?

Esaurimento - è una parola ma cosa significa? E' piacevole, un sussulto leggero come d'ubriachezza, e mi riprendo a denti stretti. Ma se un giorno non ce la faccio a riprendermi?"

"1° dicembre 1949

Passeggiando sul lungo Po, davanti ai Monti dei Cappuccini. Imbrunire nebbioso, le ville scompaiono, restano i dorsi scuri, irsuti dei colli, selvaggi, sfumati. A che serve questa bellezza - che cosa significa almeno?

Tornano in mente i pensieri sul selvaggio superstizioso, sulla irrealtà del selvaggio, sul paesaggio magico - se ne conclude che esso influisca su di noi in modo in razionali, non misurabili, non prevedibili.

A che monta questo senso struggente del selvaggio, questa bellezza sobria e rude, questa commozione, se essa influisce su noi appunto soltanto come bellezza, come impressione?

Non è tutto ciò un raffinamento civile? Il selvaggio per essere deve influire vitalmente anche sull'analfabeta, sul villano, sull'uomo economico, deve essere potenza non bellezza"

"6 dicembre 1949

Il pensiero del 1° dicembre chiarisce come sono nati i fascismi. La cultura irrazionalistica dell'Ottocento dovette uscire dalla contemplazione e diventare potenza, economia. Smettere di servire al colto, e influire anche sull'analfabeta.

Origine della nostra barbarie"

"22 marzo 1950

Nulla. Non scrive nulla. Potrebbe essere morta.
Devo avvezzarmi a vivere come se questo fosse normale.

Quante cose non le ho detto. In fondo il terrore di perderla ora, non è l'ansia "del possesso", ma la paura di non poterle più dire queste cose. Quali siano queste cose ora non so. Ma verrebbero come un torrente quando fossi con lei. E' uno stato di creazione. Oh dio, fammela ritrovare."

"23 marzo 1950

L'amore è veramente la grande affermazione. Si vuole essere, si vuole contare, si vuole - se morire si deve - morire con valore, con clamore, restare insomma. ...

"25 marzo 1950

Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla."

Da "Il mestiere di vivere" - Cesare Pavese - Einaudi Editore

Il diario si conclude il 18 agosto 1950.

giovedì 5 marzo 2009

Luglio 1950


L'estate prima di entrare allo Smith College, Sylvia Plath lavorò in un'azienda agricola del Massachusetts, Lookout Farm.

Questo brano è preso dai "Diari" di Sylvia Plath - Adelphi Edizioni


"Luglio 1950. Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna.

Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Quando uno è così stanco, alla fine della giornata ha bisogno di dormire e il mattino dopo, all'alba lo aspettano altre fragole da piantare e così si va avanti a vivere, vicino alla terra. In momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più ..."


Nell'autunno del 1962, subito dopo il fallimento del suo matrimonio, la Plath portò a termine la sua opera più importante, Le poesie di Ariel, scritte in un flusso di energia incandescente, trenta in un mese; la prima versione uscì di getto, ma lei lavorò meticolosamente su ognuna in un secondo tempo.

Nessuno aveva visto queste poesie, ma la Plath sapeva - con assoluta certezza - di aver compiuto un salto di qualità.

Il 16 settembre 1962, nel pieno di quel mese straordinario, scriveva alla madre:

"Sono una scrittrice geniale, me lo sento. Sto scrivendo le poesie più belle di tutta la mia vita; mi renderanno famosa ..."

L'11 febbraio 1963, a trent'anni, la Plath si tolse la vita.

America anni Cinquanta: Jack Kerouack



Su Azeta libri trovo un breve sunto sulla strada di Jack Kerouack

"Romanzo dell'amicizia e delle difficoltà dell'amore, della ricerca di sé, del desiderio di appartenenza e della impossibilità a rinunciare al desiderio e al bisogno di rivolta.
Romanzo che sembra dare corpo ancora una volta a tutti i grandi miti dell'America.

... Ma è anche un romanzo della coscienza dell'oscurità, del silenzio


Questo bisogno di ribellione nell'America anni '50 si trova, oltre che in Kerouack, in Allen Ginsberg William Burrougs ... e in un film "Gioventù bruciata" con l'indimenticabile James Dean .


Un film che è un pugno in faccia alla ideologia maccartista e perbenista americana, rivelandoci la crisi dei valori della famiglia e i vizi degli adolescenti.

mercoledì 4 marzo 2009

GLI ANNI CINQUANTA: America e maccartismo



Gli anni Cinquanta portarono a maturazione tutto quello che nel decennio precedente era stato seminato:
il maccartismo, la televisione, la Guerra Fredda.

Nel 1950 le sale cinematografiche videro calare il pubblico del 20%.

Come del resto la società del periodo, anche il cinema si presenta in termini schizofrenici, contraddittori.

Un tema classico del cinema americano è quello della famiglia: da un lato abbiamo deliziose pellicole piene di brio descrittivo che celebrano l'istituzione in termini di elegante e divertente leggerezza, come per esempio "Il padre della sposa" di Vincente Minelli, ma dall'altra questi sono gli anni dei "ribelli senza causa", dei James Dean, e dei Marlon Brando.

Dei due fu il primo in particolare a incarnare la ribellione alla famiglia in pellicole come "Gioventù bruciata" di Nicholas Ray e "La valle dell'Eden" di Elia Kazan.

Diverso il caso di Marlon Brando, la cui inquietudine sembrava incarnare una protesta generazionale che già stava prendendo strade meno dirompenti - ma pur sempre i grande effetto - con l'esplosione del rock & roll.


Fu comunque questo il periodo di quel fenomeno di isteria collettiva patrocinato dal senatore McCarthy che va sotto il nome di "caccia alle streghe".

E il cinema, mezzo di massa per eccellenza, venne sottoposto ad un setaccio ideologico radicale con le famigerate "liste nere" dei cineasti che si supponevano compromessi con la sinistra.


Allontanati uomini di grande rigore morale, la comunità rispose con l'attività di prestanomi che firmarono il lavoro di colleghi ingiustamente licenziati per permettere loro di guadagnarsi da vivere.

Vennero organizzate marce in difesa dei "dieci" di Holliwood e della libertà di pensiero, alcuni (Kazan, Dmytryk) testimoniarono contro i colleghi per semplice paura di perdere il posto.

E l'America si rese conto di essere molto diversa da quel che pensava.


Questo post è una trascrizione delle pagine 101 e 102 del libro "Introduzione al cinema di Hollywood" ed. Mondadori - scritto da Franco La Polla, uno dei principali studiosi italiani del cinema hollywoodiano, professore al Dams di Bologna, mancato il 27 febbraio scorso.


Cinema americano anni '50


Nella vasta e articolata produzione hollywoodiana che sta tra la fine della seconda guerra mondiale e il 1960, emerge un un nuovo impegno politico in senso lato, comune a registri e sceneggiatori, che iniziano ad affrontare esplicitamente con la loro opera temi quali la giustizia, l'antisemitismo, il razzismo, riflettendo le inquietudini sociali e ideologiche che attraversano la società americana di quegli anni.

Si tratta di un tentativo di rinnovamento ideologico e narrativo del cinema hollywoodiano dal suo interno, riflettendo la crisi di una società, ma anche la fine di quell'orizzonte produttivo cinematografico americano che poteva essere definito come "fabbrica dei sogni".


Di origine turca, Elia Kazan, giunge al cinema dopo una significativa attività teatrale con il Group Theatre, che risulterà determinante anche per la concezione drammaturgica alla base del suo cinema, sia nel trattamento della scena, sia nella direzione degli attori.

Le prime opere cinematografiche, tra cui "Un albero cresce a Brooklin" del 1945 e "Pinky, la negra bianca" del 1949 riflettono la necessità di affrontare tematiche sociali.

Kazan comincia una specie di autobiografia indiretta, in cui emorgono eroi negativi, fortemente critici nel loro tentativo di confrontarsi con le strutture sociali.

Coinvolto nella "caccia alle streghe" a Hollywood nel 1952, Kazan fu tra coloro che scelsero la delazione.

Le proprie contraddizioni, il disagio morale ed intellettuale che ne derivavano e che permeavano in generale la società, si riflettono del resto fortemente nelle sue opere degli anni Cinquanta, in una analisi approfondita e complessa della crisi americana.

  • Un tram che si chiama desiderio da Teneessee Williams:
  • Fronte del porto, dramma giovanile sullo sfondo di lotte sindacali;
  • La valle dell'Eden - da Steinbeck - dramma generazionale nella provincia americana sullo sfondo della prima guerra mondiale;
  • Splendore dell'erba.

Al mondo del cinema è dedicato Gli ultimi fuochi (1976) sceneggiato da Harold Pinter, dall'omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, in cui, attraverso la denuncia della brutalità della macchina hollywoodiana, si afferma l'impossibilità di essere se stessi.

martedì 3 marzo 2009

Eizenstein scrive su Walt Disney

Eizenstein nacque a Riga in Russia nel 1898. E' stato un grande registra cinematografico e uno dei grandi teorici del film.

A 26 anni girò La corazzata Potemkin, la storia di un ammutinamento avvenuto nel 1905 su una nave da guerra.
Quest'opera esercitò una grande influenza sul realismo cinematografico ed è considerata fra i più bei film della storia del cinema.

La fama di Eizenstein crebbe con Ottobre, girato nel 1927-28 e La linea generale

Andò a Hollywood, ma lì i suoi lavori furono respinti.

Conobbe Walt Disney.
Le parole che seguono qui, sono prese da un libro, pubblicato da SE nel 2004 scritto da Eizenstein con il titolo "Walt Disney"

Comincia così:

"Alma-Ata, 16/11/1941

L'opera di questo maestro è un apporto immenso degli americani alla cultura del mondo.


Giovane, con un paio di baffetti. Molto elegante. Direi una eleganza da damerino. Una somiglianza irresistibile con il suo eroe. In Topolino si ritrova la stessa raffinatezza, l'eleganza, una certa libertà del gesto. Non c'è da stupirsi!

Sembra sia il metodo a richiederlo. Lo stesso Disney recita "la parte", "il ruolo" di Topolino per questo o quel film.

Intorno a lui una decina o forse più, di disegnatori colgono al volo gli sketc comici del loro capo, mentre posa e recita.

E così questi disegni preparatori, infinitamente vivi, pieni di vitalità e in grado di comunicare attraverso l'enfatizzazione del tratto per il solo fatto di essere stati copiati da un uomo in carne ed ossa ... eccoli pronti per un film d'animazione.


Anche il cane Pluto, compagno turbolento del raffinato Topolino, non a caso è così pieno di vitalità: suo modello è un cugino di Walt, da cui si distingue per un modo di fare piuttosto maldestro, rozzo e goffo.

..... Il modesto studio di Disney, talmente lontano, in quegli anni, dal centro città hollywoodiano, dalla sua animazione e dalle sue complicazioni!

La modestia della sistemazione stupisce, se confrontata alla portata colossale della produzione: cinquantadue Topolino Silly Symphonies (tra le quali bisogna includere la Danza Macabra, di inimitabile comicità, con gli scheletri che suonano lo xilofono sulle proprie costole!) ...

Meraviglia anche che la sonorizzazione si effettui a New York, dove vengono spedite le partiture precisissime di musiche definite con esattezza in rapporto ai filmati dei disegni.

.... Sembra che quest'uomo non conosca solo la magia di ogni mezzo tecnico, ma sappia agire anche sulle corde più segrete dei pensieri, delle immagini mentali e dei sentimenti umani.

Egli crea in una zona dell'intimo più profondo e primitivo.

Là dove tutti siamo figli della natura. Crea a livello di rappresentazione dell'uomo non ancora incatenato dalla logica, dalla ragione, dalla esperienza.

E' così che le farfalle creano il loro volo, che i fiori crescono, che i ruscelli si stupiscono essi stessi del loro corso ..."


(Sergej Michallovic Eizenstein - Walt Disney - Edizioni SE)

lunedì 2 marzo 2009

Le origini della maschera



L'essere umano non avrà tardato molto a mascherarsi.

Nei paesi più freddi era necessario difendersi con le pelli dal gelo, ma anche la festa, cioè il proposito di stupire e spaventare, probabilmente, spingevano l'uomo a travestirsi.

Poi c'era la paura degli esseri soprannaturali e maligni, il desiderio di esorcizzare le loro forze ignote e temute, mascherandosi da demone.

Nasceva un rituale e la "maschera" vi occupava un posto importante. Il travestimento comprendeva tutto il corpo, ma soprattutto si aveva cura di renderlo orrido, grottesco, o buffo il volto.

Mascherarsi diventò, con l'andare del tempo, una pratica anche raffinata.

Nelle feste carnevalesche, dove il rito propiziatorio e il gusto di travestirsi, si combinano, la maschera trovò la sua naturale collocazione, che si estese anche al teatro - e, più precisamente alla commedia dell'arte.

Qui, la stessa parola - maschera - venne ad acquistare un altro senso: quello di tipo fisso, che ritorna uguale a se stesso in rappresentazioni diverse, impersonato anche, ma non sempre, dallo stesso attore, con abiti, gesticolazione e, soprattutto fondamentale, la psicologia - sempre uguali.

La commedia dell'arte è commedia di maschere, recitata all'improvviso o a soggetto o a braccio.

Nei paesi stranieri, dove subito (nel XVI secolo) venne esportata venne chiamata più semplicemente italiana e italiani furono gli Arlecchini, i Brighella, i Pantalone, i Pulcinella.

Come c'è stata una "via delle spezie" o una "via della seta", non si può escludere che vi sia stata anche una "via delle maschere".

La foglia che copriva il volto, il colore riportato e la macchia, l'annerimento - come si rileva nei riti tribali africani e polinesiani; poi la corteccia e la fibra in cui si può disegnare, finchè non arrivano il cuoio e il legno - in uso prima in Oriente, poi nel teatro greco-romano, fino alla danza mascherata coreana del Pong-san, corrispondono alla maschera di cuoio e al vestito a pezze di Arlecchino, alla deformazione di Pulcinella, alla parlantina ed alle polemiche giocose o semiserie di Brighella, del Dottore e di Pantalone.

E' un viaggio quindi ammissibile, quello della maschera dall'Oriente alla nostra penisola.

Ma il mio canto d'amore

Era la mia città
la città vuota all'alba, piena di un mio desiderio.

Ma il mio canto d'amore,
il mio più vero,
era per gli altri una canzone ignota.

(Sandro Penna)

domenica 1 marzo 2009

Marzo


Oggi, prima giornata di marzo. E' domenica e qui c'è anche un po' di nebbia.

Come per l'anno romano, anche per il calendario ecclesiastico inglese - in uso fino al 1752 - questo era il primo mese e l'anno legale cominciava il 25 marzo.

La Scozia ha cambiato il primo mese da Marzo a Gennaio nel 1599.

I Romani chiamavano Martius questo mese dal dio Marte e gli Anglosassoni gli diedero il nome di "Hlyd Monath", cioè "mese dei temporali".

Una caratteristica di questo mese è la mutevolezza il cui simbolo è il vento: un vento che ha ancora dell'inverno ed è già primavera.

Marzo pazzerello
guarda il sole e prendi l'ombrello.

Al primo tuon di marzo
son fuori tutte le serpi.

La nebbia di marzo non fa male,
ma quella di aprile toglie vino e pane.

sabato 28 febbraio 2009

Un padre

C'è un brano nel Giardino dei Finzi Contini, dove il protagonista, sconvolto dal dolore per l'amore non ricambiato da Micol, nonché sconfitto dal mondo, torna a casa e incontra il padre (nel film che fu realizzato da Vittorio De Sica - il padre è impersonato dal grandissimo attore che fu Romolo Valli), dicevo - c'è un brano che a mio avviso è toccante, il padre che parla al figlio-protagonista:


Ti passerà - continuava - ti passerà: e molto più presto di quanto tu non creda. Certo, mi dispiace, immagino quello che senti in questo momento.

Però un pochino anche ti invidio. Nella vita, se uno vuol capire, capire veramente come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta.


E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sè per tirarsi su e risuscitare ...


Capire da vecchi è brutto, molto più brutto.
Non c'è tempo per ricominciare da zero.

Il giardino dei Finzi Contini

Pubblicato nel 1962, Il Giardino dei Finzi Contini fa parte di quel grande organismo romanzesco cui Giorgio Bassani lavorò nel corso di quarant'anni.

Il romanzo di Ferrara che comprende:
Dentro le mura, Il Giardino dei Finzi Contini, Dietro la porta, L'Airone, L'Odore del fieno, Gli Occhiali d'oro ... Romanzi autonomi, ma legati intimamente fra loro da una visione poetica comune e da una ambientazione che diventa anche simbolo di un modo di guardare la storia.


Ferrara, con le sue strade larghe e silenziose, i vecchi ghetti, la malinconia sottile e piacevole di un’esistenza sospesa in un’eterna provincia, tra i fasti universitari di Bologna e i poetici languori di Venezia; le nebbie lattiginose, da cui affiorano a tratti sagome scure, fantasmi che solo all’ultimo momento rivelano la loro vera identità di case, alberi, muri.

L’io narrante de Il giardino dei Finzi Contini vive immerso in questa atmosfera, e di questa atmosfera vuole restituire il sapore, in un romanzo che nasce e si sviluppa sul lento, assiduo movimento del ricordo.

Il prologo esordisce con l’immagine della necropoli etrusca di Cerveteri, meta di una scampagnata del protagonista insieme ad alcuni amici, una domenica d’aprile del 1957.

La particolarità del luogo suscita nella compagnia una riflessione sulla morte e il ricordo di chi ci ha lasciato, sempre più labile con il passare degli anni, fino a dissolversi del tutto.

" Le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle più nuove?" chiede Giannina, la più piccola del gruppo, ed è come se da questa domanda scaturisse il flusso narrativo che dà vita all’intero romanzo, recuperando un tempo passato, ma solo per accorgersi che mai, neppure quando era presente, lo si è posseduto veramente.

" riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza, e a Ferrara, e al cimitero ebraico posto in fondo a via ".

Non è un caso che sia proprio un cimitero ad aprire la lunga rassegna di ricordi dell’io narrante; le immagini di morte sono ricorrenti nel romanzo, avvolte di un’aura mai lugubre o drammatica, ma dolcemente malinconica.

Anche della tragedia umana dei Finzi Contini, illustre famiglia ebraica travolta e distrutta nei campi di sterminio nazisti, il lettore non avverte l’orrore e l’immane peso storico, ma solo il languore elegiaco di un amore perduto.

All’epoca delle leggi razziali, un gruppo di giovani ebrei benestanti di Ferrara si trova escluso dai circoli sportivi, dalle biblioteche e dai luoghi di ritrovo pubblici: è l’occasione che spinge gli alteri Finzi Contini a sciogliere il proverbiale riserbo, mettendo il loro leggendario giardino a disposizione dei giovani, ebrei e non, coetanei dei figli Alberto e Micol.

Il giardino diventa così un luogo sospeso, a-storico,
dove lo spensierato snobismo dei suoi nobili abitanti sembra voler cancellare con la noncuranza e il disinteresse quanto sta avvenendo oltre le mura secolari che ne delimitano i confini.

Il fascino misterioso e antico di questo microcosmo, apparentemente inattaccabile, del tutto bastante a se stesso, attrae irresistibilmente il protagonista, che si innamora di Micol, parte di quel mondo ma, nello stesso tempo, l’unica a saperlo guardare con distacco e con triste ironia, l’unica che, talvolta, provi a scavalcare quelle mura, come faceva fin da ragazzina, eludendo la sorveglianza di portinai e governanti.

Ma questo amore appassionato e struggente non verrà mai vissuto: Micol lo allontana, consapevole che le persone troppo simili non possono amarsi davvero, perché «l’amore ( era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce ... da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi».

E forse, (ma è un dubbio, solo un dubbio che l’io narrante non vuole sciogliere, né per se stesso né per i lettori), Micol un amore di questo tipo lo ha trovato, in Malnate, giovane frequentatore del giardino, milanese, comunista militante, che guarda alla vita e alla storia con ben altra energia e concretezza che i Finzi Contini.

Alla fine del romanzo, la rinuncia del protagonista a Micol corrisponde con la sua entrata nella vita vera, con tutto il suo peso di dolore e responsabilità, con la nuova consapevolezza che il mondo protetto e incantato de Il giardino dei Finzi Contini si reggeva solo su valori appartenenti al passato, che le parole di Micol erano " solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire"

Il giardino dei Finzi Contini
Einaudi Tascabili, 1999

venerdì 27 febbraio 2009

Un improvviso colpo di vento

Ha conservato il suo colore rosa il fiore
nel buio della notte.
Quando una lama lo tagliò non ci fu terrore,
non ci fu dolore, per il fiore
fu come un improvviso colpo di vento.



(da Credere all'invisibile di Cesare Viviani - ed. Einaudi)

giovedì 26 febbraio 2009

La casa e il feng shui


Scrive Victoria Moran in "Una casa Serena":

L'antico sistema cinese del Feng shui è uno dei metodi per allineare le energie delle stanze e degli edifici con quelle della natura.

Significa letteralmente "vento ed acqua" ed è nato da un popolo contadino che comprendeva bene la propria dipendenza dalla natura.


Nel corso dei secoli è stato influenzato sia dall'equilibrio taoista, sia dall'amore per la coesistenza armoniosa di tutti gli esseri del buddismo.


Proprio come la medicina cinese afferma che il flusso di energia vitale (chi), deve scorrere senza ostacoli per poter avere un corpo sano, il feng shui suggerisce che - permettere al chi di muoversi libero attraverso la struttura edilizia -porta ad avere un edificio sano.

Il feng shui prospera con l'ordine, mentre il caos ne interrompe gli effetti.


Un feng shui efficace ha un buon influsso sulla psiche umana e le persone che ce l'hanno in casa o sul posto di lavoro stanno bene fisicamente ed emotivamente, sono creative, prospere ed hanno relazioni affettive soddisfacenti.

Quando un posto ha un feng shui scarso, succede l'opposto.

Ci sono comunque delle cure indicate per un'architettura poco armoniosa: uno specchio piazzato bene, prismi di cristallo, campane a vento, piante, quadri di paesaggi o foto di famiglia deflettono i blocchi energetici e rimettono il chi sulla buona strada.

Quando ho sentito parlare del feng shui per la prima volta, mi sembrava una superstizione come quella di evitare gatti neri e di non passare sotto le scale.

Gli aneddoti che si narravano sul fatto di come il feng shui aveva cambiato la fortuna di molte persone mi sembravano poco credibili.

Eppure, molti dei suoi principi sono in linea con la psicologia contemporanea.
Le persone allegre sono più sane e produttive di quelle tristi e un ambiente piacevole in casa o in ufficio contribuisce a rendere felici.

"Una casa serena - Victoria Moran - Gruppo Editoriale Futura"

Il labirinto

Riprendo il discorso sul labirinto da una angolazione diversa, quella di Aldo Carotenuto nel suo libro "Vivere la distanza".

"Il labirinto è la rappresentazione, estremamente complessa, di un percorso di iniziazione, al termine del quale ci auguriamo di aver conseguito una meta, nuovamente pronti per accettare una nuova sfida.

E' questo il compito del vivere: un continuo superamento dei confini dell'Io, una perenne iniziazione al vivere stesso.

Potrà essere una iniziazione religiosa, esoterica, o una prova destinata all'eroe, comunque sia è un cammino, un passaggio da un livello di consapevolezza ad un altro, da un piano di esistenza ad un altro, da una condizione psicologica ad un'altra.

Nessun uomo nasce con la consapevolezza di cosa sia necessario per vivere psicologicamente, per sviluppare tutte le proprie potenzialità. Esiste un mondo esterno alla coscienza e un firmamento interiore, entrambi destinati a perturbarla, a mutarla, a farla evolvere.

Esistono situazioni della vita in cui accade che la coscienza sia chiamata ad una particolare sofferenza e lacerazione, perché la visione del mondo sua propria non è più capace di nutrirla, di sostenerla e maturarla.
Sono momenti di profonda introversione, di regressione, di ritiro dall'investimento sulle cose, sul lavoro, sugli eventi esterni.

Ed è spesso in tali momenti che l'individuo in crisi, si sente come in un labirinto, "senza via di scampo, intrappolato in una dimensione di cui non conosce lo sbocco.

Difficilmente, quando si è in una fase di profonda introversione, di ritiro dal mondo, e si ritiene di essere finiti in un vicolo cieco, si ha la percezione di vivere una "prova iniziatica".

Ma, se ne avessimo coscienza, cambierebbe il nostro modo di essere presenti a noi stessi ed alla sofferenza che viviamo.


da "Vivere la distanza" - Aldo Carotenuto - Studi Bompani

mercoledì 25 febbraio 2009

La danza delle gru e il labirinto (2)

Il labirinto appare inizialmente come una prigione inviolabile, destinata a contenere il Minotauro e prevenire la potenziale minaccia nella successione al regno cretese (Minosse è un re senza figli maschi), ma – al contempo – il labirinto è un simbolo, una immagine concreta della schiavitù di Atene, costretta a saziare la fame di quel mostro con esseri umani.

Da luogo di morte, esso però si trasforma in spazio di vita, con i giovani che escono dal labirinto, ormai violato, e intrecciano una danza di gioia.

L’avvenimento che modifica la situazione precedente e concretizza quella reale è l’arrivo a Creta di Teseo, l’eroe ateniese più famoso: per lui il labirinto costituisce il luogo della prova indispensabile, quella che gli consente di ottenere il pieno potere su Atene e di realizzarvi il giusto modello civico.

Ucciso il mostro e tornato in patria, infatti, l’eroe diventa re al posto del padre, libera la città dal giogo cretese, ne stabilisce da allora il dominio sul mare e fonda politicamente la sua realtà urbana, radunando ad Atene gli abitanti dell’Attica, fino a quel momento dispersi per le campagne.

Con la vittoria di Teseo e con l’immagine dei giovani sottratti alle fauci del mostro, il labirinto assume il valore di luogo in cui s’inizia la democrazia ateniese; un luogo da celebrare e ricordare, non già per quello che era concretamente stato nella realtà minoica, ma per quello che esso aveva rappresentato, alle origini mitiche della potenza di Atene.

Da qui anche, l’importanza del rito festoso nel quale i giovani, mano nella mano, ripetevano il cammino verso la morte nei corridoi del labirinto e poi la marcia a ritroso che – per primi – avevano compiuto i compagni di Teseo, verso l’uscita ad una nuova vita, da liberi cittadini.

Chiamare i danzatori con il nome delle gru, come si faceva a Dedo, non era solo un gioco di parole per evocare i saltelli in sequenza dei trampolieri, ma anche un altro modo di celebrare l’ateniese Teseo.

Dai Greci, infatti, quegli uccelli migratori erano immaginati prudenti e previdenti nell’affrontare spazi sconosciuti, come lo era stato Teseo al momento di entrare nel labirinto e, come l’eroe aveva saputo orientarsi con un filo nei meandri oscuri di quel luogo, ugualmente si pensava che le gru, volando in gruppo da una estremità all’altra de mondo, portassero nel becco un sassolino e, lasciandolo cadere, si orientassero anche di notte nel volo, con il suono della pietra caduta in mare o sulla terra.

martedì 24 febbraio 2009

Interrompo per problemi di rete

Da ieri alcuni blogger (me compresa) hanno problemi nel postare commenti.
Oltre a questo molti di noi hanno ... perso lettori ...
Che si fa?
Nel mio caso : 87 lettori fino ad ieri, 71 oggi.

Ho scritto sul forum dell'assistenza ma per ora nessuna risposta.

La danza delle gru

Sul collo del vaso Francois di Firenze, splendore della pittura vascolare antica, è dipinta la scena di un gruppo di giovani, maschi e femmine, che danzano presso una nave: sono i ragazzi ateniesi scampati al Minotauro che festeggiano la liberazione dalla morte nel labirinto cretese.

Nella pittura si vede anche Teseo, l’eroe vincitore del mostro, che suona la lira mentre i fanciulli danzano un dietro l’altro.

Gli abitanti di Delo, racconta Plutarco, ripetevano ancora quella danza e la chiamavano géranos, la “danza delle gru”, perché l’andirivieni dei giovani che, tenendosi per mano, imitavano il cammino compiuto per entrare e riuscire dal labirinto, somigliava ai saltelli sinuosi e al volo di gruppo di questi uccelli migratori.

Questo labirinto,narra il mito greco, era stato voluto dal re dell’isola, Minosse, che vi aveva rinchiuso il frutto mostruoso dell’insana passione della regina Pasifae, sua sposa, per un toro selvaggio; da quella unione era nato Asterio che aveva il muso di toro e il corpo umano e che venne per questo chiamato Minotauro.

A quel tempo Minosse era signore del mare e aveva imposto agli Ateniesi un tremendo tributo: sette ragazzi e altrettante fanciulle da mandare periodicamente in pasto al solitario abitatore del labirinto.

Al terzo invio, con i giovani, giunse a Creta anche l’eroe Teseo, del quale si innamorò Arianna, figlia di Minosse; la principessa offrì il suo aiuto a Teseo che, in cambio, le promise di condurla sposa ad Atene.

Arianna, consigliata da Dedalo, dette a Teseo un gomitolo di filo, perché questi, attaccandone una estremità alla porta di ingresso e svolgendo la matassa lungo il cammino, potesse poi tornare sui suoi passi riavvolgendo il filo verso l’uscita.

Così fece Teseo che, dopo aver trovato e ucciso il Minotauro, potè uscire dal labirinto, fuggire da Creta e tornare vittorioso ad Atene. Sulla via del ritorno, Teseo e i suoi compagni intrecciarono una danza – che ripeteva nelle cadenze il percorso seguito nel labirinto: quello appunto raffigurata sul vaso Francois e ritualmente ripetuta in varie feste.
segue ...

lunedì 23 febbraio 2009

Una madre dolcissima


Nel settembre del 2005 in America, a 93 anni, è morto Leo Sternbach, lo studioso di benzodiazepine che, nel 1963, insieme a Earl Reeder, aveva inventato il Valium.

Nato ad Abbazia, allora in Austria, si era laureato in chimica a Cracovia, dove il padre gestiva una farmacia. In seguito, a causa della guerra e delle leggi razziali, era stato costretto a fuggire dalla Polonia, prima in Svizzera e successivamente in America.

Leo Sternbach costretto a fuggire, insieme a molti altri giovani e molti ebrei, dalla sua casa, un'Europa ormai trasformata in devastato luogo di morte.

Prima di approdare in America, però, l'incontro con i reduci, irrimediabilmente feriti da un orrore straziante, darà al futuro chimico della Roche il motivo centrale del suo lavoro e delle sue ricerche: trovare una risorsa capace di cancellare una tale illimitata sofferenza. Nel corso di tutta la sua lunga vita, il ricercatore sarà sempre strenuo difensore del farmaco da lui scoperto ed incrollabile rimarrà la fede nei motivi di fondo dei suoi studi.

"Troppa gente sembra non tenere presente quanti suicidi sono stati evitati e quanti matrimoni salvati dalla mia pillola" diceva quando veniva attaccato relativamente agli effetti collaterali che il farmaco aveva evidenziato, soprattutto il problema della dipendenza.

Perché, in realtà, negli anni 70, l'uso della "sua medicina", insieme a quello più generale degli psicofarmaci, conobbe un successo imponente: due miliardi e trecento milioni di pastiglie vendute, una valanga. Tanto che, ad un certo punto, il 28% del fatturato della Roche proveniva dalla scoperta di Sternbach che fruttò dieci miliardi di dollari in quarant'anni.

Più generalmente, comunque, al di là delle polemiche, sembra semplicemente di essere di fronte ad un più che naturale desiderio di riparazione nei confronti di un "male" che, forse, sino ad allora, era stato sconosciuto all'esperienza umana:
lo strazio dell'ultimo conflitto mondiale, il timore di dovere fare i conti con una distruttività che sembra connaturale alla condizione umana, infamante ed odiosa quanto ineliminabile.

Una distruttività, però, agita in un luogo chiamato "guerra", legato ad oggetti mentali emotivamente intensi come "difesa della patria", "libertà", "sacrificio della vita per i propri ideali".
Male inevitabile, dunque, per sfuggire a più pesanti vergogne: "il pavido che, per codardia e debolezza, accetta l'ingiustizia del sopruso e della sopraffazione".

Ma, ai tempi della sua nascita, il Valium veniva chiamato "LA PILLOLA DELLE MAMME", pensato specificamente per alleviare le ansie della maternità e le tensioni della vita di coppia. Veniva anche nominato "IL PICCOLO AIUTO QUOTIDIANO" e una donna americana su cinque lo usava.

I due mondi che, sino a questo momento, erano decisamente separati, collassano l'uno sull'altro.
Sorprendente percorso quello che finisce per accomunare il dolore devastante dei reduci di guerra all'ansia di una donna in attesa di un figlio o in presenza di un piccolo bimbo di cui prendersi cura.

Eppure Sternbach dedica il suo prezioso farmaco proprio alle madri; inconsapevolmente, ci fa immaginare che anche nella mente della madre quando entra in contatto con il suo bambino, possano accendersi inaspettate esplosioni di rabbia, incontrollati timori e desideri di fuga, imboscate, diserzioni, legge marziale, processi sommari e fucilazioni. .....


I Rolling Stones hanno chiamato il Valium "my mother's little helper", il piccolo aiutante di mia madre. .....


(Da "Vertici")

domenica 22 febbraio 2009

Latte e miele

"Io semplicemente mi rifiuto di considerare l'obbedienza una virtù, la curiosità un peccato e l'ignoranza del bene e del male uno stato ideale"

Queste parole sono state scritte da Alice Miller ne "Il risveglio di Eva".

Secondo Fromm l'amore materno presenta due aspetti: quello di tutte le cure necessarie perché il bambino viva e cresca e quello di infondergli l'amore per la vita, il senso che la vita e' bella, la gioia di vivere.

I due aspetti corrispondono rispettivamente ai biblici "latte" e "miele". Molte le madri che sono in grado di dare il "latte", poche quelle che oltre al "latte" sanno dare anche il "miele", perché solo una donna felice può dare anche il "miele", cioè contagiare il bambino con la sua felicita'.

L'essere umano può assumere un ruolo di creatore in vari modi, uno dei quali è l'amore per i propri figli.

"Oggi gli adulti si preoccupano molto che i bambini siano competenti ed efficienti, che sappiano usare il computer e conoscano le lingue straniere, e dimenticano invece quanto sia importante la fantasia.

La fantasia ci aiuta a vivere. In un futuro già presente, l'identità personale sarà sempre meno legata alla professione, poche persone potranno dire di sé: sono un ragioniere, un medico. Per molti il lavoro sarà un'attività marginale, provvisoria, mutevole. Diviene perciò necessario trovare altri interessi, altri luoghi di incontro, altri rapporti. In poche parole: inventarsi una vita." scrive Silvia Veggetti Finzi.

Scrive invece Janet Frame :
"...mi trovai ad assumere la parte a cui più ero abituata, quella della persona passiva la cui vita viene pianificata per lei mentre lei, per paura di essere punita o di suscitare reazioni, non osa rifiutare."
(pag. 470 di Un angelo alla mia tavola – Einaudi Tascabili)

venerdì 20 febbraio 2009

L'ironia e il ridere

I Greci chiamarono ironico (eiron) chi dice meno di ciò che pensa e, ad esso contrappongono il Fanfarone (alazon) che fa credere di sapere di più di quanto non sappia. Anche l’ironia di Socrate, col tempo, muta volto. Il suo gioco diventa educazione (paideia), la sua parodia acquista, con la sua morte, tutta la sua serietà, e il riso diventa la massima antitesi del vero, ciò da cui occorre difendersi. Il saggio non ride. E neppure l’uomo di religione. …Filosofia e religione si chiudono nelle loro rocche fortificate, mentre il riso riecheggia fuori dalle mura. … Gli animali non ridono, anzi il riso è una caratteristica esclusiva dell’uomo, così come la sua ricerca della verità.

Nelle “Briciole di filosofia” Kierkegaard scrive:
“Considero la vis comica come una legittimazione indispensabile per chiunque ai nostri tempi voglia essere considerato un componente autorevole nel mondo dello spirito.

Ma i docenti sono così sprovvisti di vis comica da far spavento. Lo stesso Hegel mancava completamente di senso del comico. Un’aria di posa ridicola che dà al docente una somiglianza sintomatica con un libraio di Holberg, i docenti la chiamavano serietà. Chiunque non assume questa posa da far rabbrividire, è un leggerone.”



Nietzsche invita ad ascoltare il riso di Zarathustra che non nasce da un’attesa delusa, ma dall’esperienza del tragico: “L’animale della terra che soffre di più fu quello che inventò il riso.” ….. Un riso che evita al tragico di fissarsi in disperazione risentita o in atteggiata e un po’ falsa serietà.

(Estrapolato da “Orme del sacro” di Umberto Galimberti – Feltrinelli editore)

giovedì 19 febbraio 2009

Piaceri


Il primo sguardo dalla finestra al mattino,
il vecchio libro ritrovato volti entusiasti neve,
il mutare delle stagioni,
il giornale, il cane,
la dialettica,
fare la doccia,
nuotare,
musica antica,
scarpe comode,
capire musica moderna,
scrivere,
piantare,
viaggiare,
cantare, essere gentili.

(Bertolt Brecht)

martedì 17 febbraio 2009

Lettera di una insegnante

Anche nella mia mente spesso ricorrono pensieri d'infanzia, di quel vissuto personale che ha fatto sì che divenissi la persona che sono, con certi valori e principi di vita piuttosto che altri; ed è da qui che nasce l'esigenza e la voglia di insegnare, giocare, apprendere e confrontarsi con i bambini, uniche creature che più di chiunque altro necessitano di attenzioni e stimoli quanto più vari per far sì che le molteplici intelligenze (le otto intelligenze che tutti noi possediamo di cui parla Gardner) possano sviluppare al massimo il loro potenziale."


I bambini sono multimediali e i loro molteplici recettori sono tutti aperti; sono le cattive abitudini a chiuderne alcuni.
Dobbiamo continuamente sollecitarli e nutrirli mediante sostanziosi saperi diffusi attraverso media disparati e impiegando una pluralità di metodi perché nessuno venga messo da parte da un'educazione che troppo a lungo è stata segno di selezione, ma affinché ognuno possa essere avvantaggiato in base alle proprie potenzialità senza sforzarsi nell'inutile tentativo di tendere verso un determinato prototipo imposto dall'alto.

Dobbiamo imparare, prima di tutto, ad ascoltarli i bambini, a permettere loro di esprimersi e ad arricchirci e nutrirci della loro genuina capacità di stupirsi di fronte a tutto ciò che di meraviglioso il mondo ci offre, senza appiattirsi all'abitudinarietà della vita ordinaria di cui non sentiamo più né odori né sapori.


Ancora oggi la cultura scolastica lascia pochissimo spazio al teatro (sia al fare teatro che all'andare a teatro), campo della creatività in cui si esprimono i processi mentali della connotazione, della metafora e del simbolo sia nella creazione scenica che nella sua fruizione; è una forma espressiva, un linguaggio di cui non possiamo privare i bambini.

Una famosa poesia di Loris Malaguzzi dice: " bambino può parlare cento lingue e noi gliene rubiamo 99".

" le storie e i procedimenti fantastici per produrle, noi aiutiamo i bambini a entrare nella realtà dalla finestra anziché dalla porta. È più divertente: dunque è più ". (G. Rodari, Grammatica della fantasia).

Rodari concepisce il teatro, anche quando si fa veicolo di messaggi virtuosi, come gioco e piacere per " le occasioni di felicità "

E concluderei sempre con Rodari che, a proposito del teatro ritenuto dai più inutile, sostiene: "e invece noi siamo del parere che le cose che non servono a niente sono preziose e vanno salvate ad ogni costo: sono il contravveleno a una civiltà che con il suo utilitarismo ci logora e ci inaridisce" (a tutto vantaggio dei burattinai nascosti che manovrano i centomila fili cui siamo legati così bene che non ce ne accorgiamo neppure).

(Martina Tattini da TELLUS folio)

lunedì 16 febbraio 2009

Sussurri obliqui: Attenzione: questo post potrebbe disturbare la sensibilità di alcuni lettori

Sussurri obliqui: Attenzione: questo post potrebbe disturbare la sensibilità di alcuni lettori

Giardino


Per chi abita in città, giardini e piante sono essenziali per mantenere in qualche modo il contatto con la Natura.

In quanto riflesso in miniatura di quest’ultima, essi simboleggiano la crescita.


Il giardino è un punto in cui la Natura è controllata, sottomessa, è Natura rinchiusa.

E’ anche un simbolo delle energie femminili, della capacità di creare e di nutrire la vita.


Il genere di giardino che coltiviamo (vegetale, erboristico, ecc…) e il tipo di vita animale che lo visita, può essere rivelatore, dal momento che spesso riflette il modo in cui consciamente riusciamo ad usare le nostre innate energie e capacità creative.

Oltre a tutto può anche rappresentare un mezzo per favorire il contatto con gli animali e questo rafforzerà il collegamento con la Natura e con gli animali.

Curare il giardino è un mezzo per dire simbolicamente che siamo aperti alla Natura e a ciò che ha da offrirci, un riflesso esteriore della nostra volontà di entrare in comunicazione con essa.

Spesso mi capita di sentire persone che si lamentano perché non riescono a far crescere niente, “Ogni volta che pianto qualcosa , muore”.

La morte fa parte della Natura e non dovrebbe scoraggiare: potrebbe voler dire che ci stiamo troppo accanendo nel tentativo o che cerchiamo di far maturare qualcosa per cui non siamo ancora pronti.

Lo sviluppo di qualsiasi cosa apporti benefici ha bisogno di tempo.

Cercare di sviluppare una comunione immediata con la Natura o presumere di poter cogliere rapidamente e facilmente i segni o il linguaggio degli animali serve solo a creare delusione.

I semi hanno bisogno di tempo per germinare e mettere radici, ma dovremmo pensare che mentre cerchiamo di allinearci con questo aspetto della Natura, apriamo le porte all’armonizzazione con tutto ciò che esiste.

domenica 15 febbraio 2009

Il disincanto del mondo

Jean-Françoise Lyotard, filosofo francese nato nel 1924 e morto nel 1998, descrive il mondo post-moderno come il luogo in cui sono finite le grandi narrazioni, come il marxismo, il cristianesimo che esprimono riferimenti identitari forti.

Ulrich Beck, sociologo tedesco nato nel 1944, definisce questo mondo come la società del rischio e dell’incertezza, mentre Alain Touraine, sociologo francese, nato nel 1925, introduce il concetto di turbolenza, secondo cui si vive in un’epoca nella quale l’unica costante è il mutamento, talmente evidente che non possiamo più immaginare di vivere un una società senza cambiamento.

Fino a qualche tempo fa i grandi rinnovamenti erano ancora riconoscibili.

Si prenda ad esempio l’epoca dell’acquisto dei primi elettrodomestici, la fase delle automobili, poi quella dei televisori, etc.

Oggi tutto è talmente veloce che si perde la concezione del tempo. Non assistiamo più a mutamenti radicali come l’acquisto del primo cellulare, oppure del computer, ma viviamo una fase assolutamente dilatata che ingloba la turbolenza.

Ne deriva che anche i fatti sociali sono oggi meno intelligibili, proprio perché non si è più in grado di ricondurre ad un unico modello i fatti e quindi interpretarli.

Max Weber, sociologo tedesco nato nel 1864 e morto nel 1920, definisce l’età moderna come l’età della razionalizzazione, direttamente proporzionale alla specializzazione della tecnica, e dunque della sperimentazione.

Se tutto è riducibile a scienza, la sperimentazione sconfessa la sacralità delle scelte più importanti, quelle appunto secondo le quali il futuro è sempre una costruzione elettiva delle proprie responsabilità.

Siamo di fronte al disincanto del mondo, ossia di fronte alla separazione tra mistero e razionalità. Questo nostro mondo spiega i fatti con strumenti razionali e quindi da un lato abbiamo il disincanto, la religione personale, e dall’altro la razionalizzazione.
In questa situazione, dove il sacro è in crisi, quale etica il singolo individuo può adottare?

Secondo Weber, l’unica etica che possiamo assumere come guida è quella della responsabilità: l’individuo deve agire sulla base delle conseguenze delle proprie azioni. Avere un’etica significa dunque scegliere secondo l’analisi delle conseguenze delle proprie scelte.

Secondo Ludwig Wittgenstein, filosofo austriaco nato nel 1889 e morto nel 1951, invece, oggi l’unica etica che possiamo percorrere è quella del labirinto, secondo cui si individuano tre immagini: a), la mosca nella bottiglia; b), il pesce nella rete; c), l’uomo nel labirinto.

La mosca intrappolata nella bottiglia non può che agitarsi e non può che sperare di trovare un foro di uscita, supponendo che la bottiglia sia aperta. Il comportamento della mosca è senza un disegno certo, perché si affida alla fortuna e al caso.
Questa è la situazione di chi non ha una risposta e si lascia trasportare dal destino.

Il pesce nella rete più si agita, più rimane impigliato e non può neanche contare, come la mosca, sulla fortuna, perché deve calmarsi per limitare il dolore. E’ l’immagine di una società che al destino reagisce con rassegnazione, non producendo un comportamento attivo.

L’uomo nel labirinto ha fondate speranze di trovare una via d’uscita, non pensa al destino già segnato, ma procede passo a passo, verificando razionalmente se la strada imboccata è quella giusta.
Inoltre egli è disponibile a cambiare via, quando si dovesse accorgere di aver sbagliato.

E’ l’immagine della società che procede per tentativi, controllando razionalmente se questi siano giusti ed in sintonia con l’idea del labirinto, nel quale esistono diverse strade da prendere, con una via d’uscita che comporta una continua analisi dell’esattezza delle proprie decisioni.

La sensazione che se ne ricava è quella di vivere una modernità nella quale si perdono i confini conosciuti delle proprie identità e delle proprie azioni, perché siamo effettivamente passati da una condizione rigida ad una società in cui i riferimenti si dissolvono rapidamente.

Se nella società tradizionale ciò che eravamo era dato a priori, oggi ciò che dobbiamo essere è diventato un compito incerto, poiché ogni individuo si assume il rischio di una scelta sbagliata.

sabato 14 febbraio 2009

Ricordo di Frida Kahlo



Avevo sorriso. Nient'altro. Ma improvvisamente,
nel profondo del mio silenzio, ho saputo.
Lui mi stava seguendo. Come un'ombra, innocente e
leggera.

Nella notte singhiozzava un canto ...

Gli indios si addentravano, sinuosi, nei vicoli della città. Un'arpa e una jarana erano la musica, e sorridenti ragazze dalla pelle scura erano la felicità.

Sullo sfondo, dietro lo Zocalo, splendeva il fiume. E
fluiva, come
la mia vita.

Lui mi seguiva.
Smisi di piangere, rintanata nell'ingresso della chiesa
parrocchiale,
protetta dal mio scialle inzuppato di lacrime.

Frida Kahlo

L'immagine rappresenta il dipinto "L'amoroso abbraccio dell'universo, la terra (Messico) io, Diego e il signor Xolotl, 1949

venerdì 13 febbraio 2009

I fiori del domani


I fiori del domani

Tutti i fiori di tutti i domani
sono i semi di oggi e di ieri.

Proverbio cinese

mercoledì 11 febbraio 2009

Moda all'ultimo GRIDO


Solo nella giornata di oggi:

ROMA (11 febbraio) - «Dove vivo io non dovete stare voi immigrati di me...», e gli ha spruzzato in faccia la bomboletta di vernice e con l’accendino ha provato a dargli fuoco. Da il Messaggero

Roma, gli danno fuoco e fuggono
Gravissimo un napoletano di 42 anni: ha ustioni sul 90% del corpo
Da La Stampa

A cosa, a chi si deve questa nuova moda di bruciare esseri umani vivi?

E come vengono accolte queste notizie dai nostri "superiori"?

Il Vaticano ha pregato per evitare questi orrori?

Il governo ha messo le ronde e l'esercito a sufficienza?

Dov'è quella che hanno garantito, la SICUREZZA?

O è forse questa? Questa è la sicurezza che ci hanno promessa?

Oltre al dolore, alla rabbia, sento un gran desiderio di chiudere tutto, di tapparmi in casa e non sapere più niente di questi orrori.

L'immagine sopra rappresenta momento do una festa popolare, dove si dava fuoco alla Vecia (la befana)

martedì 10 febbraio 2009

Stanno facendo una legge per poter chiudere i siti Internet

Eccoci di nuovo:

Con il pacchetto sulla sicurezza approvato dal Senato, Berlusconi dà al ministro degli Interni il potere di chiudere siti Internet, filtrarli e multarli pesantemente. Berlusconi si era proposto di voler dare a Internet una costituzione mondiale; certo se il modello è quello che sta introducendo in Italia c'è da far venire i brividi.
Il pacchetto sulla sicurezza appena approvato dal Senato (dovrà ancora tornare alla Camera) infatti prevede che il ministero dell'Interno potrà ordinare l'oscuramento dei siti Internet sui quali si commette il reato di apologia o si istiga a delinquere. Lo stesso ministero potrà chiedere che vi vengano apposti filtri adeguati. I siti "disobbedienti" dovranno pagare una sanzione dai 50mila a 250mila euro.

Nel testo del ddl si legge infatti: "In caso di accertata apologia o incitamento, il ministro dell'Interno dispone con proprio decreto l'interruzione dell'attività indicata, ordinando ai fornitori di servizi di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine, applicando sanzioni pecuniarie per gli inadempienti". In pratica il governo si arroga un potere che solo nei Paesi totalitari appartiene alla polizia mentre nei Paesi democratici può essere esercitato solo dall'autorità giudiziaria e mai dal governo per via amministrativa.

La misura è stata inserita all'ultimo momento grazie a un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC), che prende ispirazione dalle recentissime polemiche sui gruppi di Facebook a favore degli stupri o della mafia.

Il senatore D'Alia ha commentato: "In questo modo diamo concretezza alle nostre iniziative per ripulire la rete, e in particolare il social network Facebook, dagli emuli di Riina, Provenzano, delle Br, degli stupratori di Guidonia e di tutti gli altri cattivi esempi cui finora si è dato irresponsabilmente spazio."

Imbavagliare Internet, ecco qual è il vero scopo. Forse non siamo ancora al nazismo contro il quale Di Pietro grida, ma certamente il fascismo in Italia iniziò in un modo molto simile.

Fonte www.zeusnews.com

domenica 8 febbraio 2009

L'Ombra del Vento

Le frasi che seguono sono estrapolate da un libro "L'Ombra del vento" di Carlos Ruiz Zafón (Barcellona, 25 settembre 1964) scrittore di libri per ragazzi (Il principe della nebbia), che ha esordito nella narrativa per adulti con il suo quinto romanzo, L'ombra del vento (Mondadori, 2001), uscito in sordina in Spagna, libro che ha conquistato con il passaparola il vertice delle classifiche letterarie europee, diventando un vero e proprio fenomeno letterario.

"La televisione, mio caro Daniel, è l'anticristo. Mi creda, nel giro di tre o quattro generazioni la gente non sarà nemmeno in grado di scoreggiare da sola e l'essere umano regredirà all'età della pietra, alla barbarie medievale a uno stadio che la lumaca aveva già superato all'epoca del pleistocene.

Il mondo non verrà distrutto da una bomba atomica, come dicono i giornali, ma da una risata, da un eccesso di banalità che trasformerà la realtà in una barzelletta di pessimo gusto”

“Le parole che hanno avvelenato il cuore di un figlio, pronunciate per meschinità o per ignoranza, si sedimentano nella memoria e lasciano un marchio indelebile.”

“Non cattiva. Idiota. È ben diverso. La malvagità presuppone un certo spessore morale, forza di volontà e intelligenza. L'idiota invece non si sofferma a ragionare, obbedisce all'istinto, come un animale nella stalla, convinto di agire in nome del bene e di avere sempre ragione. Si sente orgoglioso in quanto può rompere le palle, con licenza parlando, a tutti coloro che considera diversi, per il colore della pelle, perché hanno altre opinioni, perchè parlano un'altra lingua, perché non sono nati nel suo paese... nel mondo c'è bisogno di più gente cattiva e di meno rimbambiti.”

“Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima, l'anima di chi l'ha scritto e di coloro che l'hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.”

sabato 7 febbraio 2009

Fammi sapere ...


Tu vieni dalla mia patria
ti prego, fammi sapere eventi della mia terra;
se, per esempio, nel giorno del tuo arrivo,
alle finestre era già in fiore il susino invernale.

Wang Wei

venerdì 6 febbraio 2009

La meglio gioventù

Dialogo tra il professore e lo studente universitario (La meglio gioventù)

- Comunque voglio darle un consiglio: lei ha qualche ambizione?

- Mah…

- E allora vada via, se ne vada dall’Italia. Lasci l’Italia finché è in tempo. Cosa vuole fare? Il chirurgo?

- Non lo so… non ho ancora deciso…

- Qualsiasi cosa decida… vada a studiare a Londra, a Parigi… vada in America, se ha la possibilità, ma lasci questo paese. L’Italia è un paese da distruggere. Un posto bello e inutile… destinato a morire.

- Cioè, secondo lei tra poco ci sarà un’apocalisse?

- Magari ci fosse… almeno saremmo tutti costretti a ricostruire. Invece qui rimane tutto immobile, uguale… in mano ai dinosauri… mi dia retta: vada via.

- E lei allora professore, perché rimane?

- Ma come perché? Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere…

(La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana)

Quattrochiacchiere: Ero forestiero...

Quattrochiacchiere: Ero forestiero...: "arricchimento per tutti.
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Governo untore

frutti di stagione: medici e clandestini

frutti di stagione: medici e clandestini

giovedì 5 febbraio 2009

Danza e Amore

Un tempo nemmeno troppo remoto - amare significava danzare

Lo sguardo dell'uomo incrociava gli occhi della donna e il corpo si metteva in moto come una salsa, una merengue, una taranta. Il volto, per dirla con Lévinas, entrava in una sorta di dipendenza dall'amore, veniva ingabbiato, diventava ostaggio dell'altro/a.

Le figure classiche dell'amore maschile, quelle romantiche cantate da Neruda o quelle impavide rappresentate da dongiovanni, fissavano il vocabolario amoroso nell'orizzonte di una poesia metafisica "totalizzante":

Tu sai che
indovinano il mistero:
ci vedono e nulla è stato detto
né i tuoi occhi, né la tua voce, né i tuoi capelli,
né il tuo amore hanno parlato,
e lo sanno d'improvviso
senza saperlo lo sanno:
mi accomiato e cammino
verso un'altra parte e sanno che mi attendi

(Pablo Neruda, Ode al segreto amore)


Una delle figure che hanno incantato la letteratura latino-americana è il leggendario Vadinho, primo marito di dona Flor nel famoso romanzo dello scrittore brasiliano Jorge Amado.

Il libro inizia con la morte di Vadinho durante una danza scatenata dallo sguardo di una mulatta seduta in prima fila.

Vadinho è un romantico, incapace di porre un freno all'estasi dell'amore che si espande di bocca in bocca, di cuore in cuore, di occhio in occhio.

Vadinho ama follemente dona Flor, ma quando appare la mulatta a Bahia, nel bel mezzo del carnevale, tutto il suo corpo si mette a ballare:

"Vadinho - racconta Amado - il più scatenato di tutti, vedendo il gruppo che spuntava all'angolo, e udendo il pizzicato dello scheletrico Mascarenhas al chitarrino sublime, s'avanzò rapidamente e piazzandosi di fronte alla donna dalla pelle più scura - una ragazzona monumentale come una chiesa (e doveva trattarsi della chiesa di San Francesco, visto che era coperta da una cascata di palilettes d'oro) annunziò: "Eccomi, mia bella russa del Tororò" (...)

Vadinho si gettò nella danza con l'entusiasmo esemplare che metteva in qualsiasi cosa facesse, tranne lavorare. Volteggiava in mezzo al gruppo, intrecciava passi complicati davanti alla mulatta, avanzava verso di lei con figure e contorsioni; quando d'improvviso gli sfuggì una specie di rantolo sordo, vacillò sulle gambe, pencolò da un lato e si abbattè per terra.: "Mio Dio è morto!"

L'estasi dell'amore L'amatore folle, il danzatore dagli sguardi appassionati, il dongiovanni di Bahia diserterà per sempre il carnevale, ma il suo spirito ritornerà nelle insonni notti di dona Flor quando il dottor Teodoro, uomo tutto d'un pezzo, riuscirà a conquistarla e a sposarla.

Lo spettro di quel mascalzone di Vadinho, riappare nel sogno di un amore creativo, sfrenato, spregiudicato che il noiosissimo Teodoro non riuscirà a soddisfare.

E alla fine dona Flor se ne va radiosa fra le strade della città aggrappata al braccio del signor Teodoro ma ricoperta dai baci dello spirito di Vadinho:

"E qui finisce la storia di dona Flor e dei suoi due mariti. é accaduto a Bahia dove tali cose magiche avvengono senza creare meraviglia".

Jorge Amado canta la passione brasiliana del Novecento.

Ma nell'Occidente del terzo millennio appesantito dalla morale formale, il volto dell'amore si è raffreddato. I processi selettivi della globalizzazione si sono inseriti perfino nelle palpitazioni del cuore, negli intrighi dei sentimenti, nelle segrete effusioni degli innamorati.

Vadinho è tornato nella sua tomba, scalzato dal mito dell'homo sexualis, per nulla erotico, per nulla sottoposto alle lunghe durate del corteggiamento, con il suo linguaggio, con il suo estro creativo, con la follia che non può stare negli argini prestabiliti.

Perché l'amore è il "puer" che abbatte tutti i muri, che rompe le logiche dell'ordine, che mette a soqquadro ogni cosa perché il suo scopo non è l'armonizzazione del mondo, ma "l'amorizzazione" Il bimbo con l'arco e le frecce che lancia i suoi dardi senza sapere dove andranno a colpire. é stupore e volo nei cieli della passione (che cosa voleva dirci, in fin dei conti, Chagall con i suoi innamorati volanti sui tetti delle città?).

mercoledì 4 febbraio 2009

Lo stupore infantile

Scrive Zolla:

"... Sempre - passeggiando lungo una costa mi hanno colpito uomini o donne soli seduti sulle rocce, l'occhio fisso al frantumio delle ondate, al respiro delle mareggiate, allo svariare di tinte dorate, azzurrine, verdastre, brunicce, marroncine, nere. Immobili stavano, come studiando, contemplando, come tentando di decifrare un accavallio di geroglifici.

Come nessun altro paesaggio, il mare tranquilla, assorbe, ricolma.

Distesamente fu esplorato per due o tre secoli dai pittori di marine olandesi e inglesi l'inesauribile Mare del Nord.


Forse al colmo della trafila va posto Caspar David Friedrich, le cui marine sembrano svelarci il mistero del mare quale appare agli occhi dei suoi uomini visti di spalle o ai suoi romiti ricurvi.


Credo che a contemplarlo lungamente si agevoli la strada verso il passato; il mare si trasforma nello specchio della psiche.

Faccio fatica a calarmi indietro ai tre anni, ma credo di veder emergere un intérierur: nel salotto dalle alte tende si sparge un velo di luce, il tappeto attenua i suoni.
Esala dal pavimento l'odore di legno incerato.

Sul tavolo centrale il vaso stringe un mazzo di rose dai petali tesi. Rispondono le roselline dipinte sulle tazze di porcellana e una rosa ricamata sul pannello che scherma il camino.

Al nero pianoforte mia madre suona la Marcia dei seguaci di Davide contro i Filistei dopo lo Chopin.


I capelli raccolti nella crocchia le scoprono l'orecchio e la nuca. Tre liste di trina le scendono lungo il petto fino al lembo della gonna, sporge la punta aguzza della scarpa sospesa sul pedale.

Io ascolto dalla seggiola del corridoio, voglio star fuori dal salotto, nell'oscurità.


Ho pianto quietamente quando mia madre ha suonato lo Chopin, dondolando le gambe, la mani poggiate sui braccioli imbottiti. ...

La luce del salotto, un lieve biancore, si diffonde come grana tenera e tiepida.

Lo Chopin sembra parlare della tenebra che pervade il corridoio. Una tenebra che la luce, pur penetrando fin lì, non dissipa.

E' straziante lo Chopin e la sua tonalità si coglie in quelle ombre. In qualche modo capisco che devo prestarmi a patire gli esitando, le note puntate del tempo rubato, non devo oppormi alle lacrime, soltanto così potrò gettarmi nello scintillante tripudio di accordi che scandisce la marcia dei seguaci di Davide, simile a quella dei puttini danzanti sotto l'orologio dorato sul camino.

Sul tavolo del salotto, sotto le rose, accanto alle ciambelle, la teiera mostra un argento spendo, appannato dal tempo.

Mentre mia madre sta suonando, il tè intride l'acqua e le toglie la crudezza.


Tutto si sacrifica, le foglie del tè, la luce, le superfici brillanti, i suoni che debbono reggersi come uccelli sospesi, isolati fuor del tempo: il la-mi-fa-fa sbrigativo, il do-re che fa sostare.



....... Poiché tutto attorno a me si ritrae, imparo a compormi.
Sento un misto di gioia e di rinuncia che fa tutt'uno con il timbro del pianoforte, con le penombre della casa.
Dà voce alla casa il pianoforte, se ad esso ci si siede pronti e senza tensione. .....................

Tratto da "Lo stupore infantile" di Elémire Zolla - Biblioteca Adelphi 281-
Pag. 28 e seguenti de Lo Stupore Infantile - di Elèmire Zolla.

martedì 3 febbraio 2009

Febbraio


Un mese è passato, un altro è cominciato
da quando allegre campane festeggiarono l'anno morente,
e germogli di molto raro verde cominciarono a spuntare,
come impazienti di un sole più caldo;

e benché le lontane colline siano brulle e spoglie di colore,
il virgineo bucaneve, come un guizzante fuoco,
penetra la fredda terra con la sua verde-screziata cuspide
e nei boschi oscuri il piccolo vagabondo
può trovare una primula.

1° Febbr. 1842 Hortley Coleridge

sabato 31 gennaio 2009

Potreste lasciarci la vostra opinione?

E' sabato sera, ultimo giorno di gennaio.
Non è una novità parlare d'amore, ma forse d'inverno ... è più intimo.
In realtà tra me e Cattivo.Maestro c'è in questi giorni una piccola ... disputa.

L'argomento è dei più vecchi, si potrebbe persino dire che è trito e ritrito, ma dentro c'è persino il nostro grande Fabrizio De Andrè.

Siete tutti chiamati in causa :)
Potete lasciare i commenti qui da me o sul blog del Cattivo.Maestro (il link è più su)
ma su quel blog dovete andare, perché è lì che è scritto ciò di cui si parla.

Grazie di cuore per le vostre risposte.

giovedì 29 gennaio 2009

Ode alla semplicità

Semplicità, io ti domando,
mi hai sempre accompagnato?
E ora, di nuovo t'incontro
seduta sulla mia sedia?
Oggi giorno
non vogliono più accettarmi
con te,
mi guardano di sbieco,
si domandano chi è
la chioma rossa.

Il mondo,
mentre ci incontravamo
e ci riconoscevamo,
si riempiva di stupidi
tenebrosi,
di figli di frutta pieni
di parole
come i dizionari,
pieni di vento
come un ventre che ci vuol giocare
un brutto tiro,
e ora che arriviamo
dopo tanti viaggi
siamo fuori posto
nella poesia.

Semplicità, che cosa terribile ciò che ci succede:
non vogliono riceverci
nei salotti,
i caffè sono pieni
dei più squisiti
pederasti,
e io e te ci guardiamo in faccia,
non ci vogliono.

Allora
ce ne andiamo
sulla spiaggia,
nei boschi, di notte
l'oscurità è nuova,
ardono appena lavate
le stelle, il cielo
è un campo di trifoglio
turgido, scosso
dal suo sangue
ombroso.

Di mattina
andiamo in panetteria,
il pane è tiepido come un seno,
odora
il mondo di fresco
pane appena sfornato.
Romero, Ruiz, Nemesio,
Rojas, Manuel Antonio,
panettieri.
Come sono simili
il pane e il panettiere,
com'è semplice la terra
di mattina,
più tardi è ancora più semplice,
e di notte
è trasparente.
Per questo
cerco
nomi
fra l'erba.

Come ti chiami?
chiedo
a una corolla
che d'improvviso
piegata a terra fra le pietre povere
s'è arsa come un lampo.
E così, semplicità, andiamo
a conoscere
gli esseri nascosti, il segreto
coraggio di altri metalli,
a guardare la bellezza delle foglie
a conversare con uomini e donne
che soltanto per essere tali
sono insigni,
e di tutto,
di tutti,
semplicità, mi fai innamorare.
Vengo con te,
mi immergo nel tuo torrente
di acqua chiara.
E allora protestano:
Chi è costei
che va con il poeta?
Noi non vogliamo avere
nulla a che fare
con quella provinciale.
Ma se è aria, è lei
il cielo che respiro.
Io non la conoscevo o non la ricordavo.
Se mi hanno visto
una volta
andare con misteriose
odalische,
si è trattato soltanto di tenebrose
distrazioni.
Ora,
amor mio,
acqua,
tenerezza,
luce luminosa o ombra
trasparente,
semplicità,
vieni con me per aiutarmi a nascere,
per insegnarmi
un'altra volta a cantare,
verità, virtù, fonte,
vittoria cristallina.

(Pablo Neruda)

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