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giovedì 26 febbraio 2009

Il labirinto

Riprendo il discorso sul labirinto da una angolazione diversa, quella di Aldo Carotenuto nel suo libro "Vivere la distanza".

"Il labirinto è la rappresentazione, estremamente complessa, di un percorso di iniziazione, al termine del quale ci auguriamo di aver conseguito una meta, nuovamente pronti per accettare una nuova sfida.

E' questo il compito del vivere: un continuo superamento dei confini dell'Io, una perenne iniziazione al vivere stesso.

Potrà essere una iniziazione religiosa, esoterica, o una prova destinata all'eroe, comunque sia è un cammino, un passaggio da un livello di consapevolezza ad un altro, da un piano di esistenza ad un altro, da una condizione psicologica ad un'altra.

Nessun uomo nasce con la consapevolezza di cosa sia necessario per vivere psicologicamente, per sviluppare tutte le proprie potenzialità. Esiste un mondo esterno alla coscienza e un firmamento interiore, entrambi destinati a perturbarla, a mutarla, a farla evolvere.

Esistono situazioni della vita in cui accade che la coscienza sia chiamata ad una particolare sofferenza e lacerazione, perché la visione del mondo sua propria non è più capace di nutrirla, di sostenerla e maturarla.
Sono momenti di profonda introversione, di regressione, di ritiro dall'investimento sulle cose, sul lavoro, sugli eventi esterni.

Ed è spesso in tali momenti che l'individuo in crisi, si sente come in un labirinto, "senza via di scampo, intrappolato in una dimensione di cui non conosce lo sbocco.

Difficilmente, quando si è in una fase di profonda introversione, di ritiro dal mondo, e si ritiene di essere finiti in un vicolo cieco, si ha la percezione di vivere una "prova iniziatica".

Ma, se ne avessimo coscienza, cambierebbe il nostro modo di essere presenti a noi stessi ed alla sofferenza che viviamo.


da "Vivere la distanza" - Aldo Carotenuto - Studi Bompani

mercoledì 25 febbraio 2009

La danza delle gru e il labirinto (2)

Il labirinto appare inizialmente come una prigione inviolabile, destinata a contenere il Minotauro e prevenire la potenziale minaccia nella successione al regno cretese (Minosse è un re senza figli maschi), ma – al contempo – il labirinto è un simbolo, una immagine concreta della schiavitù di Atene, costretta a saziare la fame di quel mostro con esseri umani.

Da luogo di morte, esso però si trasforma in spazio di vita, con i giovani che escono dal labirinto, ormai violato, e intrecciano una danza di gioia.

L’avvenimento che modifica la situazione precedente e concretizza quella reale è l’arrivo a Creta di Teseo, l’eroe ateniese più famoso: per lui il labirinto costituisce il luogo della prova indispensabile, quella che gli consente di ottenere il pieno potere su Atene e di realizzarvi il giusto modello civico.

Ucciso il mostro e tornato in patria, infatti, l’eroe diventa re al posto del padre, libera la città dal giogo cretese, ne stabilisce da allora il dominio sul mare e fonda politicamente la sua realtà urbana, radunando ad Atene gli abitanti dell’Attica, fino a quel momento dispersi per le campagne.

Con la vittoria di Teseo e con l’immagine dei giovani sottratti alle fauci del mostro, il labirinto assume il valore di luogo in cui s’inizia la democrazia ateniese; un luogo da celebrare e ricordare, non già per quello che era concretamente stato nella realtà minoica, ma per quello che esso aveva rappresentato, alle origini mitiche della potenza di Atene.

Da qui anche, l’importanza del rito festoso nel quale i giovani, mano nella mano, ripetevano il cammino verso la morte nei corridoi del labirinto e poi la marcia a ritroso che – per primi – avevano compiuto i compagni di Teseo, verso l’uscita ad una nuova vita, da liberi cittadini.

Chiamare i danzatori con il nome delle gru, come si faceva a Dedo, non era solo un gioco di parole per evocare i saltelli in sequenza dei trampolieri, ma anche un altro modo di celebrare l’ateniese Teseo.

Dai Greci, infatti, quegli uccelli migratori erano immaginati prudenti e previdenti nell’affrontare spazi sconosciuti, come lo era stato Teseo al momento di entrare nel labirinto e, come l’eroe aveva saputo orientarsi con un filo nei meandri oscuri di quel luogo, ugualmente si pensava che le gru, volando in gruppo da una estremità all’altra de mondo, portassero nel becco un sassolino e, lasciandolo cadere, si orientassero anche di notte nel volo, con il suono della pietra caduta in mare o sulla terra.

martedì 24 febbraio 2009

La danza delle gru

Sul collo del vaso Francois di Firenze, splendore della pittura vascolare antica, è dipinta la scena di un gruppo di giovani, maschi e femmine, che danzano presso una nave: sono i ragazzi ateniesi scampati al Minotauro che festeggiano la liberazione dalla morte nel labirinto cretese.

Nella pittura si vede anche Teseo, l’eroe vincitore del mostro, che suona la lira mentre i fanciulli danzano un dietro l’altro.

Gli abitanti di Delo, racconta Plutarco, ripetevano ancora quella danza e la chiamavano géranos, la “danza delle gru”, perché l’andirivieni dei giovani che, tenendosi per mano, imitavano il cammino compiuto per entrare e riuscire dal labirinto, somigliava ai saltelli sinuosi e al volo di gruppo di questi uccelli migratori.

Questo labirinto,narra il mito greco, era stato voluto dal re dell’isola, Minosse, che vi aveva rinchiuso il frutto mostruoso dell’insana passione della regina Pasifae, sua sposa, per un toro selvaggio; da quella unione era nato Asterio che aveva il muso di toro e il corpo umano e che venne per questo chiamato Minotauro.

A quel tempo Minosse era signore del mare e aveva imposto agli Ateniesi un tremendo tributo: sette ragazzi e altrettante fanciulle da mandare periodicamente in pasto al solitario abitatore del labirinto.

Al terzo invio, con i giovani, giunse a Creta anche l’eroe Teseo, del quale si innamorò Arianna, figlia di Minosse; la principessa offrì il suo aiuto a Teseo che, in cambio, le promise di condurla sposa ad Atene.

Arianna, consigliata da Dedalo, dette a Teseo un gomitolo di filo, perché questi, attaccandone una estremità alla porta di ingresso e svolgendo la matassa lungo il cammino, potesse poi tornare sui suoi passi riavvolgendo il filo verso l’uscita.

Così fece Teseo che, dopo aver trovato e ucciso il Minotauro, potè uscire dal labirinto, fuggire da Creta e tornare vittorioso ad Atene. Sulla via del ritorno, Teseo e i suoi compagni intrecciarono una danza – che ripeteva nelle cadenze il percorso seguito nel labirinto: quello appunto raffigurata sul vaso Francois e ritualmente ripetuta in varie feste.
segue ...

domenica 15 febbraio 2009

Il disincanto del mondo

Jean-Françoise Lyotard, filosofo francese nato nel 1924 e morto nel 1998, descrive il mondo post-moderno come il luogo in cui sono finite le grandi narrazioni, come il marxismo, il cristianesimo che esprimono riferimenti identitari forti.

Ulrich Beck, sociologo tedesco nato nel 1944, definisce questo mondo come la società del rischio e dell’incertezza, mentre Alain Touraine, sociologo francese, nato nel 1925, introduce il concetto di turbolenza, secondo cui si vive in un’epoca nella quale l’unica costante è il mutamento, talmente evidente che non possiamo più immaginare di vivere un una società senza cambiamento.

Fino a qualche tempo fa i grandi rinnovamenti erano ancora riconoscibili.

Si prenda ad esempio l’epoca dell’acquisto dei primi elettrodomestici, la fase delle automobili, poi quella dei televisori, etc.

Oggi tutto è talmente veloce che si perde la concezione del tempo. Non assistiamo più a mutamenti radicali come l’acquisto del primo cellulare, oppure del computer, ma viviamo una fase assolutamente dilatata che ingloba la turbolenza.

Ne deriva che anche i fatti sociali sono oggi meno intelligibili, proprio perché non si è più in grado di ricondurre ad un unico modello i fatti e quindi interpretarli.

Max Weber, sociologo tedesco nato nel 1864 e morto nel 1920, definisce l’età moderna come l’età della razionalizzazione, direttamente proporzionale alla specializzazione della tecnica, e dunque della sperimentazione.

Se tutto è riducibile a scienza, la sperimentazione sconfessa la sacralità delle scelte più importanti, quelle appunto secondo le quali il futuro è sempre una costruzione elettiva delle proprie responsabilità.

Siamo di fronte al disincanto del mondo, ossia di fronte alla separazione tra mistero e razionalità. Questo nostro mondo spiega i fatti con strumenti razionali e quindi da un lato abbiamo il disincanto, la religione personale, e dall’altro la razionalizzazione.
In questa situazione, dove il sacro è in crisi, quale etica il singolo individuo può adottare?

Secondo Weber, l’unica etica che possiamo assumere come guida è quella della responsabilità: l’individuo deve agire sulla base delle conseguenze delle proprie azioni. Avere un’etica significa dunque scegliere secondo l’analisi delle conseguenze delle proprie scelte.

Secondo Ludwig Wittgenstein, filosofo austriaco nato nel 1889 e morto nel 1951, invece, oggi l’unica etica che possiamo percorrere è quella del labirinto, secondo cui si individuano tre immagini: a), la mosca nella bottiglia; b), il pesce nella rete; c), l’uomo nel labirinto.

La mosca intrappolata nella bottiglia non può che agitarsi e non può che sperare di trovare un foro di uscita, supponendo che la bottiglia sia aperta. Il comportamento della mosca è senza un disegno certo, perché si affida alla fortuna e al caso.
Questa è la situazione di chi non ha una risposta e si lascia trasportare dal destino.

Il pesce nella rete più si agita, più rimane impigliato e non può neanche contare, come la mosca, sulla fortuna, perché deve calmarsi per limitare il dolore. E’ l’immagine di una società che al destino reagisce con rassegnazione, non producendo un comportamento attivo.

L’uomo nel labirinto ha fondate speranze di trovare una via d’uscita, non pensa al destino già segnato, ma procede passo a passo, verificando razionalmente se la strada imboccata è quella giusta.
Inoltre egli è disponibile a cambiare via, quando si dovesse accorgere di aver sbagliato.

E’ l’immagine della società che procede per tentativi, controllando razionalmente se questi siano giusti ed in sintonia con l’idea del labirinto, nel quale esistono diverse strade da prendere, con una via d’uscita che comporta una continua analisi dell’esattezza delle proprie decisioni.

La sensazione che se ne ricava è quella di vivere una modernità nella quale si perdono i confini conosciuti delle proprie identità e delle proprie azioni, perché siamo effettivamente passati da una condizione rigida ad una società in cui i riferimenti si dissolvono rapidamente.

Se nella società tradizionale ciò che eravamo era dato a priori, oggi ciò che dobbiamo essere è diventato un compito incerto, poiché ogni individuo si assume il rischio di una scelta sbagliata.

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