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venerdì 21 settembre 2012

Le "contraddizioni"


Aldo Carotenuto e l'angoscia


Se noi vogliamo capire qualcosa, se vogliamo renderci conto di quello che succede nella nostra esistenza, sarà solo il sentimento a farcelo capire, sarà solo un amore violento, una passione, magari una gelosia, ma che ci apre degli enormi squarci sulla realtà. 


Io posso dire che, quando una persona vive i propri sentimenti, uno se ne può anche accorgere, perché dal mio punto di vista è anche una persona più buona, perché ha conosciuto delle cose, ha conosciuto quelle che si chiamano le "contraddizioni". 


E l'uomo vive nelle contraddizioni. Ma lui le ha conosciute e la sua forza sta nel saperle accettare, nel saperle, diciamo, in un certo senso amministrare, nel saperle confrontare, nel saperle anche accettare. 


L’uomo viene gettato nel mondo e deve accettare di vivere con angoscia la sua esistenza. Ora qualcuno mi potrà dire: ma perché alcuni sono presi dall'angoscia e altri no? Non è facile rispondere. Certo si può dire che forse c'è un problema di sensibilità, per il quale, per esempio, alcune persone non si fanno mai delle domande. Vivono tranquillamente una vita all'esterno, si accontentano di quello che succede, e la loro vita scorre. Nessuno può biasimare questa modalità. 


Ma ci sono invece poi delle persone che si fanno delle domande. E siccome a queste domande non si può mai rispondere, proprio la mancanza di risposta può generare l'angoscia. 


E allora l'angoscia diventa uno strumento significativo. Io punto molto su questi aspetti, perché la persona sofferente crede di essere la persona più disgraziata del mondo: in realtà quella sofferenza diventa quella spina che è nel fianco, oppure che è dietro la nuca, ci impedisce di dormire e quindi ci spinge verso la conoscenza, ci spinge a capire cose, che altrimenti non avremmo mai capito. 


Una persona angosciata, secondo il mio punto di vista, ha un tipo di nobiltà che la persona che non conosce angoscia, non ha mai avuto né potrà mai avere. Naturalmente è un tipo di nobiltà che la persona angosciata ha: questo tipo di nobiltà ha un prezzo molto alto. Io non potrei dire se vale la pena o non vale la pena di pagarlo, però so che bisogna pagare questo prezzo.


Dall'intervista: "I sentimenti" - Roma, Dear, 11 luglio 1996 in Psicoterapia corporea a cura del dott. Gianfranco Inserra
  

domenica 2 settembre 2012

Dormire, forse sognare

Vi è una nebbia nella nostra esistenza che offusca la vista della realtà. Una nebbia tutta personale che vela le sofferenze e l'irrazionalità del vivere con un manto di illusione.

L'illusione di chi continua a "dormire, forse sognare", in una dimensione alterata, falsata rispetto al mondo esperenziale dei fatti.


nebbbia

Ma è un livello chimerico che ci consente anche di rimanere estranei alle dinamiche dolorose del vivere quotidiano e di proteggerci, così, dai dolori inevitabili di un esistere consapevole.

In un impeto di estrema sincerità, ognuno di noi potrebbe ammettere che la sua vita è intessuta di sforzi continui e incessanti volti al mantenimento di un equilibrio fra volontà personale e richieste esterne, un bilanciamento, in altre parole, che dia serenità e sia in qualche modo prevedibile.
.................

Abbandonarsi alla pura esistenza, al suo scorrere lento eppur continuo nel tempo, ma nella dimensione privata, intima, che ognuno sente fluire nei propri vissuti...

Una sorta di abbandono orientale, in altri termini, a vivere il proprio Io, a sentire il proprio corpo in rapporto alla spiritualità e considerare il mondo come null'altro che una propaggine sfocata dell'interpretazione del soggetto.

giardino zen

In questo livello della psiche tutto è personale, tutto è annullabile con la sola chiusura degli occhi.
Abbassando le palpebre, il mondo scompare e, con esso, i suoi trambusti, le sue sofferenze.

Ma questo non è il destino dell'uomo: non è suo destino vivere lontano dai dolori; non è suo destino abbandonare doveri e responsabilità, rifugiarsi lontano dal clamore del mondo.

E così, nella solitudine di un monastero o di una capanna, l'individuo resta in compagnia dei suoi simili, attraverso le immagini che la sua mente produce, attraverso le forme che emergono dal suo mondo inconscio per mostragli la sua appartenenza al genere umano.

Perché l'individuo sembra non essere e non poter essere mai solo, dal momento che emergono i fantasmi di un passato ancestrale, immagini simboliche che ricordano all'uomo la sua appartenenza al mondo. 


fog

Da L'Ombra del dubbio di Aldo Carotenuto - tascabili Bompiani.

Tutte le immagini di questo post sono prese dal web

mercoledì 25 luglio 2012

Esperienza e perdita



E' indicativo: la nostra prima esperienza è una perdita.


Poco prima eravamo un tutto, un'entità indivisibile, ogni forma di esistenza ci era inseparabile ed ecco che ad un tratto, costretti a nascere, non diventiamo altro che una particella residua dell'essere la quale, da quel momento in poi, deve sforzarsi di non subire nuove limitazioni per conservarsi nel mondo sempre più vasto che le si erige dinanzi, quel mondo nel quale cadde dalla sua pienezza cosmica.


Così, in un certo senso, la prima esperienza che si vive è del passato, un rifiuto del presente;
il primo "ricordo", come lo chiameremo più tardi, è nello stesso tempo uno shock, una delusione per aver perduto ciò che non c'è più e insieme il persistere della consapevolezza, della certezza che dovrebbe esserci ancora.


Queste parole appartengono a Lou Andreas Salomè, Il mito di una donna, Autobiografia, 1951 e sono riportate da Aldo Carotenuto nel suo libro AMARE TRADIRE - ed. Bompiani.
  


mercoledì 20 giugno 2012

Sragionare a causa del caldo?

Certo, può essere il caldo, comunque un'esigenza pressante mi ha portato a riaprire un libro, letto tempo fa:
"Amare Tradire"  di Aldo Carotenuto e, senza scegliere, ho aperto a caso.
Così leggo:


"Una relazione autentica non esclude dal suo scenario la dimensione del dolore.
Perché in una relazione autentica i due partner non nascondono l'un l'altro il continuo mutamento della vita, l'oscillare costante, la precarietà che ci fa sentire un giorno pieni, un giorno svuotati, un giorno ostili e offesi.


Non volere tener conto della sofferenza significa anestetizzare almeno metà dell'esperienza di essere vivi, e quando a questo progetto di rimozione si lavora in due, il matrimonio si trasforma diabolicamente in una complicità nevrotica.


Il matrimonio d'anima, invece, diviene possibile solo come unione di due solitudini.


Scrive il poeta e saggista messicano Octavio Paz in Il labirinto della solitudine (1959, p. 250):


"L'amore è uno degli esempi più evidenti di quel duplice istinto che ci induce a scavare e ad affondare in noi stessi e, contemporaneamente, ad uscire da noi e realizzarci nell'altro: morte e ricreazione, solitudine e comunione." 


L'uomo, sostiene Paz, è al tempo stesso nostalgia e ricerca di comunione.
Nel momento in cui egli sente se stesso, si sente anche come mancante dell'altro e, dunque, come in solitudine.
(...)"



Poi penso che da stamattina, continua a suonarmi nella testa, una vecchia canzone di Alain Barriere, Vivrò



Ormai
so che sempreeee e cosiiiiiii'. 
Vorrei 
che finisse
con te. 
Ma pooooi 
tutto continuerà. 
Vivrò
anche senza di te...

E mi rendo conto che sono a un passo da un colpo di sole....


Ah, giusto, l'immagine è presa dal web, anche questa in maniera casuale.

sabato 21 aprile 2012

Sull'arte di diventare se stessi




Scrive Aldo Carotenuto in "Amare tradire"


Quest’arte di diventare se stessi non è incoraggiata dalla logica collettiva, perché la logica collettiva, colta al mantenimento della uniformità, vede nella diversità e nella differenziazione l’incombere di una minaccia. 


E’ per tale ragione che fin dalla nascita possiamo provare una sensazione strana come individui separati: la sensazione di essere degli intrusi, di non avere diritto di cittadinanza nella realtà.


Via via che i rapporti si moltiplicano nella nostra esistenza, l’impressione di non avere diritto a uno spazio, il proprio spazio, può intensificarsi: ci si si può sentire come quasi tutti i personaggi di Kafka, senza ‘carte in regola’.


Eppure saranno proprio la coscienza di questa emarginazione la rivendicazione del proprio ‘posto al sole’, la consapevolezza della propria unicità e diversità a indicare il percorso della individuazione.


E’ necessario infatti accorgersi che qualcosa è stato sottratto alla propria identità, perché tale si configura il tradimento primario, il più arduo da affrontare e dalla cui minaccia nessuno è risparmiato.
Zelig - Woody Allen e Mia Farrow
Scena del film Zelig di Woody Allen


Dobbiamo renderci consapevoli inoltre del fatto che insieme alla percezione di essere stati attesi "diversi" da come siamo si fonde lo stupore d’essere quindi stati rifiutati per come effettivamente siamo.


"Si tratta di dire di sì a se stessi, di porsi dinnanzi a se stessi come il compito più grave” sostiene Jung.


E’ questa la più grande opera d’arte che ci sia dato realizzare: possiamo lavorare e applicarci a ogni campo, ma l’opera di cui siamo i grandi artisti, i veri maestri, è la nostra individualità, e per conseguirla dobbiamo raggiungere la nostra dimensione più profonda.


Fonte: “Amare tradire” di Aldo Carotenuto – pag. 26 – Tascabili Bompiani

martedì 17 gennaio 2012

Senza catene: Isadora Duncan


Per quanto cerchi di frugare nella mia memoria, non riesco a ricordare come la figura di Isadora Duncan sia entrata nella mia vita.
Nella vita di una bambina quale ero io, quando venni in qualche modo a sapere dell'esistenza di questo personaggio? Personaggio che subito adorai, come si può adorare un simbolo, un'idea.
Uscì anche un film su Isadora Duncan dal titolo "Isadora" interpretato da Vanessa Redgrave. Questo all'incirca negli anni '70.

Comunque voglio arrivare a lei attraverso un libriccino di Aldo Carotenuto: Jung e la cultura del XX secolo - edito da Bompiani.
Secondo l'Autore, esistono straordinarie affinità nella visione del mondo di Isadora Duncan e di Carl Gustav Jung. Scriveva la Duncan:


"Lunghi giorni e lunghe notti ho trascorso nel mio studio ricercando quella danza che potrebbe diventare l'espressione divina dello spirito umano attraverso il movimento del corpo"


Isadora Duncan


Anche lei, come Jung, ricercava nelle origini dell'umanità, nella ricchezza del mito e dell'immaginazione mitica quella conoscenza iniziatica che fosse insieme conoscenza dell'ethos e del bello, che riunisse la vitalità sensuale della natura con l'aspirazione spirituale verso la Bellezza.


Per raggiungere tale ideale occorreva in principio approntarsi a un'opera di destrutturazione della rigidità e del formalismo in cui si era cristallizzata l'arte del balletto, incapace ormai di dare forma al vitalismo profondo e all'istinto creativo dell'uomo.


Così la danzatrice, in nome della "naturalità", rompe gli schemi, elimina i "Passi" e le "pose" del balletto  così come i costumi che costringono il corpo: danza a piedi nudi e si veste di leggeri tessuti che rivelano il corpo.


La regola fondamentale cui il danzatore dovrà attenersi è quella di ascoltare la propria anima ed esprimersi con movimenti del corpo che siano in armonia con quelli della terra. 


Il programma di affrancare la danza dalle catene di uno schematismo senz'anima rivela profonde affinità  con la teorizzazione di Jung sull'istinto creativo.


La danza è energia liberata: "Ogni cosa aspira a svilupparsi secondo l'energia che agisce in essa. Dove questo impulso al movimento non è incatenato, ostacolato e piegato, là c'è libertà".



domenica 18 dicembre 2011

Vi è una nebbia nella nostra esistenza ...

""Vi è una nebbia nella nostra esistenza, che offusca la vista della realtà. Una nebbia tutta personale che vela le sofferenze e l'irrazionalità del vivere con un manto d'illusione.
L'illusione di chi continua a "dormire, forse sognare" in una dimensione alterata, falsata rispetto al mondo esperienziale dei fatti.
Ma è un livello chimerico che ci consente anche di rimanere estranei alle dinamiche dolorose del vivere quotidiano e di proteggerci, così, dai dolori inevitabili di un esistere consapevole.
(...)
Abbassando le palpebre il mondo scompare e, con esso, i suoi trambusti e le sue sofferenze.
...
Volere, volere fortemente, può significare credere nella possibilità che un nostro desiderio si realizzi, anzi considerarlo già appagato.


Ma 'quando' la perfetta corrispondenza tra desideri e appagamento è stata così piena da indurci a serbare per sempre il ricordo e la nostalgia di essa? Anzi, da obbligarci a vivere in un perenne stato di ricerca, di inappagamento, di insoddisfazione?


Basta osservare il volto estasiato di un bambino tra le braccia della madre, ammirare la serenità del suo sonno, l'abbandono delle sue braccia, la limpidezza del suo ridere, per capire chi ogni uomo vorrebbe essere. Un bambino.


infanzia


"Riportatemi alla mia infanzia, prendetevi cura di me, cullatemi tra le vostre braccia e non lasciatemi cadere!" : questo, la parte più intima di un uomo, chiede in silenzio, nel suo angoletto remoto dell'anima. Perché è indubbio che la bellezza di quella fase della vita - il dare nome alle cose, il poter tornare comunque da una madre amorevole, approdare a una base sicura (Bowlby, 1988)
 dopo una esplorazione "rischiosa" nel bosco del reale - sia una condizione allettante.
Tanto più che la conosciamo bene, semplicemente per averla vissuta anche noi, tempo fa, per aver sperimentato la piacevolezza del potere sugli altri, dell'avvertire la presenza di una persona che adatti i suoi bisogni ai nostri, che regoli i ritmi della sua quotidianità  in funzione dei nostri vagiti""


Ho copiato questi brevi stralci da "L'Ombra del dubbio" di Aldo Carotenuto - Tascabili Bompiani

martedì 29 novembre 2011

Seconda vista



"Tutto ruota intorno al dramma di chi, come Kafka, Dostoevskij, Pasolini, è condannato a vivere una vita da esule nel mondo, proprio perché in possesso di 'seconda vista' che ha loro permesso di comunicare, come nessuno psicologo riuscirà mai a fare, le passioni segrete dell’Io, le sue cadute, le perversioni e le aspirazioni. Questo fenomeno racchiude il segreto della loro vocazione, e spiega le motivazioni che spingono molti scrittori, in maniera diversa e per fortuna non sempre così lacerante, a scrivere. Jorge Semprun, poeta e scrittore sopravvissuto alle deportazioni naziste diceva: “Io non possiedo altro che la mia morte, per dire la mia vita. È necessario che io crei della vita, attraverso questa mia morte e, il modo migliore per giungere a questo, è la scrittura"


Da "Oltre la terapia psicologica" di Aldo Carotenuto - Bompiani, pp. 365

giovedì 10 novembre 2011

Attraversare la vita



Personalmente ho sempre pensato che per capire l'Altro, occorra aver provato le sue esperienze.
Trovo quindi in questo libro come una conferma ...


(Estratto dal libro di Aldo Carotenuto)


I momenti in cui siamo più autentici, paradossalmente sono quelli in cui siamo più "folli", disancorati dalla realtà: come quando sogniamo. 


Allora ogni cosa assume un significato più vero, quasi viscerale. L'amore, la morte, la bellezza, il dolore non sono più soltanto metafore di quella vignetta che è la vita quotidiana, con i suoi inutili affanni e falsi dilemmi, ma i nostri amori, la nostra morte, il nostro dolore... 


È inutile ingannarsi sulle possibilità altruistiche dell'animo umano: comprendiamo il dolore altrui solo quando lo abbiamo vissuto in prima persona. Le immagini di morte che ci rimandano i nostri televisori non ci colpiranno quanto la morte di una persona amata. La Fame di un bambino del Terzo Mondo non sarà mai la nostra fame o quella di nostro figlio. 


La personalità costituisce un tratto, una bellezza interna, una forza che dà luce al nostro sguardo, una veridicità che ci rende unici. Ma in questo percorso di auto-conoscenza dobbiamo arrenderci all'idea che "l'uomo è misura di tutte le cose" in quanto non esiste comprensione che sia estranea ai propri limiti esperienziali. 


Conosco nella misura in cui ho vissuto. La riflessione su se stessi è un compito difficilissimo che viene attivato, per alcuni, soltanto in determinate circostanze della vita. È per questo che il viaggio che mi propongo di descrivere ha il limite di una imprescindibile insondabilità: è l'esperienza di un singolo uomo e di come "vede" il mondo.


"Attraversare la vita" - Aldo Carotenuto - ed. Bompiani


Da Centro Studi Psicologia Letteratura

lunedì 31 ottobre 2011

James Hillman


Scrive Ivan Battista Su Il Futurista di sabato scorso:




Giovedì scorso (27 ottobre) se ne è andato James Hillman, uno degli psicologi junghiani più famosi e affascinanti al mondo. 


I suoi libri ci hanno tenuto compagnia confortandoci per decenni oltre che fornirci spunti di riflessione validi per la nostra formazione di psicologi e psicoterapeuti. 


Anima, Fuochi blu, il coinvolgente e seguibile best seller Il codice dell’anima, Il mito dell’analisi, Il sogno e il mondo infero, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, La forza del carattere, La vana fuga dagli Dei, Puer aeternus, Re-visione della psicologia, lo straordinario Saggio su Pan, lo sconcertante e attualissimo
Un terribile amore per la guerra, sono solo alcuni tra i suoi scritti più importanti. 


Statunitense nato ad Atlantic City, classe 1926, si è spento a causa di un tumore osseo nella sua casa di Thompson nel Connecticut, respingendo, in piena coerenza coi suoi convincimenti, le cure più invasive che avrebbero potuto compromettergli la lucidità del pensiero. 


Laureato in medicina, si forma al Carl Gustav Jung Institute e giunge a rivedere il pensiero del grande psichiatra svizzero fornendo una nuova lettura della teoria degli archetipi. 


Era amico di Aldo Carotenuto, altro grande junghiano scomparso nel 2005 e che fu uno dei miei maestri. A volte, quando ero da Aldo, sentivo che lo chiamava al telefono e che parlavano, scambiandosi idee e suggerimenti, Aldo col suo inconfondibile accento italo americano. 


In psicoterapia il merito più rilevante di Hillman è stato quello di aver cambiato il rapporto tipicamente medico tra terapeuta e paziente e di aver focalizzato due importanti dinamicità psichiche: l’archetipo e l’anima. Io l’ho conosciuto soltanto attraverso i suoi scritti e qualche intervista televisiva, ma il suo tocco di scrittore fluido e seguibile e la sua onestà di pensiero me lo hanno reso molto caro. 


Periodicamente riprendo in mano le sue opere perché, essendo portatrici di alta qualità, a distanza di tempo tra una lettura e l’altra, riescono a fornirmi di continuo cose nuove e formative in consonanza con la mia crescita umana e professionale. 


Fondatore della psicologia archetipica, oltre ad aver sviluppato ed esaminato il pensiero di Jung, creò nel 1980 il Dallas Institute of Humanities and Culture. 


Soprannominato il poeta dell’anima, per la grazia del suo pensiero, ultimamente aveva tralasciato l’inconscio collettivo, i simboli e gli archetipi virando verso l’interpretazione degli avvenimenti sociali.


Chiunque investighi il senso della vita non può non prendere in mano i libri di James Hillman, sfogliarli e restare incantato dall’originalità delle riflessioni di questo grande psicologo. Addio James e grazie con tutta l’anima per quello che ci hai trasmesso e offerto per sempre."

sabato 9 luglio 2011

Inseguendo una voce

"Esistono individui segnati da un particolare destino di solitudine: per costoro è necessario il lento travaglio di una ricerca interiore, che si nutra di silenzio e del confronto con quelle immagini eterne con cui la psiche parla di sè e del suo mistero.

Per costoro l'esistenza non è una change da sfruttare al meglio, senza stare lì a chiedersi perché ci è stata data, ma un bene da strappare alle tenebre dell'inconsapevolezza, la conquista alla luce di un segreto sepolto nel fondo dell'essere, la ricerca dolorosa di un compimento che non sempre la morte suggella.

La solitudine diventa una presenza costante, il luogo che ripara dalla minaccia di un troppo prolungato commercio con gli altri che rischierebbe di interrompere l'esercizio interiore del silenzio.

Attraverso la solitudine essi  salvaguardano una zona di penombra del loro essere, una zona di segretezza e di non comunicazione indispensabile per difendersi dall'assedio dell'ovvio e del banale, per non dover sentire più il cicaleccio incessante di chi non ha niente da dire. ..."

Da "Vivere la distanza" di Aldo Carotenuto - Studi Bompani editore

martedì 28 giugno 2011

Individualità e solitudine

"La solitudine intesa come esercizio, come addestramento all'individualità, non si identifica necessariamente con il disinteresse per il mondo, ma con la volontà di non lasciarsi costringere e imprigionare dal mondano ....
Infatti, come scriveva il filosofo Enzo Paci (1963-74) il vero esercizio della solitudine e del silenzio è un addestrarsi allo stile della propria soggettività"

Non si tratta dunque di un desiderio di solitudine come via di fuga dalla tensione della vita quotidiana e come strumento di rigenerazione, insomma della solitudine 
che possiamo conquistare con una vacanza in qualche paradiso esotico.

Piuttosto si tratta della solitudine che nasce dalla consapevolezza che ciò che definisce e conferma la nostra identità non è certo quell'insieme anonimo di convenzioni sociali e di compiti stereotipati che possono servire tutt'al più a etichettarci e catalogarci, ma  qualcosa di assai più profondo e vitale con cui dobbiamo trovare un contatto, sintonizzandoci, per così dire, sulla sua lunghezza d'onda e filtrando l'incessante brusio di fondo fino a isolarci, se e finché sarà necessario.
Perché in quel silenzio potremo finalmente aprire il dialogo con la nostra anima."

Aldo Carotenuto - Vivere la distanza - Studi Bompani -

martedì 7 giugno 2011

Il fantasma dell'infanzia

" Fin da bambino io ricercavo la solitudine, e mi trovavo meglio là dove potevo abbandonarmi indisturbato a me stesso. 
E ciò avveniva di solito nell'aperto tempio della natura, dove gustavo le gioie più vere" 
(Nietzsche 1858, 15)


... Sappiamo bene che la qualità dell'affetto che un essere umano può comunicare a un altro ha sempre una sua tensione, più o meno intensa, proiettiva. Nel caso delle coppie, come i partner di un rapporto di amicizia, accade spesso che il legame si incrini o si appesantisca proprio a causa di una eccessiva tendenza a proiettare contenuti psichici propri nell'altro.
Capita così di essere accusati di tradimento, di poca solerzia d'amore - e chissà quali altre colpe ancora - semplicemente perché ci si fa carico  di ciò che l'altro non riesce a percepire di sé.

Sono giochi pericolosi, che possono guastare qualsiasi relazione; tuttavia non è detto che si tratti di guasti irrimediabili, quando si è tra adulti... 



Diversamente, nell'infanzia si è più sensibili e indifesi nei confronti delle dinamiche proiettive o dei meccanismi nevrotici degli adulti. Il bambino, che dipende interamente  dal genitore per la soddisfazione dei suoi bisogni affettivi, impara prima di ogni cosa, e a sue spese, a entrare in sintonia con i desideri della madre...
Ogni bambino ha uno speciale intuito nel captare le comunicazioni inconsce, o comunque non verbali, dell'adulto e nel sintonizzarsi esattamente sull'onda emotiva dell'altro, raggiungendo così una comprensione profonda del suo stato d'animo, anche se su un registro essenzialmente emotivo.

Da "Vivere la distanza" di Aldo Carotenuto - Studi Bompani Editore.

Immagine presa dal web

giovedì 26 febbraio 2009

Il labirinto

Riprendo il discorso sul labirinto da una angolazione diversa, quella di Aldo Carotenuto nel suo libro "Vivere la distanza".

"Il labirinto è la rappresentazione, estremamente complessa, di un percorso di iniziazione, al termine del quale ci auguriamo di aver conseguito una meta, nuovamente pronti per accettare una nuova sfida.

E' questo il compito del vivere: un continuo superamento dei confini dell'Io, una perenne iniziazione al vivere stesso.

Potrà essere una iniziazione religiosa, esoterica, o una prova destinata all'eroe, comunque sia è un cammino, un passaggio da un livello di consapevolezza ad un altro, da un piano di esistenza ad un altro, da una condizione psicologica ad un'altra.

Nessun uomo nasce con la consapevolezza di cosa sia necessario per vivere psicologicamente, per sviluppare tutte le proprie potenzialità. Esiste un mondo esterno alla coscienza e un firmamento interiore, entrambi destinati a perturbarla, a mutarla, a farla evolvere.

Esistono situazioni della vita in cui accade che la coscienza sia chiamata ad una particolare sofferenza e lacerazione, perché la visione del mondo sua propria non è più capace di nutrirla, di sostenerla e maturarla.
Sono momenti di profonda introversione, di regressione, di ritiro dall'investimento sulle cose, sul lavoro, sugli eventi esterni.

Ed è spesso in tali momenti che l'individuo in crisi, si sente come in un labirinto, "senza via di scampo, intrappolato in una dimensione di cui non conosce lo sbocco.

Difficilmente, quando si è in una fase di profonda introversione, di ritiro dal mondo, e si ritiene di essere finiti in un vicolo cieco, si ha la percezione di vivere una "prova iniziatica".

Ma, se ne avessimo coscienza, cambierebbe il nostro modo di essere presenti a noi stessi ed alla sofferenza che viviamo.


da "Vivere la distanza" - Aldo Carotenuto - Studi Bompani

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