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mercoledì 18 aprile 2012

Uno stralcio da uno scritto di Frei Betto


Chi sia Frei Betto, lo si può trovare su Wikipedia qui 
Di lui non ho letto per intero, nessun libro.
Mi ha colpito soltanto una sua frase che mi sembra si possa adattare alla vita di tutti in determinati momenti.


Immagine di Nathan Ota


Quando l'essere umano abbandona l'immaginazione creatrice, il suo futuro gli appare come minaccia. Il nuovo gli fa paura. Quindi si rifugia nella nostalgia, come se nel passato stesse il migliore dei mondi. E' una sorta di ritorno all' Eden biblico, al "paradiso perduto" di Milton, alla sicurezza dell'utero materno diagnosticata da Freud.


Frei Betto (domenicano e scrittore, autore fra l'altro della biografia di Gesù "Uomo tra gli uomini" (Sperling & Kupfer) 





martedì 3 aprile 2012

Martedì piovoso e ... proustiano


Stamattina pioviggina, non una vera pioggia, ma una pioggerellina quasi invisibile non fosse per l'asfalto lucido e le siepi come più verdi ...
Siamo nella settimana di Pasqua e a me la Pasqua, più del Natale, mi riporta ricordi piacevoli dell'infanzia.
Ovviamente mi sento un po' "proustiana ..."


Maramures.jpg


Sorvolavo rapidamente su tutto questo, imperiosamente sollecitato com'ero, a cercare la causa di quella felicità, del carattere di certezza con cui si imponeva, ricerca un tempo rinviata. 
Ora, quella causa, la presagivo paragonando tra loro quelle diverse impressioni beate e che avevano questo in comune: che avvertivo il rumore del cucchiaio sul piatto, la disuguaglianza del lastricato, il sapore della madeleine nell'attimo presente e al tempo stesso in un istante lontano, al punto di far sconfinare il passato sul presente, di esitare non sapendo in quale dei due mi trovassi; a dire il vero, l'essere che allora assaporava in me quell'impressione, la assaporava in ciò che essa aveva di comune in un giorno remoto e nel presente, in ciò che aveva di extratemporale, un essere che appariva solo quando, per una di quelle identità tra il presente e il passato, poteva trovarsi nell'unico ambiente in cui potesse vivere, gioire dell'essenza delle cose, vale a dire al di fuori del tempo. 
Ciò spiegava perché le mie inquietudini a proposito della mia morte fossero cessare nel momento in cui avevo riconosciuto inconsapevolmente il sapore della piccola madeleine, poiché, in quel momento, l'essere che ero stato, era un essere extratemporale, e dunque incurante delle vicissitudini dell'avvenire. 
Viveva della sola essenza delle cose, e non poteva coglierla nel presente dove, non entrando in gioco l'immaginazione, i sensi erano incapaci di fornirgliela; lo stesso avvenire verso cui tende l'azione la abbandona a noi. 
Quell'essere non era mai venuto a me, non si era mai manifestato se non al di fuori dell'azione, del godimento immediato, ogni volta che il miracolo di un'analogia mi aveva consentito di sfuggire al presente.
Lui solo aveva il potere di farmi ritrovare i giorni passati, il tempo perduto, dinanzi al quale gli sforzi della mia memoria e della mia intelligenza si arenavano sempre.


Marcel Proust,  La Recherche.  Einaudi, 1950.

domenica 18 dicembre 2011

Vi è una nebbia nella nostra esistenza ...

""Vi è una nebbia nella nostra esistenza, che offusca la vista della realtà. Una nebbia tutta personale che vela le sofferenze e l'irrazionalità del vivere con un manto d'illusione.
L'illusione di chi continua a "dormire, forse sognare" in una dimensione alterata, falsata rispetto al mondo esperienziale dei fatti.
Ma è un livello chimerico che ci consente anche di rimanere estranei alle dinamiche dolorose del vivere quotidiano e di proteggerci, così, dai dolori inevitabili di un esistere consapevole.
(...)
Abbassando le palpebre il mondo scompare e, con esso, i suoi trambusti e le sue sofferenze.
...
Volere, volere fortemente, può significare credere nella possibilità che un nostro desiderio si realizzi, anzi considerarlo già appagato.


Ma 'quando' la perfetta corrispondenza tra desideri e appagamento è stata così piena da indurci a serbare per sempre il ricordo e la nostalgia di essa? Anzi, da obbligarci a vivere in un perenne stato di ricerca, di inappagamento, di insoddisfazione?


Basta osservare il volto estasiato di un bambino tra le braccia della madre, ammirare la serenità del suo sonno, l'abbandono delle sue braccia, la limpidezza del suo ridere, per capire chi ogni uomo vorrebbe essere. Un bambino.


infanzia


"Riportatemi alla mia infanzia, prendetevi cura di me, cullatemi tra le vostre braccia e non lasciatemi cadere!" : questo, la parte più intima di un uomo, chiede in silenzio, nel suo angoletto remoto dell'anima. Perché è indubbio che la bellezza di quella fase della vita - il dare nome alle cose, il poter tornare comunque da una madre amorevole, approdare a una base sicura (Bowlby, 1988)
 dopo una esplorazione "rischiosa" nel bosco del reale - sia una condizione allettante.
Tanto più che la conosciamo bene, semplicemente per averla vissuta anche noi, tempo fa, per aver sperimentato la piacevolezza del potere sugli altri, dell'avvertire la presenza di una persona che adatti i suoi bisogni ai nostri, che regoli i ritmi della sua quotidianità  in funzione dei nostri vagiti""


Ho copiato questi brevi stralci da "L'Ombra del dubbio" di Aldo Carotenuto - Tascabili Bompiani

domenica 27 marzo 2011

Le api sono gocce di miele

Le api sono grosse gocce di miele.                                         
Le api portano le pergole al sole.
Le api sono venute volando via dalla mia giovinezza.
Anche queste mele vengono di là
queste mele pesanti.

E questa strada di polvere dorata
e questi sassi bianchi in riva al fiume
e la mia fede nei canti
e il fatto che io non invidi nessuno
e anche questa giornata senza nubi viene di là
questa giornata azzurra

e questo mare che sta disteso nudo e caldissimo
e questa nostalgia
e i denti luminosi di questa bocca dalle labbra carnose
son venuti al villaggio caucasico tra le zampette delle api
come grosse gocce di miele
dalla mia giovinezza.

Dalla mia giovinezza che io ho lasciata non so dove
e di cui non mi sono potuto saziare.

1938  Hikmet - Poesie - Ed. Newton


sabato 6 dicembre 2008

Nostalgia


Nostalgia

In greco «ritorno» si dice nóstos.
Algos significa «sofferenza».
La nostalgia è dunque la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare.
Per questa nozione fondamentale la maggioranza degli europei può utilizzare una parola di origine greca (nostalgia, nostalgie), poi altre parole che hanno radici nella lingua nazionale: gli spagnoli dicono añoranza, i portoghesi saudade.
In ciascuna lingua queste parole hanno una diversa sfumatura semantica. Spesso indicano esclusivamente la tristezza provocata dall'impossibilità di ritornare in patria. Rimpianto della propria terra. Rimpianto del paese natio.
Il che, in inglese, si dice homesickness. O, in tedesco, Heimweh. In olandese: heimwee. Ma è una riduzione spaziale di questa grande nozione.
Una delle più antiche lingue europee, l'islandese, distingue i due termini: söknudur: «nostalgia» in senso lato; e heimfra: «rimpianto della propria terra». Per questa nozione i cechi, accanto alla parola «nostalgia» presa dal greco, hanno un sostantivo tutto loro: stesk, e un verbo tutto loro; la più commovente frase d'amore ceca: styská se mi po tobe: «ho nostalgia di te»; «non posso sopportare il dolore della tua assenza».
(Milan Kundera – L’ignoranza – Edizioni Adelphi, pag. 11)

Varsavia, 1960



Varsavia, 1960. Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me.

Non dico che fosse la mia ombra.

Mi stava accanto al buio.

Non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi.E io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno.Durante il sonno la nostalgia non si è separata da me.

Non dico che fosse fame o sete o desiderio del fresco nell’afa o del caldo nel gelo.

Era qualcosa che non può giungere a sazietà.Non era gioia o tristezza non era legata alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi.

Era in me e fuori di me.Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia.

(Nazim Hikmet – Poesie d’amore – Oscar Mondatori)

L'impermeabile giallo

Ha un impermeabile giallo, da marinaio. Lo ha acquistato ieri in un piccolo negozio dove vendevano anche marmellate, cioccolatine, mangime per uccelli, maschere da mare, liquori dai colori velenosi.

“Mamma, guarda che bello, è del colore degli stivali di gomma, lo compriamo?”
La donna lo infila nel cestino di plastica. Si avvicinano alla cassa ed escono per tornare a casa, dopo la spesa.
Il cielo è color opale, glielo ha detto la mamma e lui non sa che cos’è un opale. Chissà perchè quella parola sconosciuta gli fa pensare ad un pianeta lontano, di qualche galassia sperduta. Un pianeta grigio e fumoso di freddo.
Il cielo non promette bene e la sera non ci sono le stelle. L’estate è finita e bisogna infilarsi il golf per uscire a passeggio.
La notte ci sono stati tuoni e lampi e lui si è svegliato felice: “Mamma andiamo sulla spiaggia bagnata? Mi metto l’impermeabile e gli stivali.”

Escono lui e la mamma nella mattina di settembre. La spiaggia è quasi deserta e il mare ha il colore del cielo, immobile, irreale dopo la tempesta.

Si allontana solo, a grandi passi sprofondando orme nella sabbia bagnata. Ogni tanto si volta per guardare la madre che lo segue con gli occhi.

“Mamma mamma vieni, il mare ha portato le conchiglie”

La madre sbuffa, ma si avvicina lentamente, stringendosi la giacca per il freddo cui non si era più abituati.

Passeggiano sulla battigia e cadenzando una danza, si piegano a turno per raccogliere sassi di vetro e conchiglie.

Incontrano un uomo, la madre lo guarda e lo saluta. L’uomo lo accarezza sulla testa e gli chiede come si chiama. Lei risponde, ma ha fretta di andarsene. Lui pensa che è infastidita dal fatto che l’uomo li ha interrotti nella loro ricerca. L’uomo gli sembra imbarazzato e si allontana.

La madre lo prende per mano, è una mano nervosa, devono tornare. Lui non capisce, ma una strana sensazione gli impedisce di insistere. Alza gli occhi e incontra quelli di sua madre, lo stesso grigio del cielo e del mare. Torneranno azzurri con il bel tempo.

“Mamma cos’hai?”
“Solo un po’ di nostalgia”.

“Che cos’è la nostalgia?”

“Quando vorresti che qualcosa tornasse e non può tornare”.

“Torneremo sulla spiaggia?”

“Non lo so, forse”.

La nostalgia ha i contorni freddi di una giornata di settembre, la quiete solitaria dopo la tempesta.

" Anteprime" di Micol Perfigli
Racconti e poesie
da: Vertici Network

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