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martedì 26 marzo 2013

La legge del formicaio sovrasta ogni formica




Forse l’avete letto in molti, ma mi piace trascrivere questa intervista di Antonello Caporale ad Ascanio Celestini



Ascanio Celestini usa le parole come un muratore fa con le pietre. Messe una sull'altra  oppure lasciate a terra, tenute strette da un bisogno, da un sogno, da una bestemmia, realizzano un pensiero, ci conducono al fondo dei nostri dubbi. 

Vive in una borgata romana, “dieci centimetri sotto l’appartamento dove sono nato. La mia bottega è quella di mio padre, e mia moglie è figlia del nostro ex portiere. Ci stiamo costruendo una casa nuova nella parallela della via dove abito. Tutta la mia vita in cento passi o poco più”.

Dalla borgata la crisi si vede più nera: “Cambiano i volti, sono facce scure, mediamente sole, e pronunciano parole violente. Frequento il bar e lì guardo e ascolto”.

-      La violenza ci difende dalla paura, non ti pare?
-       
“Dalla solitudine direi. A Morena, il nome della mia borgata appena dietro Ciampino, non c’è abitante che non abbia sgobbato una vita. Uno, due, tre lavori insieme. Hanno la lavatrice (la lavastoviglie non tutti), ma due o tre televisori e il computer e la verandina e il sottotetto. Hanno il salotto e la cucina Scavolini. Ma sono soli. Si sono costruiti una solitudine con grande fatica. E vedono quel minimo senso di benessere sfuggirgli di mano, andarsene via”.

Soli e disperati.

“Ti ricordi trent'anni fa cos'era un partito? La Dc o il PCI.  Se io e te eravamo iscritti al partito, o solo simpatizzanti o anche semplici elettori, avevamo punti di vista comuni. E il nostro punto di vista era in qualche modo simile a quello del segretario del partito. Era una comunanza di sguardo: guardavamo lo stesso orizzonte. Ed eravamo felici di esserlo”.

Era la comunione.

“Il mio destino è il tuo, la mia pena la tua, la mia felicità simile a quella che provi tu. La mia vita è un po’ la tua”.

 Oggi è l’opposto.

“Oggi godo tanto di più quanto più inveisco contro di te, mi sento distante da te e ti maledico. Altro che leader, sei lontano, devi sparire, mi porti solo guai. Sei un incompetente, un truffatore. E rubi, è il minimo che ti dico”. La crisi sconforta, e i conti li stanno pagando gli innocenti. Nessuno porta responsabilità quando invece c’è. Non è che si diventi cattivi perché l’umore cambia.

giovedì 24 gennaio 2013

Firmiamo, è un nostro OBBLIGO!




AMNESTY INTERNATIONAL - SEZIONE ITALIA


  Firmiamo TUTTI e diffondiamo. Occorre provarci, stavolta, senza sì, senza ma.


Questo sotto è il link a Amnesty International Italia



http://www.ricordatichedevirispondere.it/

mercoledì 26 dicembre 2012

Piccole virtù


Dopo avere letto “Lessico famigliare”, diversi anni fa, ho sempre amato Natalia Ginzburg.

Da “Le piccole Virtù” pubblicato nel 1962 dall'editore Einaudi riporto questa frase che trovo più che mai adatta ai nostri tempi.

L'Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l'incompetenza, la confusione. E tuttavia, per le strade, si sente circolare l'intelligenza, come un vivido sangue. È un'intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d'un ingannevole, e forse insensato, conforto.

Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg
Natalia Ginzbrurg

martedì 11 dicembre 2012

A proposito dell'aforisma di Umberto Saba, proposto ieri


 Tra gli aforismi di ieri, ne ho postato uno di Umberto Saba, grande e indiscusso poeta del secolo scorso.

L'aforisma è questo:
Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.

Per quelle strane coincidenze che a volte si verificano, stamattina guardando il sito dell'editore Einaudi, ho trovato un articolo di Walter Barberis che, in una sua recensione del libro L’Italiano di Giulio Bollati, scrive quanto segue:


"In omaggio a L’Italiano di Bollati, e per una possibile definizione della fisionomia dell’italiano, tre considerazioni.

La prima, desunta da una Scorciatoia di Umberto Saba: «Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuta in tutta la sua storia – da Roma a oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe.


Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, […]. Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione.
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli».

 
Risultato: ancora oggi reclamiamo una memoria condivisa, piagnucoliamo sulla mancata elaborazione dei nostri lutti familiari, diciamo di volere una reductio ad unum e intanto moltiplichiamo i giorni della memoria, ciascuno in rappresentanza delle molte fazioni che continuano allegramente, e tignosamente, a popolare il nostro Paese. 

Seconda considerazione: questa frammentazione e questi antagonismi interni sono stati un pezzo fondamentale della storia italiana, persino nei momenti universalmente giudicati virtuosi. 

La civiltà urbana radicata nel comune medievale fu tutta una cornucopia di esiti artistici e commerciali, di opulenze e di ostentazioni: Firenze, Milano, Roma, Genova, Venezia, ma naturalmente Siena, Pisa, Mantova, Ferrara, Urbino e molto molto altro. 

Ciascuna di queste realtà, tuttavia, giocò la sua partita contro le altre, mosse guerra alle altre, si estenuò per sopravanzare e annichilire le altre. Non c’è manuale di storia italiana che non metta in successione la parola «Rinascimento» con la parola «crisi».



 Il seguito, per chi fosse interessato, si trova qui:
 
 Un'idea d'italiano - Un'idea d'Italia (2) Speciali Einaudi

mercoledì 17 ottobre 2012

L'italia è un paese meraviglioso

Avviso chi mi legge che tutte le vignette che seguiranno sono prese dal blog di Michele.
Non è un film di Frank Capra.












Hanno inventato un nuovo modo per dire:

nuove tasse, nuove stangate, aumenti vari, nuove 

fregature per i lavoratori

Queste parole non sono più di moda 

Troppo facili e questo non è bene, tra poco si va a 

votare

Ora si dice:  Legge di stabilità 

Le nuove fregature si chiamano così.




Mi auguro che Michele continuerà questa sua rubrica, che, con poche parole, e solo utilizzando vignette  di facile comprensione, ci fa un quadro amaramente veritiero di questo nostro paese, che un tempo è stato meraviglioso.


martedì 16 ottobre 2012

Gli onesti


Nella classifica dei paesi più corrotti UE siamo al quarto posto, dopo Bulgaria, Grecia e Romania. Ci rivorrebbe B. per salire sul podio.Trovato su Twitter

A questo aggiungo brani stralciati da un articolo di Rossella Guadagnini su Micromega


Italo Calvino

Mentre arriva in aula il ddl anti-corruzione e la società civile si mobilita per far sì che l’Italia si doti finalmente di una legge adeguata, ricordiamo l’apologo profetico di Calvino sul paese dei corrotti, scritto nel 1980.

Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti  di Italo Calvino*

C’era un paese che si reggeva sull'illecito  Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.
[……]
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. 
In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.
[…..]
Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una contro società di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una contro società che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la contro società degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos'è. 

* da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori

Fonte

venerdì 12 ottobre 2012

Notti Notturne: Pier Paolo Pasolini

Di mio estrapolo solo questo piccolo brano:






“Le belle bandiere” "Noi ci troviamo alle origini di quella che sarà la più brutta epoca della storia dell’uomo: l’epoca dell’alienazione individuale e sociale. Questo per un fiorire estremo della tecnologia che sperpera ogni tradizione culturale. La corruzione sarà il male politico da difendersi". 

Parole dette 50 anni fa da Pier Paolo Pasolini e estrapolate dal posto di Matteo Tassinari, un post a cui metto il link perché per tutti noi che stiamo vivendo ora, è,
oso dire, obbligatorio o quanto meno, necessario

Notti Notturne: Pier Paolo Pasolini



giovedì 9 agosto 2012

ANIC RAVENNA – Dal Blog di Tonino



Vorrei richiamare l’attenzione di chi solitamente mi legge ai ricordi che di tanto in tanto Tonino ci regala.
Sono veri pezzi di Storia del nostro passato.
Scrive Tonino:

“L’Ufficio Collaudi, che nel primo anno era volto ad esaminare e smistare l’enorme mole di materiale arrivato, si tramutò, pian piano in entità di archivio delle schede del macchinario ed apparecchi installati, per impianto, per tipologie, per items, per ordini, in modo da costituire il centro di raccolta delle anagrafe di ciascun componente.

Questo Data Base doveva servire per identificare tutte le caratteristiche di ciascuna macchina o apparecchio, compresi manuali, certificati di garanzia, dati di collaudo, disegni e dati anche quando, per l’ambiente di lavoro corrosivo, fossero sparite le targhette applicate sulle stesse e di costituire un archivio tecnico per i ricambi e una futura manutenzione preventiva. Per avere un’idea della dimensione, i soli motori elettrici erano più di 10.000.

Furono fatti i disegni planimetrici con la loro dislocazione con la sagoma e la relativa siglatura, per ogni impianto, in ciascuna delle 28 “isole” per l’identificazione ed un elenco di ciascun gruppo di elementi uguali, per la determinazione dei ricambi da acquistare. 

Questa fase riorganizzativa coinvolse vari disegnatori ed addetti per molto tempo. Ancora una volta io mi trovai imbrigliato nelle “Scartoffie”, che, per quanto utili, non erano il massimo delle mie aspirazioni e rischiavo di impantanarmi sempre più nella burocrazia. 

Intanto nella Fabbrica si andavano completando parti accessorie di impianti, quali la preparazione di catalizzatori, i centri distaccati di manutenzione, i servizi logistici, la mensa, i parcheggi, i magazzini dei prodotti e dei ricambi, ed altri, mentre si completavano fognature, coibentazioni, la sottostazione elettrica e, in sostituzione di una piccola caldaia provvisoria stava sorgendo un’imponente centrale termoelettrica, di tre gruppi, con tre alti camini, per la produzione di vapore e di energia elettrica. 

Da questo punto il racconto proseguirà in modo più specifico sul mio ruolo personale, ovviamente, non potendo spaziare su tutto quanto veniva evolvendo, ma quanto descritto, penso ugualmente, può essere immaginato per ogni altra attività. Mi scuso pertanto per quanti mi leggono, ai quali nomi, impianti, attività, ecc. non possono avere grande rilievo.

Alla fine Gennaio del 1962 fu costituito l’Ufficio Tecnico. Con l’Ing. Di Mattia le cose per me cambiarono completamente. Dopo qualche riadattamento fra gli addetti dell’ex Ufficio Collaudi, fu costituita la base del nuovo ufficio con quattro elementi principali: Benini alle gomme (Polimerizzazione, Butadiene), Bombardini ai derivati acetilenici, (Acetilene, Acetaldeide),io ai derivati vinilici (Acetati e PVC) ed Allegri ai servizi (CTE, Frazionamento aria, Trattamento acque e Pipe Rack). Sarebbero seguiti in seguito, per gli Azotati, Cerioni (Concimi, Gesso e Cementificio) e Rolli (Acido e Nitrico e Nitrato A.). 

Nell’Aprile del ’62 fui inviato in Germania (Wacker Chemie a Burghausen in Baviera) con un gruppo capeggiato dall’Ing. Burrai, che sarebbe poi diventato Direttore di Stabilimento, con il Dr. Fronzoni che diventerà Capo dell’Enoxi ed il Dr. Aldrighetti che poi seguirà altre attività sempre nell’ambito dell’ENI.
Lo scopo era quello di acquisire tutte le informazioni tecniche per i costruendi impianti di Acido Acetico, Acetato di Vinile e Poliacetati, ossia Colle e Gomma da masticare. Le mie poche cognizioni di Tedesco, dalla scuola, ebbero finalmente una concreta applicazione. 
ANIC _Ravenna

Questo periodo mi fu molto fruttuoso, perché tali attività mi introdussero in modo concreto e dettagliato nel mondo dell’impiantistica della chimica, della progettazione, dei materiali, delle normative, della conduzione, della manutenzione e di tutti gli aspetti tecnici.

Al ritorno, Capo Ufficio Burrai, oltre a seguire lo sviluppo nella costruzione degli Acetati, dovetti seguire l’avanzamento anche degli impianti della Soc. Chimica Ravenna, (Acido Cloridrico, Cloruro di Vinile e Policloruro, ossia PVC), altro brevetto acquisito precedentemente dai tedeschi come per gli Acetati, diretto dall’Ing. Visioli il quale voleva o doveva rimanere a Milano ed aveva bisogno di un referente in campo.
Per tale funzione, per il completamento dell’Acido cloridrico, dei primi tre reattori del CVM e della linea A della polimerizzazione, mi mise a disposizione un telefono (Nr. 257), unico nell’Ufficio Tecnico, con lunghissime telefonate giornaliere ed anche questo mi portò un importante bagaglio tecnico nell’organizzazione delle attività, arrivi materiali, controlli, avanzamento lavori, delle disposizioni in campo e delle funzioni di coordinamento. 

Intanto la produzione di fertilizzanti e di gomma procedeva così come la loro commercializzazione, in Italia ed all’estero, fino all'estremo oriente ed in Cina, con lo scambio di prodotti, del tipo concimi contro maiali. Parallelamente la ricerca di Idrocarburi ed in particolare di metano si espandevano dall’Adriatico a tutt’Italia e l’ENI andava assumendo, in campo internazionale, un ruolo di protagonista affiancandosi pericolosamente al monopolio delle “Sette Sorelle” dell’oro nero nel mondo. 

Mattei seppe contornarsi dei maggiori esperti, non solo di tecnici impiantistici, ma di architetti, di esperti in ogni settore che lasciarono tracce evidenti, sempre guidati da principi che lo differenziarono da tutti gli altri imprenditori. I “Villaggi” per i dipendenti, le ferie gratuite a Borca di Cadore, dove edificò una magnifica chiesa ed il concetto che i dipendenti dovevano godere le ferie per tornare sereni al lavoro e non barattarle col denaro.

La diversificazione delle attività in campo nazionale contribuiva a regalare a fine anno ai dipendenti, favolosi “pacchi regalo” di prodotti delle consociate, dalle coperte di lana ai detersivi, dai prodotti per la casa ai dolciumi, insomma la ricerca appassionata del consenso e del benessere generale. Ma questa visione si spense tragicamente nelle campagne di Bescapè, il 27 Ottobre del 1962: l’aereo su cui viaggiava Mattei fu abbattuto.

Da qui  

Per chi fosse interessato, la parte prima dello scritto  da Tonino, si trova qui  http://ilblogditonino.blogspot.it/2012/05/al-termine-dei-miei-studi-con-il.html

mercoledì 9 maggio 2012

Il Sud e le stagioni


A volte mi fermo a leggere gli articoli di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera.


Un paio di mesi fa, mi è capitato di leggere quanto copio sotto che avevo salvato per poterlo rileggere con calma


Napoli è la primavera, la Sicilia è come l'estate: storia di affinità elettive

Viaggio nel Sud di Marina Valensise
 Marina Valensise, "Il sole sorge a Sud", pp. 363, € 22 è pubblicato da Marsilio editore
Il viaggio comincia nel cortile di un'infanzia calabrese e finisce nella Napoli inorgoglita dei neoborbonici. È un viaggio nello spazio e nel tempo, andando incontro ai contemporanei e ricordando i morti, i grandi viaggiatori da Goethe a Stendhal, gli autori dimenticati del passato. Lo pubblica oggi Marsilio (Il sole sorge a Sud). 
L'ha scritto una tra i più colti giornalisti italiani, Marina Valensise - allieva e traduttrice di François Furet -, che però non ha rinunciato al gusto del reportage e dell'inchiesta. La sua è una tecnica diametralmente opposta a quella dell'opinionista, convinto che i confini del mondo coincidano con quelli della propria testa; la Valensise invece viaggia, parla con le persone, si misura con la realtà, ma non si limita a raccontarla, la teorizza con un taglio netto, con uno spunto di partenza - la sensazione che il Sud sia una terra sconosciuta alla maggior parte di noi, e meriti invece un trattamento nuovo - e con un obiettivo: ricostruire l'autostima dei meridionali e trasformare quello che a oggi appare un problema insolubile in un'opportunità.

lunedì 27 febbraio 2012

Il blog di Tonino: L'Italia del 1931

Il blog di Tonino: L'Italia del 1931



L'Italia del 1931


Questo post è stato scritto da Tonino su Il blog di Tonino, scoperto per caso e per fortuna, proprio stasera.
Il link è all'inizio


"Nel 1931, quando sono venuto al mondo, se avessi subito potuto guardarmi attorno, avrei visto il seguente panorama.


L’Italia con circa 41 milioni di abitanti. Attivi il 44,4%, di cui il 51,7% in Agricoltura, il 26,3% nell’Industria e il 22% nei Servizi.


Il prodotto interno lordo era così ripartito: agricoltura il 38,3%, industria il 25,1%, terziario il 24,3%, del quale il 12,3% nell’amministrazione pubblica.


Nella popolazione quelli che lavoravano erano 18.212.000 ed i non attivi erano 22.831.000.


La paga mensile era circa:
contadino £. 90, 
operaio £. 200, 
impiegato £. 270, 
ragioniere £.350, 
alto dirigente da 900 a 1000 £.


L’Italia toccò in quest’anno e nel seguente il punto più basso della crisi economica del ’29, scatenata dall’alta finanza USA, con uno dei maggiori tributi mondiali, imposti dal Regime, come da questi pochi cenni:
crollo dei titoli azionari del 40%, 
l’agricoltura perde l’11%, 
l’industria manifatturiera il 15%, 
la disoccupazione sale ad un milione di unità, 
i fallimenti sono 14.000. 


Questo il prezzo del “risanamento” delle banche e .. dei banchieri: 
le imposte passano in 8 anni da 12 a 21 miliardi di lire,
il pane al costo di 2 £/kg ha 60 cent. di tasse e più ancora per sale e zucchero che su 7,45 £/kg ben 5.32 sono di tassa governativa. 
falliscono le banche di Stato austriaca e tedesca. 
Gli USA “esigono” il pagamento dei debiti.


E’ un quadro che stiamo rivivendo oggi, nel 2012. Allora pagarono quasi solamente quelli di sempre, come oggi.


Da allora, nel ’31, alla fine della guerra, furono anni di sofferenze, di dittature, di rivincite colonialiste e cinque di guerra mondiale con 60 milioni di morti ed infinite stragi bestiali, distruzioni, rovine e fame fino al capolinea, nel 1945."


A me sembra interessante, e non solo come quadro storico.
Grazie a Tonino.

venerdì 20 gennaio 2012

Alla mia nazione




Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico


ma nazione vivente, ma nazione europea:


e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,


governanti impiegati di agrari, prefetti codini,


avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,


funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,


una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!


Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci


pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,


tra case coloniali scrostate ormai come chiese.


Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,


proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.


E solo perché sei cattolica, non puoi pensare


che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.


Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.


Pier Paolo Pasolini   Da La religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961 (nuova edizione Einaudi, Torino 1982)
wikipedia 

lunedì 5 dicembre 2011

Manovra Monti



Articoli di Daniel Tarozzi su Il Cambiamento


Manovra Monti e decreto Salva-Italia: quale futuro per il paese?

EDITORIALE La manovra appena approvata dal 'Governo Monti' può essere analizzata da una duplice prospettiva: quella del paradigma culturale vigente (incentrato sulla crescita del Pil) e quello del rifiuto del paradigma stesso. In entrambi i casi è bene ricordare che la verità non è assoluta e le certezze sono fatte per essere smentite. E che comunque vada, il futuro ora più che mai dipende da noi. 5/12/11


Prosegue qui: 

http://www.ilcambiamento.it/editoriale/manovra_monti_decreto_salva_italia.html

martedì 12 luglio 2011

Pensando all'Italia



"Una nazione non è conquistata finché i cuori delle sue donne resistono.

Allora è veramente finita, non importa quanto siano coraggiosi i guerrieri o potenti le loro armi"

(Proverbio cheyenne)

mercoledì 1 giugno 2011

Perché festeggio la vittoria di Pisapia

Leggo un post che mi piace molto sul blog di Novalis "Novalismi"

Lo ripropongo qui:

Vedo, da più parti, critiche ai festeggiamenti per il cambiamento che sta sconquassando l’Italia come un terremoto. Arancione.

E’ comprensibile che la gente, in Italia, pensi che l’unico motivo valido per festeggiare in piazza sia la vittoria di una squadra di calcio, o di un motociclista, ma proverò a elencare i primi punti che mi vengono in mente, in ordine sparso e senza nessuna volontà di completezza, per spiegare perché ieri sono andato in Duomo a cantare e urlare di gioia per la vittoria di Pisapia.

1) Si è tornato a parlare di scuola pubblica come un valore, come un servizio per la comunità da mantenere aperto e accessibile, e non come un peso da cui distogliere risorse in favore di scuole confessionali (quindi solo per pochi) o per ricchi (quindi solo per pochi).

2) Si è tornato a parlare di integrazione in termini di opportunità positiva, e non come paura atavica e irrazionale. Senza voler trasformare l’Italia in un campo profughi, naturalmente, ma accogliendo e “sfruttando” la diversità come bacino culturale ed economico ricco e fruttifero, non “sfruttando” gli immigrati come robot da lavoro nero, come fanno certi benpensanti che poi urlano “foera di ball”.

3) Si è tornato a parlare di ambiente come un unicum, quindi non in termini esclusivamente “ideologici”, ma neanche come un fastidio. Ho sentito io stesso, direttamente e senza intermediari, Pisapia affermare che proteggerà aree verdi importanti come il Bosco in Città, a me carissimo in quanto perla del mio quartiere. Zone minacciate dalla destra dei palazzinari interessata solo alla speculazione economica. Vigileremo tutti affinché la promessa sia mantenuta.

4) Si è tornato a parlare di periferia come parte integrante e importante della Città, e non come inutile orpello dove ammassare la spazzatura del centro, dallo smog alle puttane. Vivendo in una periferia dimenticata dalla destra e dalla Moratti, con tutte le sue buche e i suoi problemi, non posso che esultare alla prospettiva.

Queste solo le prime cose che mi passano per la testa. Non avendo le fette di salame sugli occhi, come i berluscones che seguono fideisticamente il loro signore e padrone, non mi aspetto che tutto ciò sia facile e realizzato in un istante con la bacchetta magica. Non voglio il ghe pensi mi, voglio un progetto che traghetti Milano nel futuro.

So benissimo che le buone intenzioni spesso precipitano nella bocca dei poteri forti, degli affari, degli interessi politici. Per questo offriamo il nostro supporto con entusiasmo, ma in cambio vogliamo lealtà non a valori virtuali e ideologici, ma ai fatti concreti del programma.

Vigileremo, ma intanto la prospettiva del cambiamento è meglio della certezza dell’imbarbarimento. Per questo, io, e penso anche tutte le altre migliaia di persone che erano in piazza Duomo ieri pomeriggio e sera, festeggiamo gioiosamente e anche in modo goliardico il vento nuovo che soffia su Milano, e sull’Italia.

Gli altri, rosichino pure.

Il neretto è mio

venerdì 13 maggio 2011

Finalmente primi in una classifica europea!

Leggo qui:  http://www.newslive24.com/fukushima-primo-ministro-fa-mea-culpa.html

Naoto Kan, primo ministro giapponese, si espone in prima persona, come capita spesso tra i nipponici, per la sua responsabilità nella crisi nucleare. 

Ha, infatti, dichiarato di voler rinunciare al suo stipendio da primo ministro e a tutti i benefit, percependo "solo" la sua paga da Parlamentare.
Ha dichiarato apertamente la sua responsabilità nell’incidente di Fukushima, in concorrenza con quella della Tepco, società che gestiva l’impianto stesso.


Il suo mea culpa si riferisce al fatto che il governo abbia puntato troppo sull’energia nucleare invece di cercare delle valide alternative ....

Questo tipo di atteggiamento che vede i responsabili pagare direttamente per le loro colpe è un gesto molto sentito in Giappone e molto utilizzato come quello di non sfoggiare eccessi da parti di chi non ha subito direttamente gli effetti di catastrofi, per rispetto a chi è in difficoltà.  ......

Ma anche noi in Italia non scherziamo: siamo primi in classifica!



mercoledì 13 aprile 2011

La Fabbrica dell'Obbedienza

Italiani, per favore, non urlate così. Ma è mai possibile che chi entra in un ristorante debba uscirne un'ora dopo con la testa sul punto di scoppiare? Tutti che raccontano i propri guai: prima della pastasciutta, tra la pastasciutta e il rollè di vitello, in attesa della mousse, prima del caffè, dopo il caffè, un impasto greve e quasi gelatinoso di vapori e parole pronunciate sempre a voce altissima, un po' fissando il proprio commensale, un po' la signora del tavolo accanto, in modo da essere sicuri che abbia sentito anche lei, che sia d'accordo con noi, anzi piena d'ammirazione per noi. Si direbbe che l'italiano sia spinto dal bisogno non di comunicare con il proprio simile, ma di trasmettere messaggi all'universo mondo: che cosa è mai la vita senza una grande platea?
Pagina 85

In conclusione, sono circa cinque secoli che la Chiesa lavora senza sosta sulla coscienza degli italiani, ne modella il carattere, lo condiziona, l'orienta, lo domina. Cinque secoli! Uno e mezzo dei quali - anno più anno meno - spesi a seminare terrore, ad accendere roghi, a operare ricatti, a umiliare senza pietà.

mercoledì 30 marzo 2011

Tagliare la cultura vuol dire sfregiare la patria

Vorrei riportare un articolo che ho letto su Italia nostra a proposito delle dimissioni  di Andrea Carandini (dimissioni di cui è stato scritto anche sul Corriere della Sera circa a metà marzo)
  
Il presidente del Consiglio Superiore del Ministero per i Beni Culturali ha detto nella sua lettera di dimissioni: 

"…ci stiamo allontanando dalla patria, anche quella visibile fatta di paesaggio, storia e arte. Rischiamo di perderla, e non sono passate neppure cinque generazioni dalla fondazione dello Stato italiano".

I tagli crudeli e ingiustificati, a causa dei quali Andrea Carandini si è dimesso, sono ormai sotto gli occhi di tutti; 
appare sempre più evidente che lo scopo di questi tagli non è il risparmio ma la punizione dei cervelli e dell’anima di tutti gli italiani.

Uno sfregio alla Costituzione e al suo articolo 9 che obbliga la repubblica (cioè tutte le pubbliche amministrazioni, fino all’ultimo dei cittadini) a tutelare "il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione".

Una parte dell’Italia, il governo e i parlamentari che lo sostengono, stanno suicidando il patrimonio culturale. 

Un’altra Italia lo difende. 

mercoledì 16 marzo 2011

150 anni di Unità d'Italia e di italiani, nonostante tutto

C'è chi pensa che sia assurdo esporre il tricolore, perché noi italiani già siamo fratelli. Io dico che non è vero.
Sostengo che questo 150° anniversario dell'Unità d'Italia sia importante, perché c'è gente che rifiuta l'inno nazionale e cerca di dividerci, anche dove non siamo poi stati particolarmente uniti.
Ora per me è una contro-mossa contro costoro ed altri degni compari. (Lara)

"Patriottismo, nazionalismo e razzismo stanno fra di loro come la salute, la nevrosi e la pazzia" (Umberto Saba)

"Poiché l'Italia è ancora una repubblica parlamentare, sebbene il Parlamento sia stato sequestrato con l'astuzia e il mercimonio dal presidente del Consiglio,  le cui mire anticostituzionali sono chiarissime, chiedo a tutti i partiti dell'opposizione di adottare ogni mezzo parlamentare lecito (compreso l'ostruzionismo ad oltranza o le "dimissioni" in massa, via naturale allo scioglimento delle Camere) per impedirgli di portare a compimento i suoi fini. Senza di ciò, in un brevissimo volgere di tempo, l'Italia non sarà più una vera e legittima democrazia".
(Antonio Tabucchi)    


"L'osteria nella quale prendo i miei pasti è uno dei luoghi nei quali amo l'Italia. Entrano cani festosi, che nessuno sa di chi sono, bambini nudi con in mano un fiasco impagliato. Mangio, solo come il Papa, non parlo a nessuno, e mi diverto come a teatro" (Umberto Saba)

"In casa di mio padre era profondamente sentita questa rozzezza culturale che veniva fuori col fascismo."  (Elsa De' Giorgi)

 
"Qualcuno dice: è il momento di voltare pagina. Io dico sempre: sì bisogna voltare una pagina che abbiamo letto. Voltarla senza leggerla non è quello che si deve fare." (Lia Levi)


giovedì 30 dicembre 2010

Essere Italiani

Esiste sicuramente una metafisica dei costumi o una civilizzazione culturale italiana, una russa, una tedesca, ecc. È all'interno di essa che i processi di socializzazione spingono gli individui ad assumere comportamenti uniformi e inconsapevoli, al di là cioè dei processi consci di self-education. È all'interno di essa che accade pertanto, parafrasando Paul Valéry, che "On est italien comme on respire"
 
È vero anche che, in Italia, abbiamo una coscienza dibattuta, quando non schizofrenica del problema.
Di solito individuiamo questa nostra tendenza nazionale, con la locuzione "all'italiana" , e ci abbiamo fatto su dei capolavori di autoironia cinematografica quelli della "Commedia all'Italiana" appunto, per poi subito smentirla con la locuzione che in fondo in fondo "tutto il mondo è Paese.
 
Quando diciamo "all'italiana" infatti  ci ritagliamo, spesso sotto l'effetto di un paragone ellittico e squalificante con le altre nazioni, la nostra identità tra di esse, intuiamo così che il nostro Paese è tutto un mondo. 
 
 Diciamo '"all'italiana'" ogni qualvolta intendiamo quel modo di operare, spesso relativo all'organizzazione dei bisogni e delle necessità collettivi, che si distingue  nettamente, per quel misto di improvvisazione, disorganizzazione, provvisorietà, disordine e pressappochismo.
Le cose 'all'italiana'  non devono comunque essere prese alla leggera.
Sono indizi preziosi: mostrano che ancora oggi come nel passato certe imprese ci riescono senza sforzo e che altre sono per noi praticamente impossibili; hanno chiaramente determinato l'andamento degli eventi trascorsi; senza alcun dubbio, determineranno il nostro avvenire. 
Forse per noi non c'è scampo.
Ed è questa sensazione di essere in trappola entro i limiti inflessibili delle tendenze nazionali a far sì che la vita italiana, sotto la sua superficie scintillante e vivace, abbia una qualità fondamentale di amarezza, disappunto, e infinita malinconia"  
Sembra che la più parte dei nostri tratti d'identità nazionale siano costituiti da "assenze", da elementi che mancano in noi ma presenti in altri Paesi.



Alberto Arbasino ha scritto un libro sull'argomento, intitolato proprio Un Paese senza
 
a) cinismo delle classi alte e del popolo. Il cinismo è da intendere come scarsità di senso morale da una parte, e dall'altra come "realismo" estremo, l'eclissarsi di ogni principio morale di fronte al proprio immediato tornaconto. Da ciò discende anche il rapporto speculare e schizofrenico degli italiani coi propri governanti, e con la politica in genere. La scarsità di senso morale porta gli italiani a non rispettare nulla e a ridere di tutto.
 
b) assenza di una classe dirigente che imponga il proprio tono e la propria "etichetta" al restante corpo sociale. Conseguente anarchia permanente del fare ciascuno a modo proprio. Scarsità di "società civile" e di "opinione pubblica".
 
c) assenza di una forte vita interiore. Rifiuto della lettura, vista come "piccola morte", prevalenza della cultura orale (sia essa televisiva o del karaoke, del canto e del melodramma, del telefonino, del Grande fratello...) sulle forme di cultura scritta (lettura della Bibbia, computer, internet, ecc). 
La vita si svolge per lo più all'aperto, donde civiltà dello spettacolo, del vestire bene e dello sfottersi reciprocamente. Conseguenza: assenza del romanzo realistico. I romanzi ci porterebbero a confrontarci con la grigia "prosa del mondo".  

e) assenza di uno Stato e della Politica come apparati regolatori degli interessi pre-costituiti. Sua sostituzione con la famiglia. Il conseguente familismo che ne discende è da intendere come una gigantesca distorsione della mobilità sociale.
 
Tutte le famiglie si coalizzano non solo contro lo Stato se si azzarda a imporre delle regole, ma contro il Mercato, visto come una bizzarria anglosassone, ossia il luogo della concorrenza e delle pari opportunità, al fine di garantire ai propri figli una migliore posizione di partenza, e di mantenerla a dispetto della competenza e delle capacità altrui. 

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