Forse l’avete letto in molti, ma mi piace trascrivere questa intervista di Antonello
Caporale ad Ascanio Celestini
Ascanio
Celestini usa le parole come un muratore fa con le pietre. Messe una sull'altra oppure lasciate a terra, tenute strette da un bisogno, da un sogno,
da una bestemmia, realizzano un pensiero, ci conducono al fondo dei nostri
dubbi.
Vive in una borgata romana, “dieci centimetri sotto l’appartamento dove
sono nato. La mia bottega è quella di mio padre, e mia moglie è figlia del
nostro ex portiere. Ci stiamo costruendo una casa nuova nella parallela della
via dove abito. Tutta la mia vita in cento passi o poco più”.
Dalla
borgata la crisi si vede più nera: “Cambiano i volti, sono facce scure,
mediamente sole, e pronunciano parole violente. Frequento il bar e lì guardo e
ascolto”.
- La violenza ci
difende dalla paura, non ti pare?
-
“Dalla
solitudine direi. A Morena, il nome della mia borgata appena dietro Ciampino,
non c’è abitante che non abbia sgobbato una vita. Uno, due, tre lavori insieme.
Hanno la lavatrice (la lavastoviglie non tutti), ma due o tre televisori e il
computer e la verandina e il sottotetto. Hanno il salotto e la cucina
Scavolini. Ma sono soli. Si sono costruiti una solitudine con grande fatica. E
vedono quel minimo senso di benessere sfuggirgli di mano, andarsene via”.
Soli
e disperati.
“Ti ricordi trent'anni fa cos'era un partito? La Dc o il PCI. Se io e te eravamo iscritti al partito, o solo simpatizzanti o anche semplici elettori, avevamo punti di vista comuni. E il nostro punto di vista era in qualche modo simile a quello del segretario del partito. Era una comunanza di sguardo: guardavamo lo stesso orizzonte. Ed eravamo felici di esserlo”.
Era
la comunione.
“Il mio destino è il tuo, la mia pena la tua, la mia felicità simile a quella che provi tu. La mia vita è un po’ la tua”.
Oggi è l’opposto.
“Oggi godo tanto di più quanto più inveisco contro di te, mi sento distante da te e ti maledico. Altro che leader, sei lontano, devi sparire, mi porti solo guai. Sei un incompetente, un truffatore. E rubi, è il minimo che ti dico”. La crisi sconforta, e i conti li stanno pagando gli innocenti. Nessuno porta responsabilità quando invece c’è. Non è che si diventi cattivi perché l’umore cambia.











