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sabato 5 luglio 2014

"Ciò che ammazza un giardino non è l'abbandono. Ciò che ammazza un giardino è questo sguardo di chi passa indifferente."

(Mario Quintana)


sabato 18 agosto 2012

Foto particolari per un mini-furto di ferragosto

Penso sia capitato a molti il fatto che sto per raccontare; fra l'altro, se si vuole escludere la crisi che c'è in giro, la settimana di ferragosto è sempre stata conosciuta come quella idonea per i ladri

La notte scorsa sono arrivati anche qui, in casa mia.
Ma, grazie a congegni di sicurezza, i ladri si sono dovuti fermare al garage, senza entrare quindi nella abitazione vera e propria.

D'altronde, a parte un leggero caos nella stanzetta ripostiglio accanto al garage, sono riusciti a prendere 400 euro dal portafoglio di mio marito, dentro la sua auto.

Forse ne hanno più bisogno di noi, dato i tempi.

E' rimasta la solita sensazione di leggero smarrimento, perché la casa mi sembra tuttora "sporca".

In questa situazione c'è stato un aspetto abbastanza buffo.
Forse Freud l'avrebbe definito come parte del "conturbante"

Razionalmente però si spiega: i ladri o il ladro, hanno frugato dove potevano e si devono essere imbattuti in una scarpiera per le scarpe d'inverno.

Ora faccio parlare le foto. Stavolta non potevo fare a meno di scattarle, perché ... beh, considerando che siamo in estate .....


Giardino sul retro in agosto


IL CONTURBANTE, ovvero una pantofola di Natale cresciuta in pieno agosto


mercoledì 4 luglio 2012

Ibisco, luglio e …


E’ fiorito l’ibisco nel mio giardino. Già da giorni in effetti, ma solo ieri mi sono fermata ad ammirarlo.
Ho sentito quasi un bisogno di farlo, il bisogno di guardarmi attorno e di godere di quello che di buono ci regala la Natura o un semplice giardino.




A volte, di mattina presto, quando esco in giardino con Frida, la mia cagnolina, assaporo il silenzio e il canto di qualche uccellino.
Mi rivolgo a Frida e le chiedo:
“Senti che bel silenzio?” Lei mi guarda e mi lecca una gamba…


Stamattina il ragazzo di mia figlia è patito per Minsk in Russia.
Il suo lavoro prevede questo, quindi nessuna sorpresa.


Penso ai diritti dei lavoratori, quei diritti ottenuti  dalle lotte degli operai, dei sindacati, ecc.… e mi ritrovo di nuovo con l’angoscia nel cuore.


Minsk in Russia




Mi tuffo in un brano da L’Estate incantata di Ray Bradbury per placare la sofferenza che provo per il nostro mondo che sembra andare a rotoli.


Estate incantata, già le parole svelano la poesia, il ricordo dell’infanzia, di un mondo dove le macchine sono ancora oggetti curiosi, e si dà rilievo alle persone viste di scorcio, individuandone tuttavia le caratteristiche salienti.


“Niente al mondo poteva andar bene tranne l’acqua pura che avesse origine nei laghi lontani e nella rugiada che di mattina bagna i prati d’erba; acqua, cielo, trasportata per millecinquecento chilometri dalle nuvole pesanti, sferzata dal vento, attraversata da correnti ad alto voltaggio, condensata infine nell’aria fresca. 


Quando pioveva quell’acqua racchiudeva in ogni goccia una parte di cielo. 
Il vento dell’ovest, dell’est, del nord e del sud facevano la pioggia, e la pioggia in quell’ora di riti, dava il suo contributo per far nascere il vino.
Douglas si precipitò con il secchio e lo immerse nella cisterna dell’acqua piovana. “Eccoci!”


L’acqua pareva di seta: seta chiara, d’un vago color azzurro. A berla faceva sentir morbide le labbra, la gola e il cuore. 


Bisognava trasportarla in cantina nei secchi e nelle tazze, e là farla scorrere a rivoli, a torrenti sul raccolto dei fiori.


C’era odore di pioggia. Alle spalle di Tom la mamma stava stirando e spruzzando acqua da una bottiglia di ketchup sui vestiti troppo asciutti.”




Da L'Estate incantata di Ray Brandbury

Tutte le immagini sopra riportate sono prese dal web


giovedì 28 giugno 2012


L’estate,  anche quando è calda come in questi giorni, mi fa star bene.
Da bambina l’estate per me era il mare, le lunghe vacanze  con secchiello e paletta per la spiaggia, la scoperta – ogni anno -  della casa che la mia famiglia prendeva in affitto per la stagione, sempre a piano terra, ver via di mia nonna, e quindi con un giardino intorno. 
L’incontro con bambini della mia età con cui giocare a giochi diversi da quelli della città.


Ora l’estate  essenzialmente è per me leggere e stare in giardino

Ho letto di recente  su Il Cambiamento alcune considerazioni sul giardinaggio in generale:

"Il giardinaggio si configura prevalentemente come un’esperienza emotiva, anche se costituita principalmente da attività fisiche, e risponde a diverse motivazioni: funzionali, estetiche e psicologiche.

 È evidente che più forte è la passione per il giardinaggio, maggiore è il coinvolgimento psicologico ed emotivo. Mentre più è accentuato il fattore estetico - l’avere un bel giardino o terrazzo - minore è il coinvolgimento emotivo per il giardinaggio.

Secondo una  ricerca Nielsen, gli italiani in media possiedono 7 piante in casa e 11 fuori casa. Ma l’inadeguatezza degli spazi impedisce al 23% della popolazione di averne in casa e al 12% di disporne in giardino.


La media degli italiani preferisce avere informazioni sul giardinaggio tramite il passaparola e i consigli di amici e parenti, oltre al punto vendita, mentre i più giovani si rivolgono ai forum e ai blog. Gli argomenti sulla cura del verde sono tanti e diversi. Si va dalla ricerca sulla stagionalità delle colture alle modalità di irrigazione, cioè come e quando irrigare, piuttosto che dai metodi per curare le eventuali malattie delle piante, fino al luogo ideale per creare un habitat perfetto.

Tra gli appassionati di giardinaggio non mancano quelli dal cosiddetto ‘pollice verde’ che rappresentano il 28,4% del campione (in totale ha coinvolto 6 mila famiglie italiane). In questo profilo si ritrovano i nuclei familiari composte da persone anziane che vivono quasi sempre in piccoli centri urbani. Sono riservati, razionali, ordinati e timidi.

La ricerca ha individuato un altro gruppo, quello definito ‘vorrei ma non posso’, che rappresenta il 24,5% del campione. Si tratta di famiglie che si informano moderatamente su internet o su libri specializzati, ma diversamente dai precedenti preferiscono spendere poco.

L’aumento dell’interesse verso la cura del verde è un segnale sicuramente positivo e che lascia ben sperare, anche perché sono ormai noti e riconosciuti i benefici psicologici che si possono trarre dal praticare il giardinaggio: relax, abbattimento dello stress, attività fisica e tempo trascorso all'aria aperta."


Immagini prese dalla rete


mercoledì 4 aprile 2012

Il giardino delle lantane



E' arrivato il momento di dedicarmi alle pulizie di Pasqua.
In molte stanze della mia casa ancora impera il caos, non quello primordiale ma quello originato da noi abitanti ...


Qualcosa ho fatto, le tende sono state lavate, il parquet del piano di sopra è lucidato

Kim-and-George-Lead-Image.jpg
Mi serve ancora qualche giorno per sistemare bene il tutto.
Pasqua è Rinascita anche per i laici.


Avrei voluto quest'anno preparare  il giardino in modo che diventasse il giardino delle lantane.


Il tempo piovigginoso non mi aiuta, ma chissà.... forse troverò il vivaio giusto e qualche ora di sole.


Mi prendo perciò qualche giorno di pausa. E ne approfitterò per venire a visitare i vostri blog, cosa che ultimamente ho abbastanza trascurato.






Lascio qui, comunque, l'augurio per tutti di una Pasqua felice.




Easter.jpg





giovedì 5 maggio 2011

Domani: festa in giardino

Domani sarà il grande giorno in cui tutta la famiglia radunata butterà all'aria il giardino con tanto di vanghe, motozappa e attrezzi vari.
Abbiamo deciso di rimettere a nuovo il prato e al posto dello stropicciato e ormai inesistente prato "all'inglese", semineremo la dichondra repens, meno pretenziosa ma più pratica. Almeno è quello che speriamo.
Mi auguro che ci sia il sole, mi sembra così bello tornare a giocare con la terra...


 

Ho letto su un libriccino di Pia Pera intitolato Giardino & Orto Terapia (Salani Editore) le parole che seguono:


 
"Non è più tempo di venerare le forze della natura immaginando siano divinità, o di sfruttarle biecamente calpestando e distruggendo la bellezza del creato. Il nostro tempo ci chiede altro: di sentirci parte del tutto, entrare nella corrente.
C'è chi teorizza wild zones consapevolmente create, zone dove bambini e ragazzi possono fare libera esperienza di una natura per quanto possibile selvatica. Arrampicarsi sugli alberi. porcarsi le mani. Costruire capanne di salici. Correre, inseguirsi, nascondersi. Giocare a guardie e ladri.
Esercitare, in poche parole, i diritti dei bambini. Come accade in Venti giorni con Julian, delizioso libretto che ogni amante della vita all'aria aperta dobrebbe leggere...
Qui Nathaniel Hawthorne racconta le giornate estive trascorse col figlioletto durante un'assenza della moglie Sophia. 


Costretto a pressoché totale inattività, l'attenzione tutta presa dall'ometto, lo scrittore partecipa al gioco della guerra con cardi selvatici e tassi barbassi, impara a vedere il mondo in un pezzo di muschio, si incanta di fronte alla rugiada versata dalle fate con le loro piccole brocche.
 
Insieme padre e figlio hanno la sensazione di cogliere, sia pure soltanto con la coda dell'occhio, di sfuggita, per un impalpabile istante, e prima che abbia tempo di cambiare aspetto, la Natura colta alla sprovvista, in quei momenti in cui, immersi nella serietà del gioco, pare quasi che gli alberi stiano bisbigliando tra loro."

domenica 20 marzo 2011

E la primavera


E la primavera apparve nel bel giardino,
simile al sentimento d'amore ovunque sentito;
e ogni fiore ed erba sull'oscuro petto della terra
si sveglia dai sogni del suo riposo invernale.

Il bucaneve e poi la viola
si levarono dal suolo umido di tenera pioggia,
e il loro respiro si confondeva col dolce odore
che emanava dalle zolle come la voce con lo strumento.

(Percy Bysshe Shelley)

venerdì 11 marzo 2011

La bellezza del mondo

Pur essendo "amante delle cose belle", la signora non aveva mai visto la bellezza delle foglie di cui era pieno il suo giardino. 
Come mai?


In realtà, ella era pronta a vedere la bellezza certificata degli oggetti
che vengono chiamati "d'arte", ma non sapeva vedere la traboccante bellezza che si manifesta senza intermediari in ogni luogo e in ogni momento del giorno.


Non sono poche le persone che, come questa donna, apprezzano la bellezza quando ha un valore di scambio - un prezzo fissato dalle convenzioni sociali e dunque  dal mercato - ma distraggono lo sguardo da tutto ciò che non ha un cartellino col prezzo.


In realtà, la bellezza è la cosa che più abbonda nel mondo.
Ci vogliono però occhi per vederla:
una particolare capacità di saper guardare e di saper ascoltare.

(Diego Mormorio)

giovedì 3 marzo 2011

La cerimonia del tè

E' capitato che, dopo un'assenza di circa un anno dal blog, abbia trovato alcuni blog chiusi, altri nati nel frattempo e altri che già seguivo attentamente prima di smettere di scrivere.

Un amico ritrovato è Taoista che sa offrire argomenti di riflessione veramente eccellenti.
Ieri in suo commento, Il Taoista ha fatto riferimento ai Giardini Zen.

Mi sono ricordata, anche dopo aver letto del rito del tè, nel bel blog di Giovanna – La cuoca eclettica, di avere già postato nel 2008 sulla Cerimonia del tè un articolo di Francesca Famà Casarin

La pianta del tè, originaria della Cina, era ben conosciuta dalla medicina cinese.

I taoisti la consideravano un ingrediente fondamentale dell’elisir dell’immortalità che risiede nel perenne mutamento e permea ogni forma di pensiero.

All'inizio del IX sec. i viaggiatori giapponesi in Cina portarono in patria la passione del tè.

Inizialmente la bevanda era consumata quasi esclusivamente dai monaci buddisti, per mantenersi svegli nei lunghi periodi di meditazione.

Dal XII sec. il tè si diffuse anche al di fuori dei monasteri, ed i giapponesi decodificarono così una vera e propria cerimonia, che non metteva l'enfasi sull'aroma e il sapore della bevanda, ma sulla ritualità della sua preparazione e del suo servizio.

Lo Zen, che tanto aveva assorbito dalle dottrine taoiste, formulò il rituale del tè.

La bevanda divenne un pretesto per praticare il culto della purezza e della raffinatezza, una sacra funzione per vivere un momento di massima beatitudine, una specie di rappresentazione la cui trama si intesseva intorno al tè, ai fiori e ai dipinti.

venerdì 18 febbraio 2011

Natura, Psiche, Economia

La globalizzazione, vera e propria crociata condotta in nome del dio Economia, non consiste solo in transazioni, ma anche in un campo di battaglia smisurato la cui estensione è pari all’intera superficie del pianeta.
In questa battaglia senza esclusione di colpi i lavoratori rappresentano i soldati, mentre i generali, posseduti come moderni berserker dalla furia combattiva, sono incarnati dai potenti dell’economia e della politica.
E come tutte le guerre, anche quella economica miete vittime umane e devasta interi territori. Basti guardare l’imponente strage di terreni e paesaggi che si sta verificando in Australia, dove spuntano come funghi le miniere di carbone destinato alla produzione di energia elettrica in Cina e in India, per rendersi conto della dimensione del problema.

E in Italia? Mentre la propaganda moltiplica le teletrasmissioni strutturate sul modello delle cartoline che offrono squarci di paesaggi accuratamente ripuliti da scorie impertinenti, l’ormai ex Bel Paese, già martoriato dalle piaghe croniche del cemento e dell’asfalto, si sta letteralmente riempiendo di pannelli solari e di enormi pale eoliche. Persino i crinali delle nostre montagne sono ad altissimo rischio in questo senso.

A legittimare questa politica è il precetto religioso secondo cui a fronte di un prossimo esaurimento delle riserve di energie fossili bisogna comunque mantenere, se non addirittura aumentare, gli stessi standard produttivi incentivando la produzione di energia rinnovabile.

Una delle conseguenze di questo trend frenetico e fanatico è la distruzione di paesaggi che da sempre hanno ispirato l’animo di illustri scrittori per i quali il cosiddetto “viaggio in Italia” rappresentava una sorta di educazione alla bellezza. In epoche ancora non del tutto dominate da Economia, si riteneva che le bellezze naturalistiche costituissero una sorta di portale per accedere alle vette più sublimi dell’animo umano.

Ma la contemplazione dei paesaggi è un bisogno tuttora radicato nella psicologia umana, anche se è talmente represso dalle esigenze economiche da risultare per molti irriconoscibile. 
Lo studio incrociato dell’antropologia moderna e della psicoanalisi permette di superare i nostri pregiudizi su questo tipo di vissuto a lungo ignorato o snobbato dallo spirito moderno. 

Questi studi mostrano che Natura e Psiche sono indissolubilmente legate, tanto che agendo sulla prima si agisce automaticamente anche sulla seconda . 
Questo dipende dal fatto che sin dall’origine la Natura ha fatto da specchio e da supporto alla parte inconscia dell’uomo. Un po’ come se la Natura fosse diventata una sorta di memoria esterna dell’uomo.

venerdì 5 giugno 2009

Pergolati


Scriveva Shakespeare in "Molto rumore per nulla":

"Nel pergolato
dove i caprifogli dal sol nutriti fanno sì
che il sole non entri dentro..."

Ecco, pergolati, giardini, odori ... Sto trascorrendo le mattine di questi giorni, andando in giro in bicicletta. Cerco le strade meno affollate e qui, fortunatamente, ce ne sono. Se un giardino mi piace particolarmente, poso la bicicletta e mi fermo ad ammirare.
Non incontro quasi nessuno, ma sento gli odori penetranti dei gelsomini e dei tigli, oltre al canto degli uccelli.
Stamattina mi sono fermata davanti ad uno stagno piuttosto grande, circondato da cespugli di melograno. Mi ci sono fermata a lungo, perché in quella zona andavo l'anno scorso con la Kitty.

Ho ricordato la sua felicità, quando, in un attimo di mio disorientamento, la Kitty, alzando gli occhi verso di me, mi fece capire, che avrebbe "guidato" lei. E così fece in maniera eccelsa.

Quanti giardini ben tenuti vedo! Pieni di fiori, curatissimi nei particolari, sembrano sogni.
Oggi per l'appunto ho notato un pergolato di caprifogli, mentre la siepe intorno era di oleandri.

Quindi mi scuso con gli amici blogger per queste assenze.
Ma ... l'estate è incantata!

venerdì 29 maggio 2009

Il giardino nel bosco


In un mese di maggio
era nato sul limite di un bosco
un piccolo giardino,
così, per un capriccio di natura
o uno scherzo del vento.
V'era di tutto: viole, ciclamini,
rose, bottoni d'oro,
gladioli bianchi e azzurri fiordalisi;
lungo il tronco di un leccio,
alti su l'erbe i freschi semprevivi, salivano i convolvoli.
Tanta bellezza invero era sciupata,
che la zona del bosco
era lontana e mai nessuno vi andava.
Ma ugualmente felici,
i fiori si scaldavano al buon sole;
e facevano festa
ai leprotti, agli insetti ed agli uccelli:
a tutte le creature viventi
oppure solo di passaggio
nei boschi a maggio.

(Giuseppe Fanciulli)

mercoledì 20 maggio 2009

Due giorni di maggio in giardino



Questa è stata la mia "postazione" ieri e oggi.

Libri, silenzio intercalato a trilli di uccelli.

Dimentico: oltre ai libri, le forbici, per tagliare i fiori appassiti o qualche rametto che punta ai miei occhi...

La notizia più bella per me è che il tiglio sta mettendo i fiori.

Quando, anni fa, non abitavo qui e non avevo tigli in giardino, ma alberi di altro tipo, certe sere mi colpiva l'odore dei tigli portato dal vento.

Il tiglio parla di amore, parla di estate, di mare, di vacanze. Infatti era uno struggimento, camminare per le strade della città con gli amici, annusando questo odore.

Se sentivo dentro di me un vuoto, una mancanza, era chiaro che la persona con cui passeggiavo non era l'Amore da me desiderato.

Una specie di test psicologico...

Fino a che il tiglio o il vento o entrambi mi hanno "indicato" la persona giusta.

Comunque, finalmente è arrivata l'estate e finalmente non indosso più maglioni, ma belle magliette colorate.

Nota disturbante: nonostante il mio eremo, mi sono arrivate ugualmente notizie di Berluskoni e le zanzare-tigre mi hanno punto quasi a sangue.


giovedì 26 marzo 2009

La casa



Il poeta inglese R. Southey, attraverso l'espediente di un viaggiatore immaginario e straniero, Don Alvarez Espriella, assurto ad acuto, a volte ironico osservatore del popolo inglese, afferma che:

"Vi sono due parole nella loro lingua, delle quali queste persone sono orgogliose ... casa è una..."

(Don Manuel Alvarez Esperiella, Letters from London, tradotte da Robert Southey, London, 1807, Vol. I, pag. 180)

In tempi più recenti Mario Praz osservava che: " ... il senso ultimo di un armonioso arredamento ... è si' di rispecchiare l'uomo, ma di rispecchiarlo nella sua essenza ideale: è una esaltazione dell'io.

Per questo forse più' ancora della pittura, della scultura, e perfino dell'architettura, il mobilio rivela lo spirito di un'epoca, e nulla quanto una mostra retrospettiva di stanze arredate secondo una successione cronologica, ci dichiara di primo acchito il vario carattere dei suoi occupanti.

Assai rivelatori del carattere dei proprietari sono per esempio gli arredamenti minuziosamente curati, folti, fantasnagorici del borghese Ottocento."

Sia la letteratura di questo periodo, sia il cinema di costume, utilizzano gli arredi e la vita domestica come veicoli di informazione sull'epoca cui fanno riferimento.

Per comprendere come lo spazio-casa fosse vissuto dai suoi abitanti a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, occorre tenere conto non solo della dimensione interna, ma anche di quella esterna alla sua struttura: il giardino, vissuto dagli Inglesi come estensione della casa, come una sorta di propaggine dello spazio abitativo.


Nel suo libro "Creare una casa bella" l'arredatrice Alexandra Stobbard scrive:

"Entrate in contatto con quello spirito che è dentro di voi ... Se il vostro stile di arredamento - l'espressione esteriore di quello che siete - non è in armonia con il vostro se' interiore, non riuscirete a sentire il ritmo giusto che e' cosi' essenziale in tuttte le composizioni estetiche. Ricordate: lo stile emerge quando accettate voi stessi."

La nostra casa dunque avra' l'aspetto migliore, q1uando ci assomiglierà e darà la sensazione migliore quando avrà le nostre stesse sensazioni.

martedì 24 marzo 2009

Giardini e idraulici, tubi misteriosi


Se escludo domenica mattina scorsa, giorno in cui mi si è allagata la cucina, ho trascorso tre giorni finalmente in giardino, che ha comunque tuttora un aspetto davvero "selvaggio".
Richiede mano d'opera e io ci sto provando con molto entusiasmo.
Di tanto in tanto arriva una gatta bianca, se ne sta al sole con un 'attenzione acutissima verso gli uccellini.

L'allagamento della cucina è avvenuto in modo misterioso: stavo sciacquando ciotole, tazze e piattini della prima colazione e senza che me ne accorgessi usciva tutta l'acqua dalla lavastoviglie.
Fortunatamente non soffro di mal di schiena, ma di freddo ai piedi sì, i quali - poverini - in due secondi si sono ritrovati fradici.
L'intervento urgente dell'idraulico (fortunatamente un nostro amico) ha appurato che non c'erano tubi rotti, né tubi otturati, insomma andava tutto bene .......
E in effetti ora sta andando tutto bene, ma il mistero rimane.

Qualche foto del giardino selvaggio l'ho fatto e la pubblico, anche per dimostrare pubblicamente che non sono una fotografa.

Questa è la gatta bianca, attenta "osservatrice" di uccelli.



E, infine, queste bellissime piante di tarassaco, che pur essendo selvatiche, mi dispiace togliere.

domenica 8 marzo 2009

Giardini, rose, pettirossi: una biografia



"Anticamente la rosa apparteneva al culto della dea Venere e del suo fanciullo divino, Eros.


Anche nei misteri dionisiaci (Dioniso è l'immagine del giovinetto che muore precocemente) le rose avevano un ruolo, così come lo avevano nei culti di Iside.


Nel Cristianesimo il simbolo della rosa si scisse in due aspetti: divenne il simbolo della Vergine madre e dell'amore celeste da una parte, dall'altra il simbolo del piacere terreno, aspetto proprio di Venere."

"E' questa la festa? E' veramente questa la festa? ... Tutti danzano, tutti ascoltano la musica, tutti indossano qualche volta la sciarpa e la collana e osservano turbinare gli altri abiti bianchi, ma c'è mai stato qualcuno che sia andato veramente alla festa?"

Ann Thwaite, biografa di Frances Hodgson Burnett, in "Waiting for the Party (Aspettando la festa), cerca di ricostruire - citando spesso le parole stesse della scrittrice - non solo i fatti della vita, ma anche le emozioni e i motivi dominanti che hanno determinato il corso della sua esistenza.

Si scopre così che giardini, rose, pettirossi, furono per la Burnett parti integranti delle sue esperienze emotive.

Ella amò i fiori fin da quando era bambina e ci fu un momento in cui imparò a coltivarli, traendone grande piacere.

Racconta Ann Thwaite che nell'autobiografia della sua infanzia, la Burnett parla di " quel giardino incantato che al di fuori di tutto e di tutti, è rimasto per tutta la vita, il giardino dell'Eden"

Molti furono i giardini che contribuirono a formare la struttura del romanzo: uno, in particolare, era un giardino abbandonato dietro "una piccola porta verde in un alto muro ...
Era stato un giardino una volta, ed era circondato da alte mura di mattoni, e la piccola porta chiusa da tanto tempo, e una volta era pieno di fiori e di alberi".

lunedì 16 febbraio 2009

Giardino


Per chi abita in città, giardini e piante sono essenziali per mantenere in qualche modo il contatto con la Natura.

In quanto riflesso in miniatura di quest’ultima, essi simboleggiano la crescita.


Il giardino è un punto in cui la Natura è controllata, sottomessa, è Natura rinchiusa.

E’ anche un simbolo delle energie femminili, della capacità di creare e di nutrire la vita.


Il genere di giardino che coltiviamo (vegetale, erboristico, ecc…) e il tipo di vita animale che lo visita, può essere rivelatore, dal momento che spesso riflette il modo in cui consciamente riusciamo ad usare le nostre innate energie e capacità creative.

Oltre a tutto può anche rappresentare un mezzo per favorire il contatto con gli animali e questo rafforzerà il collegamento con la Natura e con gli animali.

Curare il giardino è un mezzo per dire simbolicamente che siamo aperti alla Natura e a ciò che ha da offrirci, un riflesso esteriore della nostra volontà di entrare in comunicazione con essa.

Spesso mi capita di sentire persone che si lamentano perché non riescono a far crescere niente, “Ogni volta che pianto qualcosa , muore”.

La morte fa parte della Natura e non dovrebbe scoraggiare: potrebbe voler dire che ci stiamo troppo accanendo nel tentativo o che cerchiamo di far maturare qualcosa per cui non siamo ancora pronti.

Lo sviluppo di qualsiasi cosa apporti benefici ha bisogno di tempo.

Cercare di sviluppare una comunione immediata con la Natura o presumere di poter cogliere rapidamente e facilmente i segni o il linguaggio degli animali serve solo a creare delusione.

I semi hanno bisogno di tempo per germinare e mettere radici, ma dovremmo pensare che mentre cerchiamo di allinearci con questo aspetto della Natura, apriamo le porte all’armonizzazione con tutto ciò che esiste.

lunedì 17 novembre 2008

La cerimonia del tè


La pianta del tè, originaria della Cina, era ben conosciuta dalla medicina cinese.

I taoisti la consideravano un ingrediente fondamentale dell’elisir dell’immortalità che risiede nel perenne mutamento e permea ogni forma di pensiero.
All'inizio del IX sec. i viaggiatori giapponesi in Cina portarono in patria la passione del tè.

Inizialmente la bevanda era consumata quasi esclusivamente dai monaci buddisti, per mantenersi svegli nei lunghi periodi di meditazione.

Dal XII sec. il tè si diffuse anche al di fuori dei monasteri, ed i giapponesi decodificarono così una vera e propria cerimonia, che non metteva l'enfasi sull'aroma e il sapore della bevanda, ma sulla ritualità della sua preparazione e del suo servizio.

Lo Zen, che tanto aveva assorbito dalle dottrine taoiste, formulò il rituale del tè.

La bevanda divenne un pretesto per praticare il culto della purezza e della raffinatezza, una sacra funzione per vivere un momento di massima beatitudine, una specie di rappresentazione la cui trama si intesseva intorno al tè, ai fiori e ai dipinti.



La Cerimonia del tè nel Giappone antico era un momento elevato della vita, un rituale finalizzato all’educazione dell’individuo.

I modi e i tempi della cerimonia erano strettamente determinati, così come l’arredamento.


Parca la conversazione legata unicamente all’apprezzamento degli utensili. E’ un rapporto senza tempo con la storia e racchiude il mistero dell’ospitalità.

La luce è soffusa, si ode il frusciare dei kimono sui tatami, il rumore dei legni, dell’acqua che bolle col suo gorgogliare sommesso, il vento che passa fra i bambù del giardino. Sembra che in quella bevanda calda sia racchiuso un mistero.
Dopo aver bevuto il tè, l’ospite riconosce spesso che quell’esperienza lo ha cambiato. A questi livelli il tè è una pozione magica che realizza la conoscenza senza spiegarla, accenna a un contegno e scova nel mondo una via di fuga (tutti i maestri del tè hanno familiarità con l’opera poetica di Bashò).


Se talvolta una tazza si rompe, indica la caducità delle cose. Il maestro del tè non si compiace né si avvilisce, semplicemente agisce raggiungendo nella sua arte il punto più alto della sua ricerca: realmente vitale è l’atto del compiere, non ciò che viene compiuto.

Nel giardino, fuori dalla casa del tè, conficcate per terra, le armi dei samurai accarezzate dal vento come a significare una resa. I guerrieri di entrambe le parti gustavano il tè e andavano a morire.


Come tutte le vie zen anche la Cerimonia del tè è fortemente simbolica e profonda.

(La cerimonia completa consiste di tre parti della durata di circa quattro ore: pasto e intervallo sulla panca di attesa in giardino – un gong se ben suonato evoca il vento attraverso la foresta e dà inizio alla seconda parte – si offre il tè denso in polvere stemperato con un apposito strumento fatto con fili di bambù – più tardi il tè più leggero, fresco).In genere si giunge alla cerimonia in anticipo per ammirare il giardino, per meditare e per liberarsi dalle preoccupazioni.

Le calze saranno pulite e bianche, si porterà un ventaglio pieghevole e una busta con fazzoletti di carta raffinata.

Prima dell’arrivo degli ospiti il giardino viene accuratamente ripulito e irrorato d’acqua per dare una sensazione di freschezza e, a seconda della stagione, cosparso di aghi di pino o di foglie autunnali od anche di petali di fiori, per produrre modesta rusticità e imperfezione arcaica.
Alcuni maestri del tè si prefiggono di raggiungere la serenità, altri la purezza e altri ancora la solitudine.


Ad esempio un giorno un maestro collocò alcune piante acquatiche in un recipiente piatto per suggerire la visione di laghi e paludi e sulla parete un dipinto di anatre selvatiche in volo.

Un altro maestro accostò una poesia sulla bellezza della solitudine al mare a un braciere di bronzo a forma di capanna con fiori selvatici che crescono sulle spiagge.

Il percorso nel giardino per arrivare alla casa del tè è caratterizzato da una speciale passatoia di pietre che sono state scelte con grande cura per la loro regolare irregolarità e bellezza di linee che richiamano tuttavia ad una grande attenzione e presenza per non cadere.Prima di entrare nella casa del tè ognuno compie gesti simbolici di purificazione nello scubai (quattro ideogrammi: ognuno possiede tutto ciò che basta a se stesso) risciacquandosi le mani ed anche le labbra.
L’igiene è della massima importanza.

Nessuno indossa anelli per non graffiare le tazze e nemmeno orologi che schiavizzano la mente.

La porta che conduce alla sala da tè è bassa e obbliga ogni invitato a inchinarsi come gesto simbolico di umiltà.

Ci si inchina davanti al rotolo di pergamena con versi sacri ed anche alla composizione ciabana che in genere è semplice, essenziale e non profumata perché il protagonista è il tè. Ognuno mescola il braciere e ci si inchina nuovamente. Si ammirano le brocche di ceramica accanto al bollitore con apprezzamento del suono dell’acqua che bolle gorgogliante (vento di pino).
Il maestro si inchina ai suoi invitati ed essi rispondono allo stesso modo, poi cammina con passi misurati sollevando poco i piedi dal pavimento per lasciare appena udire il fruscio dei tatami là dove il suo piede appoggia.

L’acqua che avanza viene versata nel bollitore con gesti studiati, affinché produca un piacevole gorgoglio nel momento in cui l’acqua del mestolo raggiunge il bollitore.Il maestro si inchina prima di porgere la ciotola con il tè, che viene presentata dal suo lato migliore all’invitato il quale la rigira con cura verso il maestro in segno di rispetto. Vengono anche offerti su un elegante vassoio dei pasticcini di circa due centimetri e mezzo. Il primo invitato che prende il vassoio lo porge con un inchino al secondo, quasi scusandosi di essersi servito prima e così proseguendo con gli altri ospiti. La regola proibisce ogni tipo di conversazione verbosa, anche l’adulazione è proibita.

Tutto converge sull’osservazione degli arredi, degli utensili e del rotolo di pergamena.

Al giorno d’oggi i maestri intagliano a mano i loro cucchiaini da tè, ricavandoli dalla canna di bambù ed è motivo di orgoglio.

Nella sala del tè la parola chiave è “semplicità”.
L’arrendevolezza genera forza, la resistenza crea debolezza: nel cielo eterno vi è perpetuo rinnovamento, questo insegnano i maestri. La cerimonia del tè si basa sull’espressione di quattro concetti fondamentali:
wabi: vita scevra dal lusso e dalla falsità;
sabi: stesso significato riferito ai luoghi e alle cose, ma vuole anche indicare imperfezione arcaica come bellezza;
hibui: buon gusto, sobrietà;
fura: modo di vivere zen - puro godimento della vita - identificazione del sé creativo con lo spirito. Gli amici sono i fiori, gli animali, le pietre, l’acqua, i temporali e la luna.



(Francesca Famà Casarin)

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