giovedì 25 novembre 2010

Nude a tutti i costi

Mi sono imbattuta in un articolo del 2003 de Il Mattino che riporta credo, stralci di questo saggio:
 

"La donna su misura. L’immagine femminile stereotipata dalla pubblicità" saggio curato da Dino Aloi, Flavia Cavalero e Simonetta Carbone.
 

A me sembra che  sia ancora piuttosto attuale, per cui lo riporto qui.

"Siete sicure d’esser sempre veramente affettuose con vostro marito? La vostra periodica irritabilità non è forse causa di malintesi evitabilissimi? Sanadon combatte ogni ricorrente motivo di nervosismo e di dolore": la pubblicità di una brodaglia capace di rendere la donna sempre contenta (siamo nel 1951) è uno dei capolavori del macabro raccolti nel volume La donna su misura. L’immagine femminile stereotipata dalla pubblicità.


Pubblicato dall’editore Il Pennino, curato da Dino Aloi, Flavia Cavalero e Simonetta Carbone, il libro è un divertente e impressionante viaggio tra le immagini pubblicitarie apparse su quotidiani, riviste e periodici, nonché su manifesti e dépliant, a partire dalla fine del 1800 per giungere ai nostri giorni.

Dino Aloi, classe 1964, tra i più brillanti vignettisti italiani (2500 vignette apparse su «Il Travaso», «Radiocorriere», «Paese Sera», «La Gazzetta dello Sport» e più recentemente su «L’Alto Adige»), è il condirettore del Museo del Sorriso di Baiardo, nonché l’ideatore del Premio Giorgio Cavallo, una sorta di Oscar della vignetta che quest’anno è stato assegnato a Sergio Staino. 


E poi le mostre di Jacovitti e Peynet, ma anche quella dedicata alle benemerite «tette».
Un attributo femminile amato tanto dagli umoristi quanto da pubblicitari, e questo forse spiega il perché un vignettista come Aloi abbia deciso di affrontare l’universo della pubblicità:
«Abbiamo sfogliato più di tremila pubblicazioni, dalle riviste umoristiche ai magazine femminili, dai settimanali politici ai fotoromanzi, da ”Topolino” a ”Grand Hotel” alla ”Domenica del Corriere”».
 

Continua Aloi: «Abbiamo preso in considerazione solo le pubblicità, escludendo, per esempio, le copertine di ”Panorama” ed ”Espresso” degli anni della "guerra delle tette", che fanno storia a sé, e così le pubblicità pornografiche.

Alla fine abbiamo selezionato 140 immagini che vengono a formare una galleria di stereotipi, distinte in diverse sezioni: Nude a tutti i costi, Angelo del focolare, Il richiamo del motore, Rapporto con il potere, Sacro e profano, Crisi di identità, Un vero tesoro, Vietato invecchiare, Come siamo caduti in basso, Finalmente l’ironia. 

Una "campionatura" dell’immagine prevalente che la pubblicità ci offre della donna, una sorta di "blob", dove si è voluto evitare il "peggio", ma anche di scadere nel moralismo o nel femminismo"».

In effetti un «catalogo» di questo tipo, e la relativa mostra itinerante, si prestano facilmente ad accuse di moralismo, ma gli autori hanno evitato di cadere nella trappola ricorrendo all’arma dell’ironia: 


«La parte più corposa del volume - spiega ancora Dino Aloi - si intitola "Nude a tutti i costi", ma non vuole essere una critica al nudo in quanto tale. Ho in mente le foto di Helmut Newton e sono meravigliose. Il problema è l’accostamento pretestuoso, quindi il nudo "fuori luogo".
L’abbinamento nudità-oggetto da pubblicizzare è un malcostume che nasce dalla metà degli anni Settanta. Insomma, se devi pubblicizzare un capo di abbigliamento intimo il nudo va benissimo, ma se devi pubblicizzare una pila, una birra o un barattolo di pelati, perché metterci le curve? Il barattolo di passata anche da solo fa la sua figura».
 

Quindi non moralismo, ma sguardo critico per imparare a considerare la pubblicità in modo diverso, con maggiore attenzione e di discernimento.
 

«L’ironia è il vero filo conduttore, perché rende tutto più leggero e stempera le immagini più urtanti. 

Ammetto, comunque, che ci siamo auto-censurati evitando cose troppo forti: penso alla pubblicità di Gucci con la modella con il pube rasato a forma di G».
 

In versione sexy e disinibita, oppure in quella più rassicurante di donna dolce, sottomessa e sempre contenta, o ancora nei panni della manager aggressiva che mette i maschi sotto i suoi tacchi vagamente sado-maso, comunque sia dalla pubblicità la donna ne esce veramente mal ridotta, tritata dagli stereotipi che ieri la volevano «angelo del focolare» e «donna mamma», oggi creatura sensuale, molto nuda, senza un capello bianco, senza una ruga, perché, come recita una pubblicità di Dior, è «vietato invecchiare».
 

E anche se l’immagine femminile cambia con l’evoluzione della società, del costume e degli stili di vita, alcune costanti permangono.
Una tra tutte: l’ossessione per il seno. Che deve essere rigorosamente sodo e per nulla cadente, e quando la natura non aiuta allora si può ricorrere a miracolose creme, come Senobel, di produzione napoletana, che promette un seno «protuberante» o la mitica Poppeina (1899), lozione «composta di vegetali, affatto privi di veleni» capace di conservare «l’opulenza, la sodezza e la freschezza di quella preziosa parte del corpo muliebre».


Se poi l’ossessione del seno sia cosa femminile o malattia indotta dai maschietti, su questo il dibattito è ancora aperto. 

Emanuele Rebuffini (titolo dell'articolo "Nude a tutti i costi", Il Mattino 22 aprile 2003)

martedì 23 novembre 2010

Libertà (J'écris ton nom ...)

Riporto qui alcuni pensieri di autori vari che si esprimono sulla "libertà":

"Non mi pento dei momenti in cui ho sofferto; porto su di me le cicatrici
come se fossero medaglie, so che la libertà ha un prezzo alto, alto quanto quello della schiavitù.
 L'unica differenza è che si paga con piacere, e con un sorriso...
anche quando quel sorriso è bagnato dalle lacrime.
(Paulo Choelo - Lo Zahir)


"I dubbi te li crea la libertà"
(Jim Morrison)


L'uomo è nato libero, e dappertutto è in catene.
(Jean Jacques Rousseau - Il contratto sociale)


L'anima libera e' rara, ma quando la vedi la riconosci: soprattutto
perché provi un senso di benessere, quando le sei vicino.
(Charles Bukowski)


Ciascuno di noi è, in verità, un'immagine del grande gabbiano,
un'infinita idea di libertà, senza limiti.
(Richard Bach - Il Gabbiano Jonathan Livingston)


Erich Fromm scrive:

"L'uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni e le decisioni comportano rischi.
 E poi quali sono i criteri su cui può basare le sue decisioni? L'uomo è abituato che gli si dica cosa deve pensare, anche se gli si dice che deve essere veramente convinto di ciò che pensa".



Chiudo con la poesia di Paul Eluard: Liberté:

"Sur mes cahiers d'écolier
Sur mon pupitre et les arbres
Sur le sable de neige
J'écris ton nom

Sur les pages lues
Sur toutes les pages blanches
Pierre sang papier ou cendre
J'écris ton nom

Sur les images dorées
Sur les armes des guerriers
Sur la couronne des rois
J'écris ton nom

Sur la jungle et le désert
Sur les nids sur les genêts
Sur l'écho de mon enfance
J'écris ton nom

Sur tous mes chiffons d'azur
Sur l'étang soleil moisi
Sur le lac lune vivante
J'écris ton nom

Sur les champs sur l'horizon
Sur les ailes des oiseaux
Et sur le moulin des ombres
J'écris ton nom

Sur chaque bouffées d'aurore
Sur la mer sur les bateaux
Sur la montagne démente
J'écris ton nom

Sur la mousse des nuages
Sur les sueurs de l'orage
Sur la pluie épaisse et fade
J'écris ton nom

Sur les formes scintillantes
Sur les cloches des couleurs
Sur la vérité physique
J'écris ton nom

Sur les sentiers éveillés
Sur les routes déployées
Sur les places qui débordent
J'écris ton nom

Sur la lampe qui s'allume
Sur la lampe qui s'éteint
Sur mes raisons réunies
J'écris ton nom

Sur le fruit coupé en deux
Du miroir et de ma chambre
Sur mon lit coquille vide
J'écris ton nom

Sur mon chien gourmand et tendre
Sur ses oreilles dressées
Sur sa patte maladroite
J'écris ton nom

Sur le tremplin de ma porte
Sur les objets familiers
Sur le flot du feu béni
J'écris ton nom

Sur toute chair accordée
Sur le front de mes amis
Sur chaque main qui se tend
J'écris ton nom

Sur la vitre des surprises
Sur les lèvres attendries
Bien au-dessus du silence
J'écris ton nom

Sur mes refuges détruits
Sur mes phares écroulés
Sur les murs de mon ennui
J'écris ton nom

Sur l'absence sans désir
Sur la solitude nue
Sur les marches de la mort
J'écris ton nom

Sur la santé revenue
Sur le risque disparu
Sur l'espoir sans souvenir
J'écris ton nom

Et par le pouvoir d'un mot
Je recommence ma vie
Je suis né pour te connaître
Pour te nommer

Paul Eluard
( Poésies et vérités, 1942)


Per chi mi legge: Cos'è dunque la libertà?

giovedì 18 novembre 2010

L'indifendibile

L’antica arte dell’illusionismo consiste nel saper dirigere l’attenzione dello spettatore verso un particolare oggetto o movimento, sviandolo da altri che non devono essere visti o ricordati, ma lasciandogli l’impressione di decidere cosa guardare. 


Soltanto in parte essa poggia su manualità e strumenti meccanici: il suo segreto sta nell’uso sapiente del linguaggio, nel timing e nella naturalezza. 


Dobbiamo ringraziare il presidente del Consiglio per averci intrattenuto con illusioni e coups de théâtre di grande maestria in questi ultimi anni, così precisi da farci quasi dimenticare di essere pubblico (pagante) di uno spettacolo. 


Una volta ancora, però, per distrarci da ben altri temi, ha dato prova di una “sensibilità” assai poco consona al ruolo che ricopre. 


L’affermazione rilasciata il 2 novembre non poteva certo passare inosservata: “Da sempre conduco una attività ininterrotta di lavoro, se qualche volta mi succede di guardare in faccia qualche bella ragazza… meglio essere appassionati di belle ragazze che gay!”. 


Tutta l’omofobia di quel “…che gay” ha urtato le orecchie del pubblico laico, per il quale la molteplicità degli stili di vita e la diversità delle esperienze, a partire dall’orientamento sessuale, è radice e fiore della democrazia.
L’omofobia non esaurisce però la gravità di quella frase.


Riascoltatela mentalmente, nella sua interezza. Nient’altro vi colpisce? In questo caso, allora, la controrivoluzione culturale degli ultimi anni è riuscita, i suoi effetti si sono sedimentati e tutto appare “naturale”: quella guerra non dichiarata contro le donne già percepita da Susan Faludi può dirsi finita (e persa dalle donne). Se invece c’è altro che sembra stonare, allora vale la pena di sottolineare ancora qualcosa.
L’immaginario mobilitato dalla frase nel suo complesso è antiquato e degradante per le donne, non solo per i gay. Questa immagine delle “belle donne” da riscuotere come premio dopo la caccia, la rilassante ed eterea pausa dal mondo delle necessità, evoca quella condizione di subordinazione (anche volontaria) che per lungo tempo ha chiuso la donna a casa e l’ha rimossa dalla vita pubblica. Questa frase, parte di un più complesso sistema di potere e di saperi, è una affermazione politica reazionaria, conservatrice e misogina.
Sono in particolare tre i motivi per cui è importante soffermarsi su questo elogio delle belle donne come “dopolavoro”. 


In primis, l’ironia. L’ironia è stata storicamente un’arma pericolosa. Con le battute, lo humour, il sarcasmo, sono stati sdoganati anche concetti e visioni del mondo profondamente antidemocratici. 


Il fertile terreno che ha accolto e nutrito le leggi razziali è stato preparato anche a colpi di battute e vignette antisemite. Naturalmente all’ironia si può rispondere con ironia (e ben venga: l’ironia ha anche rappresentato un formidabile strumento di sfida del potere), ma non si deve temere per questo di prendere sul serio ciò che pur ironicamente viene insinuato. 


L’ironia può disarmare l’avversario che non ne scenda a patti, con l’accusa di non saper scherzare, di non saper stare al gioco, di non avere il senso dello humour. Poche cose temiamo più del non saper mostrarci ironici


Forse è di questo che ha sofferto il femminismo: esisterebbe il problema del velinismo dilagante se non fosse stata sdoganata in tv la “bella statuina” a colpi di paperine e letterine proprio con la scusa del “si fa per scherzare”?


In secondo luogo, da una prospettiva più ampia, la battuta sulle “belle donne” è solo un tassello che va a inserirsi in un mosaico complesso, scolpito da anni di rappresentazioni di donne stereotipate, imprigionate nei ruoli: “semplicemente belle”, “semplicemente madri”, “semplicemente mogli”. 


La donna, come numerose ricerche da tempo hanno mostrato, appare nei media come oggetto sessuale, come rappresentante dell’opinione comune, come “accudente”: molto meno come esperta (se non in materie frivole) o in virtù delle competenze che ha acquisito nel suo percorso professionale e di studio. 


Le viene chiesto di commentare la politica, ma spesso su aspetti superficiali, o su materie di competenza “femminile” (la famiglia, gli affetti). 


O peggio ancora le viene chiesto soltanto di “essere”, di stare, di incarnare la spensieratezza intesa precisamente come mancanza di pensiero.


La controrivoluzione ha fatto del binomio pupa-secchione (corpo femminile-mente maschile) il proprio baluardo: l’immagine evocata non fa che confermare l’idea che la donna valga in quanto “natura” più che “cultura”.


Ma l’immagine mediatica riflette un mondo in cui non solo la strada dello spettacolo, ma sempre più anche quella della politica e delle istituzioni sembra spianata alle donne che hanno saputo investire nella bellezza più che nelle competenze. 

mercoledì 17 novembre 2010

L'Amore

"Era dentro le case che si produceva quel che conta nella vita - il calore e la pace di un luogo dove sentirsi al sicuro, cibo per i nostri corpi, nutrimento per le nostre anime.
E' lì che abbiamo imparato a stare al mondo con dignità, con integrità; è lì che abbiamo imparato ad avere fede. A renderci possibile questa vita, facendoci da guide e da maestre, sono state le donne nere. "


 E ancora:

"Tutti affermano che l'amore è importante, eppure siamo bombardati da ogni parte dall'evidenza del suo fallimento."  (da Tutto sull'amore)

 bell hooks, filosofa afroamericana

lunedì 15 novembre 2010

Modi di essere ricchi

" Dovreste conoscere ciò che vuole dire povertà, forse la nostra gente ha molti beni materiali, forse ha tutto, ma credo che se guardiamo nelle nostre case, vediamo quanto è difficile trovare un sorriso e il sorriso è il principio dell'amore."

Queste parole sono attribuite a Madre Maria Teresa.

domenica 14 novembre 2010

Domenica mattina

Mattina presto, mio marito è gia sceso in cucina e sento arrivarmi odore di caffè. Guardo dalla finestra e, al di là delle tendine, vedo affacciarsi la luce del giorno e le foglie rosse del liquidambar ancora ben attaccate all'albero.

E' sufficiente: mi alzo, scendo a prendere a mia volta il caffè, ma prima apro alla Frida; anzi apro tutti gli scuri delle porte finestre. La luce è ancora poca, ma la Beniamina - la nostra pianta di ficus - ne avrà piacere penso, dopo avere trascorso tutta l'estate in giardino.

Più tardi esco con Frida.

E' una mattina grigia, molto tranquilla - a quest'ora di domenica la gente dorme di solito.

Una leggera nebbia avvolge i campi, la terra nuda, gli alberi lontani in una foschia piacevole.
Respiro quel delizioso odore di foglie cadute, di nebbia - che  a me piace.

Frida è in cerca di gatti e annusa spesso vicino ai tronchi o ai muretti, controlla sotto tutte le aute parcheggiate, spesso rifugio felino.

Guardo intanto i giardini, da sempre una mia passione.

In alcuni i gerani sono ancora fioriti, poche invece le rose.
Ci sono bacche che allietano e risvegliano con il loro colore, il grigio della nebbia.
Alcuni giardini sono in ordine perfetto, tuttre le foglie raccolte e l'erba del prato è lucente; in altri, come nel mio, le foglie formano un prezioso tappeto multicolore.

Scomparsi invece le poltrone e i giochi dei bambini.
Rimangono uno scivolo e  un'altalena nel campetto pubblico accanto alla chiesa, peraltro, deserto.

Pochi gli incontri: due tortore dal collare sacro che volano vicine, un signore che porta al guinzaglio uno schnauzer nano pepe e sale.
Quest'ultimo abbaia ad una Frida interessata solo ai gatti e che non degna i suoi simili.
Ora di tornare, rientriamo in casa dove mio marito sta seguendo la Formula 1 e prendiamo un altro caffè.

venerdì 12 novembre 2010

Dubbio








"Può un vero cristiano amare il capitalismo? 


Perché se è vero che da un lato è stato possibile quantificare le vittime del comunismo, le vittime del capitalismo, invece non vengono quantificate da nessuno."
(Andrea Camilleri)

giovedì 11 novembre 2010

Estate di San Martino

“... ma per le vie del borgo dal ribollir dè tini va l'aspro odor dei vini l'anime a rallegrar”


Chi non ricorda questi versi della poesia di Giosuè Carducci che tutti, proprio tutti, abbiamo imparato a memoria alle elementari? E come non ricordarsi della leggenda di San Martino che divise in due il suo mantello per riscaldare un povero mendicante e fu ricompensato dal Signore che inviò qualche giorno di clima mite e temperato mentre la stagione volgeva ai rigori dell'inverno?

La leggenda del mantello di San Martino è molto antica e non si sa quando sia stata associata dalla memoria popolare e contadina al bel periodo che caratterizza la seconda decade di novembre che noi chiamiamo Estate di San Martino mentre nei Paesi anglosassone viene definita Indian Summer: Estate Indiana. 

Sia come sia San Martino e l'Estate Indiana vengono festeggiate a partire dall'11 novembre e per tre o quattro giorni. Martino, vissuto nel IV, secolo era nato in Ungheria. Il padre, ufficiale dell'esercito romano, aveva dato al figlio il nome di Martino in onore di Marte, Dio della Guerra. La famiglia di Martino si trasferì dapprima a Pavia dove, all'età di quindici anni, Martino entrò nell'esercito. Da Pavia venne inviato in Gallia e qui si convertì al cristianesimo e divenne monaco nella regione di Poitiers. 

L'episodio del mantello avvenne quando Martino era ancora un soldato. Dopo aver ricevuto in sogno la visita del Signore,  Martino prese i voti e si adoperò per la conversione al cristianesimo delle popolazioni galliche. 

Nel 371 i cittadini di Tours lo vollero vescovo della loro città. L'11 novembre si festeggia la data della sepoltura di San Martino e la basilica a lui dedicata nella città di Tours fu a lungo meta di pellegrinaggi medievali.


 In Italia San Martino è patrono di Belluno e di un centinaio di altri comuni. Il culto del Santo è tanto amato che si perde il conto delle feste a lui dedicate. 


La popolarità è confermata anche dai moltissimi proverbi dedicati a San Martino e alla festa dell'11 novembre: ”a San Martino uccidi il maiale e bevi vino”, “a San Martino ogni mosto diventa vino”. Ed è suffragata anche dalle centinaia di migliaia di ricerche con la parola chiave San Martino che già dal mese scorso sono state effettuate tramite i principali motori di ricerca.

Nata come festa di carattere religioso la ricorrenza nel corso dei secoli si è trasformata in un evento di tipo enogastronomico.

Un tempo l'11 novembre segnava per i contadini la fine di un anno di lavoro e il momento in cui scadevano i contratti agrari. 
Se il padrone chiedeva ai contadini di non rimanere per l'anno successivo questi dovevano traslocare e andare alla ricerca di un nuovo padrone e di un nuovo alloggio. 


Da qui il detto “fare San Martino” che era divenuto sinonimo di traslocare. 


Prima di partire si faceva una grande mangiata di arrosto di oca o di tacchino e tra i piatti tipici di questo periodo non mancavano quelli a base di maiale.


La tradizione racconta infatti che i contadini, in occasione della fine dei contratti agricoli, pagassero l'affitto della terra al padrone in parte con la carne dei maiali che allevavano e macellavano proprio durante i giorni dell'estate di San Martino. Il clima mite di questi giorni permetteva infatti una ottima macellazione delle carni.

Alla scadenza dei contratti si aprivano anche le botti per assaggiare il primo bicchiere di vino novello accompagnato alle castagne e ai dolci tipici del periodo. 


Ogni Regione italiana ha le sue usanze e le proprie rievocazioni storiche della leggenda del Santo e ogni città o borgo festeggia l'Estate di San Martino che “dura tre giorni e un pochinino” con sagre, eventi, feste che hanno come comun denominatore il vino, le castagne, i funghi, l'olio, le frittelle, i biscotti e centinaia di altre specialità. 



Indian Summer: un vecchio mio post 

mercoledì 10 novembre 2010

Nel silenzio dei fiori

Nel silenzio dei fiori
in quel silenzio al centro.
Nell'umiltà
del seme nel tacito afferrarsi
di radici al terreno
il brulichio delle menti umane
appare tarlato di bene.
Uno spasmo di portata inutile
dentro il destino terrestre.

(Mariangela Gualtieri)

lunedì 8 novembre 2010

Attempato, ma attuale

Intendo cercare se può esistere nell’ordine civile qualche regola di amministrazione legittima e sicura, prendendo gli uomini come sono e le leggi come possono essere: tenterò di collegare sempre, in questa ricerca, ciò che il diritto permette con ciò che l’interesse prescrive, in modo che la giustizia e l’utilità non si trovino separate. 

Entro in materia senza dimostrare l’importanza del mio argomento. 

Mi si chiederà se sono un principe o un legislatore per scrivere di politica. 

Rispondo di no, ed è il motivo per cui scrivo di politica. 

Se fossi un principe o un legislatore non perderei il mio tempo a dire ciò che bisogna fare; lo farei o rimarrei in silenzio. 

Nato cittadino di uno stato libero e membro del sovrano, per quanto debole possa essere l’influenza della mia voce negli affari pubblici, il diritto di votare su di essi è sufficiente a impormi il dovere di istruirmi in materia....

domenica 7 novembre 2010

E' tempo, amico

Certo per me, amico, è tempo
di appendere la cetra
in contemplazione
e silenzio.


Il cielo è troppo alto
e vasto
perché risuoni di questi
solitari sospiri.


Tempo è di unire le voci,
di fonderle insieme
e lasciare che la grazia canti
e ci salvi la Bellezza.


Come un tempo cantavano le foreste
tra salmo e salmo
dai maestosi cori
e il brillio delle vetrate
e le absidi in fiamme.


E i fiumi battevano le mani
al Suo apparire dalle cupole
lungo i raggi obliqui della sera;
e angeli volavano sulle case
e per le campagne e i deserti
riprendevano a fiorire.


Oppure si udiva fra le pause
scricchiolare la luce nell'orto, quando
pareva che un usignolo cantasse
"Filii et Filiae", a Pasqua.


(David Maria Turoldo)

giovedì 4 novembre 2010

Citazioni

Limitarsi a vivere non è abbastanza.

C'è bisogno anche del sole, della libertà  e di un piccolo fiore.

martedì 2 novembre 2010

Ricomincio con una risata.

Tempo fa su Wikipedia, ho letto quanto segue sulla risata verde:


"


Per risata verde si intende quel tipo di Risata che nasce dall'impotenza di fronte ad un
argomento davanti al quale non c'è altra alternativa che, appunto, la risata della disperazione.

Il termine è nato nei cabaret tedeschi degli anni venti in cui era molto diffusa la satira grottesca.

In Italia il concetto è stato ripreso dal comico Daniele Luttazzi

Esempio lampante di risata verde¨ è quella generata dalle barzellette che gli internati dei campi di concentramento si raccontavano tra di loro.

Secondo Daniele Luttazzi la satira grottesca si distingue dalla satira ironica per il fatto di
lavorare per addizione/accumulazione con l'obiettivo di far percepire l'orrore di una vicenda, mentre quella ironica per sottrazione.
La satira grottesca è quella che genera più spesso la risata verde.
Se l'autore è particolarmente abile nel raggiungere l'obiettivo di trasmettere il  dolore del far percepire il dolore dirompente.

Scrive Luttazzi che gli esempi di satira grottesca sono rari; ebbe invece una grande diffusione nei cabaret di Berlino degli anni venti e trenta, che venne poi cancellata dal carico di sofferenze della Seconda guerra mondiale.
I più grandi autori di questo genere sono stati Karl Kraus e Karl Valentin, maestri
della risata verde.

"
Un altro sito, a mio avviso, interessante è questo:
http://forum.gamesvillage.it/showthread.php?760578-Sulla-satira-e-la-risata-fascistoide-(wall-of-text-di-Daniele-Luttazzi)

giovedì 24 dicembre 2009

Buone Feste a tutti noi



A tutti voi, con cui ho condiviso quasi un anno di blog, auguro un Sereno Natale.




E che il prossimo anno, ormai così vicino, sia un anno diverso sotto tanti aspetti, diverso e decisamente migliore.
Un abbraccio a tutti, con grande affetto.



giovedì 19 novembre 2009

Citazione

Mi piace immaginare uno Stato che possa permettersi di essere giusto con tutti gli uomini, e di trattare l’individuo con il rispetto che si ha per un proprio vicino; uno Stato, ancora, che non consideri in contrasto con la propria tranquillità il fatto che alcuni vivano in disparte, senza immischiarsi nei suoi affari e senza lasciarsene sopraffare. 
(Henry David Thoreau)

Con questa frase di Thoreau, che condivido, saluto tutti voi, amici
per un po' di tempo.
Un po' prima di Natale sarò di nuovo qui per gli auguri e i saluti.

Buona permanenza!
Lara











lunedì 16 novembre 2009

La Lepre sulla Luna





In un tempo lontano,
una lepre e una scimmia
fecero amicizia
con una volpe.
Durante il giorno,
giocavano nei campi,
al tramonto del sole,
tornavano nella foresta.
In questo modo
passarono gli anni,
fino a quando
il Re del Cielo,
udito il fatto,
per sapere la verità,
in sembianza di vecchio,
viene barcollando
e disse agli animali:
"Ho sentito che voi tre
giocate assieme,
pur essendo
di specie diversa.
Se questo è vero,
salvate un vecchio
che muore di fame."
E gettato il bastone,
si mise a riposare.
"È molto semplice,"
risposero gli animali.
Senza esitare,
la scimmia tornò
dal bosco vicino
portando della frutta;
la volpe con un pesce
preso nel ruscello.
Anche la lepre
girò attorno,
ma non trovò niente
da offrire al vecchio.
Disprezzata, soffriva,
nel suo cuore.
Infine, disse:
"Tu, o scimmia,
porta legna dal bosco;
e tu, o volpe,
accendi il fuoco."
Avendo le due
eseguito l'ordine,
la lepre si gettò
in mezzo al fuoco,
offrendosi in dono
al vecchio affamato.
A questa vista,
il vecchio levò
gli occhi al cielo
e si accasciò al suolo,
in lacrime.
Battendosi il petto,
disse agli animali:
"Tutti e tre,
da buoni amici,
avete agito bene.
Ma la lepre
mi ha commosso."
Ripresa la forma
di Re del Cielo
raccolse dal fuoco
i resti della lepre
e li depose
nel Tempio della Luna.
Questa è la storia
della lepre sulla luna,
tramandata fino ad oggi.
Quando la sento,
la mia veste
si bagna di lacrime.


(dal libro: Poesie di Ryokan. La Vita Felice

La lepre sulla luna- Maestro zen Ryokan, 1758-1831)

domenica 15 novembre 2009

SEQUESTRO EMOTIVO - Un racconto



Un racconto - per rendere l’idea di cosa sia, secondo Goleman, il sequestro emotivo o sequestro dell’amigdala.






Anche se durante le feste il ritmo è frenetico, lei lavorava sempre come una matta per fare di Natale un giorno perfetto: andava comprare regali, li incartava, cucinava dolci e preparava per cena i cibi tradizionali svedesi – polpettine e lefse.



Anche quella volta, dopo essere corsa in giro per tutto il giorno, accese le candele e chiamò la famiglia a tavola, sulla quale fumavano i cibi preparati con cura.

A quel punto tutti si presentarono …. ma in ritardo.


La figlia quindicenne non si era ancora lavata i capelli.

Il figlio non l’aveva sentita chiamare “a cena” perché ascoltava musica in cuffia.

Il marito stava “finendo un lavoretto” al tavolo degli attrezzi.

Quando finalmente arrivarono, i cibi
non fumavano più.


Lei li guardò tutti in silenzio.

La cena era immersa in un’atmosfera tesa, si sentiva solo il rumore dell’argenteria sui piatti di porcellana.

Poi, al momento di aprire i regali,
lei si sedette su una sedia, si mise a leggere il giornale e non disse più una parola per il resto della serata.




I sequestri dell’amigdala si presentano in forme molto diverse, sabotandoci la vita ed il lavoro.

La buona notizia è che, con una maggiore consapevolezza di sé, sembra sia possibile “ricablare” il nostro cervello in funzione di una risposta più efficace agli stress che li innescano.

sabato 14 novembre 2009

Il sequestro dell'amigdala


Il sistema limbico – che è il sistema operativo della mente emozionale – contiene un piccolo ganglio di neuroni, l’amigdala, progettato per reagire rapidamente: un sistema di sicurezza sempre in funzione che ci protegge da eventuali danni.
E’ una parte antica del cervello che ci rende un ottimo servizio da secoli.
Oggi però le sfide sono diverse da quelle che affrontavano i nostri antenati, spesso sono più simboliche che reali.
Sono l’equivalente moderno di “mangia o sarai mangiato” e riguardano spesso i conflitti nell’ambiente di lavoro che sembrano costituire una sfida per la dignità dell’individuo,
per il suo sostentamento o per il suo orgoglio.
Il cervello pensante, la neocorteccia, si è evoluto – a partire dal sistema limbico.
Sembra però che, mentre nel mondo dei computer, il vecchio è rapidamente sorpassato dal nuovo, il nostro cervello antico in realtà sia più veloce del cervello pensante e possa scavalcare i nostri desideri più ragionevoli.
L’amigdala era probabilmente progettata per reagire a TUTTE le sfide – come a questioni di vita o di morte.
Un’ottima cosa, se qualcuno minaccia la nostra incolumità di notte in un parcheggio, ma non un granché utile in un conflitto simbolico con un collaboratore o con un membro della famiglia.
Funziona così: quando il cervello riceve uno stimolo, l’amigdala esamina tutte le precedenti esperienze emotive alla ricerca di un campione a cui rifarsi.
Se riconosce un’esperienza di paura, umiliazione o minaccia, attiva i nostri istinti di sopravvivenza: “rispondi colpo a colpo” oppure “scappa se vuoi salvare la pelle”.

Dato che i circuiti neuronali del sistema limbico sono antichi e tutt’altro che precisi, non sempre riusciamo a distinguere una sfida simbolica da un vero e proprio pericolo fisico:
a volte il sistema segnala un falso allarme.
L’amigdala, sensibilissima, prende per un ladro un suono inconsueto nella notte, mentre può essere soltanto il vento fra i cespugli.
Il cervello pensante può distinguere una sfida reale da una sfida simbolica, ma a volte ci mette troppo tempo a “scaricare” la sua valutazione razionale.
La reazione dell’amigdala, invece, arriva all’istante e scatena un riflesso brusco ed improvviso, una reazione del tipo “combatti o scappa”.
David Goleman nel libro “Intelligenza emotiva” chiama questa reazione “sequestro emotivo” o “sequestro dell’amigdala”.
segue ./..


domenica 1 novembre 2009

Teoria del barattolo di maionese


Un professore, prima di iniziare la sua lezione di filosofia, pose alcuni oggetti davanti a sé, sulla cattedra. Senza dire nulla, quando la lezione iniziò, prese un grosso barattolo di maionese vuoto e lo riempì con delle palline da golf. Domandò quindi ai suoi studenti se il barattolo fosse pieno ed essi risposero di si.
Allora, il professore rovesciò dentro il barattolo una scatola di sassolini, scuotendolo leggermente. I sassolini occuparono gli spazi fra le palline da golf. Domandò quindi, di nuovo, ai suoi studenti se il barattolo fosse pieno ed essi risposero di si.
Il professore, rovesciò dentro il barattolo una scatola di sabbia. Naturalmente, la sabbia occupò tutti gli spazi liberi. Egli domandò ancura una volta agli studenti se il barattolo fosse pieno ed essi risposero con un si unanime.
Il professore tirò fuori da sotto la cattedra due bicchieri di vino rosso e li rovesciò interamente dentro il barattolo, riempiendo tutto lo spazio fra i granelli di sabbia. Gli studenti risero!
“Ora”, disse il professore quando la risata finì, “vorrei che voi consideraste questo barattolo la vostra vita. Le palline da golf sono le cose importanti; la vostra famiglia, i vostri figli, la vostra salute, i vostri amici e le cose che preferite; cose che se rimanessero dopo che tutto il resto fosse perduto riempirebbero comunque la vostra esistenza.
“I sassolini sono le altre cose che contano, come il vostro lavoro, la vostra casa, l’automobile. La sabbia è tutto il resto, le piccole cose.”
“Se metteste nel barattolo per prima la sabbia”, continuò, “non resterebbe spazio per i sassolini e per le palline da golf. Lo stesso accade per la vita. Se usate tutto il vostro tempo e la vostra energia per le piccole cose, non vi potrete mai dedicare alle cose che per voi sono veramente importanti.
“Curatevi delle cose che sono fondamentali per la vostra felicità. Giocate con i vostri figli, tenete sotto controllo la vostra salute. Portate il vostro partner a cena fuori. Giocate altre 18 buche! Fatevi un altro giro sugli sci! C’è sempre tempo per sistemare la casa e per buttare l’immondizia. Dedicatevi prima di tutto alle palline da golf, le cose che contano sul serio. Definite le vostre priorità, tutto il resto è solo sabbia”.
Una studentessa alzò la mano e chiese che cosa rappresentasse il vino. Il professore sorrise. “Sono contento che tu l’abbia chiesto. Serve solo a dimostrare che per quanto possa sembrare piena la tua vita: c’è sempre spazio per un paio di bicchieri di vino con un amico”.
Ripreso da qui

lunedì 19 ottobre 2009

31 Ottobre, Samhain, Halloween, Ognissanti



Tra poco, il 31 ottobre, ci sarà la Notte più Magica dell'Anno, il Cielo e la Terra sono percorsi da energie inimmaginabili, cosmiche.

In ogni parte del mondo, oggi - come al principio dei tempi - gli Iniziati si preparano a festeggiare il Capodanno esoterico.

Samhain è il seme che viene gettato nella terra, il principio di un grande importante viaggio.

Può sembrare strano a qualcuno che l'Anno Magico inizi con l'Inverno alle porte e non con la Primavera. Ma l'evoluzione spirituale dell'Iniziato rispecchia le trasformazioni della Natura: è quindi logico che l'inizio sia il seme che viene gettato nella terra.

In Ottobre si ha infatti l'importante semina dei cereali vernini, che dovranno subire un lungo percorso sotterraneo invernale, prima di prorompere a nuova vita in Primavera.

Il messaggio simbolico della Natura è dunque quello della necessità di scendere nell'inconscio, nel Regno delle Acque Primordiali, nel buio del Caos primitivo, per cercare quella Luce interiore che può vincere ogni tenebra.

Samhain era il Capodanno del mondo Celtico, una grande e solenne Festa, in cui il momento più alto era rappresentato dalla raccolta del vischio che cresceva sulle querce della Selva sacra.

I Druidi, ovvero i sacerdoti-maghi dei Celti, si recavano nella Selva vestiti di bianco, portando con sè un falcetto d'oro, con il quale raccoglievano il vischio che subito avvolgevano in un panno candido.

Il vischio, così raccolto, era più che una pianta sacra, su di esso invocavano tutta la potenza divina della notte di Samhain, affinché il vischio, figlio della folgore - che cresceva sulle querce sacre, senza toccare mai la terra, ne fosse il simbolo e il veicolo tangibile.



Sacro non era il vischio, ma ciò che il vischio rappresentava, in quanto solo se colto in quella particolare notte e con quella particolare cerimonia esso aveva magiche virtù.

Andava reciso con una falce d'oro, simbolo della fusione del Sole (oro) con la Luna (falce) e subito avvolto in un panno bianco, evitando nel modo più assoluto che toccasse la terra.

La pianta del Vischio, che è un emiparassita (affonda le radici nella "altrui scorza" e "non tocca terra") veniva anche detta presso i popoli nordici la "scopa del fulmine", immaginando che tale pianta nascesse quando una folgore colpisse l'albero, ossia fosse una emanazione, una scintilla divina.

La Natura ci mostra che il seme nel buio della terra dà origine ad una nuova vita, mentre il giorno che cede il passo alla lunga notte invernale, ci invita a cercare dentro di noi una Luce più vera, che nn possa mai tramontare.

Ed è grazie alla scintilla divina che gli eterni opposti, conscio ed inconscio, ragione e intuizione, parte solare e parte lunare, Aquila e Serpente, si fondono.




lunedì 5 ottobre 2009

Indian Summer



Nella Medicina Tradizionale Cinese si dice che all’estate, stagione di grande espansione dell’energia, del sole forte e della gioia, segua la stagione del richiamo, del rientro dell’energia: la stagione di mezzo,la quinta stagione (indian summer, in Nord America).

Si dice anche che, per l’uomo, questo è il momento più critico dell’anno; ricondurre i soffi verso l’interno e verso il centro richiede
impegno e azione, richiede volontà: più naturale é, per l’uomo comune, muoversi e allargarsi, lasciarsi incantare e disperdersi
in ogni direzione.


“ I pensieri si attardano sui ricordi e, dolcemente, complice la natura, mi avvio all’interno, nel regno del mezzo e dell’azione, (medit-azione), ritrovando l’incommensurabile piacere della calma, del silenzio in quel Centro che è l’unico luogo dove non devo fare nessun sforzo per esistere, dove semplicemente sono - Uno.”


(Da Blù Jarma)

venerdì 2 ottobre 2009

Ottobre e Frida

E' iniziato il mese di ottobre, dolcemente.
Frugo ancora nei giardini, passeggiando con Frida nel tardo pomeriggio, lei alla ricerca di gatti, io di fiori o di foglie cadute.



Ottobre, è l'ottavo mese dell'antico anno romano.

Dagli slavi veniva chiamato "Mese Giallo" per il colore delle foglie appassite.

Presso gli Anglosassoni era noto come "Winter fylleth" perché si pensava che in questo mese (fylleth) incominciasse l'inverno.





Detti popolari:

"Se in ottobre il tuo campo vangherai
ricchezza dal terreno acquisterai"

"Un buon ottobre ed un buon vento,
crescon le ghiande, e il maiale è contento."


Fino ad ieri sera siamo riusciti a guardare Anno Zero.

martedì 22 settembre 2009

Equinozio d'autunno


Per quanto riguarda l'inizio dell'autunno, metto semplicemente il link ad un mio post dell'anno scorso, perché in questi giorni mi è arrivata la cagnolina che aspettavo, una meticcia con chiare impronte di setter inglese.
Ha già quasi un anno, quindi dobbiamo passare un bel po' di tempo insieme per addestrar"ci" ...

Viene da un canile di Roma gestito da persone eccezionali (è una conoscenza virtuale attraverso telefono e mail).
Là veniva chiamata Soraya, ma non me l'hanno detto volutamente, affinché fossi libera di scegliere.

Nel frattempo infatti d'accordo con mia figlia, noi l'abbiamo chiamata Frida.

Ma dopo un'ora che era qui a casa, sapendo come veniva chiamata, ho capito anche perché: ha occhi splendidi, credo che la vera Soraya li avessi tali e quali, anche se di lei so che era la moglie ripudiata di uno scià di Persia, e di certo non ricordo come fosse, eppure ho questa certezza.

Appena potrò verrò a pubblicare le foto di Frida e ad aggiornare questa nuova amicizia che mai cancellerà comunque il ricordo della mia amica Kitty.

Per un po' quindi, se mi pensate, pensatemi con questa dolce e paurosa cagnolina.

Ecco il link che riguarda l'Equinozio: estateincantata.blogspot.com/2008/11/equinozio-dautunno.html

venerdì 18 settembre 2009

Lo shock di Videocracy e il “fascismo estetico”


Erik Gandini (Bergamo 1967) ha realizzato un documentario sul potere in Italia, partendo dal fatto che nel nostro Paese – contrariamente a quanto avviene in consolidate democrazie – il potere politico e quello mediatico coincidono nella persona del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Il titolo del documentario (presentato alla Mostra del Cinema di Venezia) è, significativamente, Videocracy (neologismo dal significato facilmente intuibile).

Che cos'è il "fascismo estetico"?


Le sequenze iniziali e finali di "Videocracy" lo illustrano pefettamente.
Il fascismo estetico è quella lotta per la salvezza sociale che impegna ogni componente dei ceti popolari, nella più assoluta solitudine, sul terreno della propria immagine.

Nell'epoca della fine della mobilità sociale e del lento disfacimento della classe media, il nemico di classe non esiste più, come non esistono più alleati nella lotta per il miglioramento delle condizioni di vita.

Vi è un'unica fede, quella della trasformazione individuale. Non una religiosa rivoluzione interiore, ma una laica e materialista metamorfosi della propria immagine.

Il giovane operaio bresciano che è intollerante nei confronti del proprio lavoro, che si rifiuta ostinatamente ad un destino di tornitore a vita, ha di fronte a sé un'unica via di salvezza che, tragicamente, è in realtà la sua maledizione.

Egli vive da anni nella costruzione di un personaggio televisivo attraverso una dura disciplina fisica, che lo rende straordinariamente atletico e prestante. Ha ininterrottamente lavorato sulla propria immagine, ossia sul proprio corpo, sulla gestualità, sugli abiti.

Continua qui

Il brano che ho parzialmente postato è stato scritto da Andrea Inglese, su nazioneindiana.com.


Riporto anche
questo Articolo di , pubblicato venerdì 28 agosto 2009 in Svezia.

"Che cosa succede nell’opinione pubblica del regno di Silvio Berlusconi, dove il primo ministro controlla l’intera televisione? Erik Gandini ritrae questo incubo sorridente ed amorale che esce dallo schermo.
Erik Gandini si è finalmente deciso ad affrontare l’Italia, la sua misteriosa patria il cui presidente del consiglio Silvio Berlusconi si è procurato l’immunità giudiziaria, ha messo i rom in posti simili a campi di concentramento e sempre con il sorriso sulle labbra si è divincolato tra tutti gli scandali grandi e piccoli, all’apparenza con il tacito consenso della maggioranza degli italiani.
Di tempo ce n’è voluto ed è senz’altro stato difficile da portare a termine, ma il suo film “Videocracy” (più o meno ‘governo dello schermo’) ha meritato in pieno quest’attesa.
In Italia, più dell’80% delle persone si informano esclusivamente attraverso la televisione. La televisione è di proprietà del primo ministro Silvio Berlusconi con il suo prosperante impero mediatico Mediaset, oppure è da lui dominata attraverso il suo partito Forza Italia. Il partito di governo italiano esercita sulla radio e sulla televisione pubblica RAI un’influenza ben più grande di quanto sarebbe possibile in Svezia.
Ma Erik Gandini non si sofferma quasi mai su questi dettagli e presenta invece, attraverso un linguaggio visuale, brillante e carico di emotività, qualcosa di ben più difficile da cogliere: le conseguenze e la psicologia di ciò che definisce una “rivoluzione culturale”. Una rivoluzione in cui sono soprattutto le donne ad essere sfruttate e misteriosamente accettano di farsi sfruttare, mentre l’Italia scivola sempre più in basso nella classifica delle pari opportunità.
Gandini passa da inquietanti vie secondarie per entrare in un incubo sorridente ed amorale in cui la parola scritta, l’argomentazione fondata e le realtà sociali non hanno in pratica più alcun significato politico. La strada del successo, che qui è il senso stesso della vita, passa attraverso gli show e i quiz delle televisioni di Berlusconi. Come è stato detto persino in dibattiti svedesi sull’Italia quando si sono discusse le critiche a Berlusconi: che cosa c’è di sbagliato a divertirsi un po’?
Un giovanotto si allena nella lotta libera e nei movimenti alla Ricky Martin, partecipa a concorsi per talenti e sogna il successo spronato dalla mamma. Delle ragazzine puntano a diventare “velina”: ballerine per 30 secondi, “seni abbondanti e perizoma” per mantenere gli spettatori incollati. Una corpulenta donna di mezza età fa uno strip davanti a cacciatori di talenti. Sono i sognatori più commoventi ed innocenti di Gandini, e si trovano in fondo alla catena alimentare in cui il potere e i media vivono in simbiosi.
L’innocenza va svanendo man mano che Erik Gandini sale in questa catena. Ritrae da vicino lo sgradevole Fabrizio Corona, paparazzo, ricattatore e nihilista da varietà che con successo ha portato l’essenza cinica dell’estetica berlusconiana un passo più avanti. Il famoso agente televisivo Lele Mora, buon amico di Berlusconi e suo
vicino in Costa Smeralda, il paradiso sardo del jet-set, riceve gli ospiti nella sua “casa bianca” e sorridendo passa il suo cellulare da cui svolazza come suoneria “La giovinezza”, canzone di battaglia dei fascisti, tra immagini di simboli del partito, svastiche e Mussolini: ”Bello, eh?”
Un’altra vicina in Sardegna è diventata fotografa di corte del primo ministro e racconta volentieri quali foto sono state approvate e qual’è la sua preferita: quella famosa di Berlusconi con una giovanile bandana.
“Il Presidente”, come Berlusconi chiama sé stesso, appare solo sorridente – e che sorriso! – in contesti ufficiali: sulla tribuna d’onore ad una parata militare, in testa ad una manifestazione di Forza Italia, mentre riceve la cittadinanza onoraria di Olbia, in Sardegna.
“Videocracy” funziona in modo eccellente come misurazione di trent’anni di cambiamento della situazione mentale e politica italiana, soprattutto insieme a “Il divo” di Sorrentino. O come Gandini ha descritto il suo obiettivo: non tanto osservare la banalità del male, quanto la malvagità del banale. Forse non è nemmeno così lontano da noi come ci piace credere."
Articolo originale


martedì 15 settembre 2009

Citazione


Le macchine che danno l'abbondanza ci hanno lasciati nel bisogno,
la nostra sapienza ci ha reso cinici,
l'intelligenza duri e spietati.
Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco.
Più che di macchine, l'uomo ha bisogno di umanità.
Più che di intelligenza, abbiamo bisogno di dolcezza e bontà.
Senza queste doti, la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.
(Charlie Chaplin)

L'immagine riprodotta è di Nanà.

venerdì 11 settembre 2009

Corpo a corpo


"Eccola mia madre, al centro della vasta cattedrale che era l'infanzia: era là fino all'inizio..."
(Virginia Woolf)

Il pensiero sulla madre, mi è venuto leggendo il blog di Rosy, il resto è preso un po' a caso dal libro di Gabriella Buzzatti e Anna Salvo - "Corpo a corpo" - edito da Laterza.

"Il rapporto con mia madre è stato una delle grandi risorse della mia vita. Io l'amavo profondamente, ammiravo la sua bellezza, il suo intelletto, il suo profondo desiderio di conoscenza: senza dubbio con quel tanto di invidia che esiste in ogni figlia."

Così scrive, in un tentativo di autobiografia mai pubblicato cui lavorò attorno ai settant'anni, Melanie Klein.

La madre è, nell'insegnamento di Melanie Klein, il luogo interno in cui si combatte uno scontro fondativo ed atroce fra ciò che è "buono" e ciò che è "cattivo": figura quindi di maestosa ed insanabile ambivalenza, scenario di una "guerra" fra parti interne in cui risulta inimmaginabile ogni operazione di intolleranza o di pacificazione.

Libussa, la madre tanto amata, ammirata ed in qualche modo invidiata, rappresentò, finché restò in vita, una sorta di ordinatore della vita di Melanie Klein. Per ottenere tutto il suo amore, Melanie si contrappose, nonostante se stessa, al fratello Emanuel morto a venticinque anni, nel 1902. Quest'ultimo, a causa della tubercolosi, visse i suoi ultimi anni lontano dal nucleo familiare, legato a Melanie ed alla madre da un continuo scambio di lettere.

Il grande attaccamento che univa i due fratelli era mal sopportato dalla madre: non è difficile rintracciare in questo scenario familiare la coesistenza di sentimenti di scontro doloroso tra persone che si amano e si odiano.

Colpa, amore indicibile, desiderio di privilegio, lutto e senso di trionfo connotano la relazione dei figli con l madre e dei figli tra loro e comunque quella di Libussa, Emanuel e Melanie.
..... Il lavoro teorico della Klein potrebbe essere tutto cercato nella domanda 'ingenua' "Chi è la madre?", o meglio: "chi è la madre per la figlia femmina?"

Il rapporto madre-figlia è rimasto a lungo per la psicoanalisi un nodo irrisolto, eppure, ogni donna si è trovata prima o poi nel corso della vita di fronte al "materno", nella duplice accezione di "avere una madre" e di poter "essere madre".

mercoledì 9 settembre 2009

Nel silenzio di lantana


Nel silenzio di lantana
E di calle
Nell'umore secco del vento
Negli arpeggi del merlo
S'aprono zone di solitudine
Che eludono lo spazio
Cancellano gli sguardi

Nelle ore socchiuse
Il soffio sullo schermo
Di una trama muta
Dialogo nascosto
Nel profondo
Bugie infuocate
Che scavano la carne

Bocca che cerca il bacio
E mano la carezza
Pare la vita
Ma è il perno dell'ombra
Sulla luce
Dopo tanta speranza

(Da "Nel silenzio di lantana" di Daniela Muti - Edizioni Lieto Colle)

domenica 6 settembre 2009

Settembre e ...



Dopo un piccolo incidente ad un legamento della mia spalla destra che mi ha impedito di usare il computer in questi giorni, comincio a stare meglio e ... mi ritrovo in settembre.
Proprio stanotte, attenta a non dormire sulla spalla incriminata, sentivo fucilate continue ed ero convinta di vivere un incubo.
Ma no, è solamente iniziata la caccia: non so, conosco laureati in ecologia che sono favorevoli ad una caccia consapevole e bla bla bla.
A me, anche in pieno sonno, dà dolore.

Comunque il primo giorno di settembre qui è stato splendente, il caldo sta diminuendo a rotta di collo.

Settembre era il settimo mese del calendario romano, il nono invece in quello anglosassone dove veniva chiamato anche "Mese dell'Orzo"

Proverbi di settembre:

"Se il tempo è buono il 1° di settembre, sarà buono per tutto il mese".

"Pianta gli alberi a S. Michele e comanda loro di crescere;
pianta gli alberi per la Candelora e dovrai pregarli perché crescano."

"Il vento settembrino spira dolcemente sinché la frutta non è nel solaio."

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