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lunedì 2 gennaio 2012

Passato ... remoto?

A proposito di frammenti (v. mio post precedente) ho trovato qui
un pezzo, a mio avviso, storicamente e socialmente interessante e lo ripropongo integralmente.



"Lo spazio pubblicitario che ha chiuso i battenti nella primavera del '77 per fare spazio ad altre ben più aggressive forme di pubblicità, è stato per molti bambini della generazione degli anni '60 lo spartiacque fra la giornata dei doveri e dei compiti e il momento dello svago e dei sogni ad occhi aperti.

La ragione è semplice: quel breve programma era rappresentato dalla messa in onda di cinque comunicati pubblicitari (non esisteva ancora la parola spot) preceduti da brevissimi telefilm, per lo più costituti da cartoni animati (o da veri e propri pupazzi parlanti). 


Insomma, tutto ciò che può fare la gioia di un bambino. Salvo il fatto che, poi, quello stesso bambino era costretto ad andare a letto, motivo per cui il programma rappresentò per molti, in verità, una sorta di spartiacque bifronte. Non a caso, anche nel linguaggio comune prese piede la frase: "Ti mando a letto dopo il Carosello", espressione di innocua e simpatica minaccia nei confronti dei piccoli telespettatori. 


Nato il 3 febbraio 1957 (con un ritardo di un mese e due giorni sulla data annunciata in precedenza, il 1° gennaio 1957), il programma era il frutto di un compromesso tra le dirigenze della RAI ed i rappresentanti delle maggiori imprese industriali che vedevano nel mezzo televisivo enormi potenzialità commerciali. La RAI impose allora alle aziende di produrre pubblicità sotto forma di spettacolini o di scenette. Tale scelta era dettata anche dal fatto che si volevano evitare il più possibile le critiche di coloro che pagavano il canone e che non apprezzavano la pubblicità in televisione. La produzione di questi mini-film fu demandata nientemeno che all'industria cinematografica nazionale, il che garantì standard qualitativi ed inventivi indubbiamente alti. Ogni spot doveva ad ogni buon conto rispettare regole molto rigide. 




Anzitutto, bisogna considerare che ogni spot aveva il tassativo limite temporale di 1 minuto e 45 secondi dei quali solo 20-30 potevano essere dedicati alla menzione del prodotto, il nome del quale non poteva essere ripetuto più di tre volte; la scenetta, inoltre, doveva essere separata nettamente dal codino pubblicitario finale, cosa oggi davvero impensabile. Un ciclo pubblicitario era costituito poi di quattro (ma successivamente anche di sei) spot che erano trasmessi a distanza di dieci giorni l'uno dall'altro. Naturalmente, un controllo molto severo era esercitato anche sui contenuti. 


Non dovevano esserci riferimenti espliciti o impliciti o incoraggiamenti all'amoralità, al sesso, alla violenza, al vizio, alla disonestà. Una curiosità, anch'essa per noi ormai inconcepibile, consiste nel fatto che fossero esclusi gli spot sulla biancheria intima e nel fatto che vi fosse l'esplicito divieto di nominare parole considerate di cattivo gusto come "forfora", "sudore", "depilazione", e così via. Naturalmente la struttura narrativa non poteva prescindere dall'happy end di prammatica e dall'esaltazione della modernità vista solo in chiave di progresso benefico e continuo. 


Spazio pubblicitario rigorosamente separato dal resto dei programmi, nel piccolo contenitore del Carosello sono comunque nate piccole storie che, nell'arco di qualche minuto, tenevano gli utenti inchiodati al video, tramite il sapiente uso di tutti i linguaggi disponibili nella comunicazione video: dallo sceneggiato al disegno animato, al balletto, al mimo, al gioco plastico, alla conferenza stampa, alla musica lirica, al coretto di montagna: il tutto con l'unica finalità di comunicare il famoso "messaggio commerciale" ed incentivare la propensione ai consumi, in un'Italia ancora in piena ubriacatura di Boom economico. 


Non bisogna inoltre dimenticare che Carosello è stato una palestra per molti dei futuri grandi nomi dello spettacolo o della regia, uno spazio in cui essi potevano sperimentare le proprie doti a costi accessibili e senza incappare in produzioni ciclopiche e intimidenti.


Di fatto, poi, la trasmissione aveva un così alto gradimento di pubblico (con la nascita di quelli che potremmo definire i primi "tormentoni", rappresentati da neologismi o frasi inventate dai pubblicitari), che famosi attori non disdegnarono di partecipare a queste scenette. Fra i registi che compaiono in un ideale albo d'oro di Carosello, si possono dunque scorrere nomi come quelli dei sofisticati fratelli Taviani ed Ermanno Olmi, mentre fra gli attori è sicuramente da ricordare la partecipazione del grande Eduardo De Filippo e del futuro premio Nobel Dario Fo


Altra caratteristiche fondamentale che contribuì alla fenomenale riuscita e popolarità di Carosello, furono le sue memorabili sigle, improntate all'allegria e al buonumore. L'unico cambio, in questo senso, avvenne verso la metà degli anni '60, e precisamente nel '63. La vecchia sigla ideata da Luciano Emmer, musicata da Raffaele Gervasio e sceneggiata da Nietta Vespignani fu cambiata con una nuova sigla disegnata da Manfredo Manfredi, i cui quadri a tempera raffiguravano le piazze delle città di Venezia, Siena, Napoli e Roma."


 Da Biografieonline


giovedì 25 novembre 2010

Nude a tutti i costi

Mi sono imbattuta in un articolo del 2003 de Il Mattino che riporta credo, stralci di questo saggio:
 

"La donna su misura. L’immagine femminile stereotipata dalla pubblicità" saggio curato da Dino Aloi, Flavia Cavalero e Simonetta Carbone.
 

A me sembra che  sia ancora piuttosto attuale, per cui lo riporto qui.

"Siete sicure d’esser sempre veramente affettuose con vostro marito? La vostra periodica irritabilità non è forse causa di malintesi evitabilissimi? Sanadon combatte ogni ricorrente motivo di nervosismo e di dolore": la pubblicità di una brodaglia capace di rendere la donna sempre contenta (siamo nel 1951) è uno dei capolavori del macabro raccolti nel volume La donna su misura. L’immagine femminile stereotipata dalla pubblicità.


Pubblicato dall’editore Il Pennino, curato da Dino Aloi, Flavia Cavalero e Simonetta Carbone, il libro è un divertente e impressionante viaggio tra le immagini pubblicitarie apparse su quotidiani, riviste e periodici, nonché su manifesti e dépliant, a partire dalla fine del 1800 per giungere ai nostri giorni.

Dino Aloi, classe 1964, tra i più brillanti vignettisti italiani (2500 vignette apparse su «Il Travaso», «Radiocorriere», «Paese Sera», «La Gazzetta dello Sport» e più recentemente su «L’Alto Adige»), è il condirettore del Museo del Sorriso di Baiardo, nonché l’ideatore del Premio Giorgio Cavallo, una sorta di Oscar della vignetta che quest’anno è stato assegnato a Sergio Staino. 


E poi le mostre di Jacovitti e Peynet, ma anche quella dedicata alle benemerite «tette».
Un attributo femminile amato tanto dagli umoristi quanto da pubblicitari, e questo forse spiega il perché un vignettista come Aloi abbia deciso di affrontare l’universo della pubblicità:
«Abbiamo sfogliato più di tremila pubblicazioni, dalle riviste umoristiche ai magazine femminili, dai settimanali politici ai fotoromanzi, da ”Topolino” a ”Grand Hotel” alla ”Domenica del Corriere”».
 

Continua Aloi: «Abbiamo preso in considerazione solo le pubblicità, escludendo, per esempio, le copertine di ”Panorama” ed ”Espresso” degli anni della "guerra delle tette", che fanno storia a sé, e così le pubblicità pornografiche.

Alla fine abbiamo selezionato 140 immagini che vengono a formare una galleria di stereotipi, distinte in diverse sezioni: Nude a tutti i costi, Angelo del focolare, Il richiamo del motore, Rapporto con il potere, Sacro e profano, Crisi di identità, Un vero tesoro, Vietato invecchiare, Come siamo caduti in basso, Finalmente l’ironia. 

Una "campionatura" dell’immagine prevalente che la pubblicità ci offre della donna, una sorta di "blob", dove si è voluto evitare il "peggio", ma anche di scadere nel moralismo o nel femminismo"».

In effetti un «catalogo» di questo tipo, e la relativa mostra itinerante, si prestano facilmente ad accuse di moralismo, ma gli autori hanno evitato di cadere nella trappola ricorrendo all’arma dell’ironia: 


«La parte più corposa del volume - spiega ancora Dino Aloi - si intitola "Nude a tutti i costi", ma non vuole essere una critica al nudo in quanto tale. Ho in mente le foto di Helmut Newton e sono meravigliose. Il problema è l’accostamento pretestuoso, quindi il nudo "fuori luogo".
L’abbinamento nudità-oggetto da pubblicizzare è un malcostume che nasce dalla metà degli anni Settanta. Insomma, se devi pubblicizzare un capo di abbigliamento intimo il nudo va benissimo, ma se devi pubblicizzare una pila, una birra o un barattolo di pelati, perché metterci le curve? Il barattolo di passata anche da solo fa la sua figura».
 

Quindi non moralismo, ma sguardo critico per imparare a considerare la pubblicità in modo diverso, con maggiore attenzione e di discernimento.
 

«L’ironia è il vero filo conduttore, perché rende tutto più leggero e stempera le immagini più urtanti. 

Ammetto, comunque, che ci siamo auto-censurati evitando cose troppo forti: penso alla pubblicità di Gucci con la modella con il pube rasato a forma di G».
 

In versione sexy e disinibita, oppure in quella più rassicurante di donna dolce, sottomessa e sempre contenta, o ancora nei panni della manager aggressiva che mette i maschi sotto i suoi tacchi vagamente sado-maso, comunque sia dalla pubblicità la donna ne esce veramente mal ridotta, tritata dagli stereotipi che ieri la volevano «angelo del focolare» e «donna mamma», oggi creatura sensuale, molto nuda, senza un capello bianco, senza una ruga, perché, come recita una pubblicità di Dior, è «vietato invecchiare».
 

E anche se l’immagine femminile cambia con l’evoluzione della società, del costume e degli stili di vita, alcune costanti permangono.
Una tra tutte: l’ossessione per il seno. Che deve essere rigorosamente sodo e per nulla cadente, e quando la natura non aiuta allora si può ricorrere a miracolose creme, come Senobel, di produzione napoletana, che promette un seno «protuberante» o la mitica Poppeina (1899), lozione «composta di vegetali, affatto privi di veleni» capace di conservare «l’opulenza, la sodezza e la freschezza di quella preziosa parte del corpo muliebre».


Se poi l’ossessione del seno sia cosa femminile o malattia indotta dai maschietti, su questo il dibattito è ancora aperto. 

Emanuele Rebuffini (titolo dell'articolo "Nude a tutti i costi", Il Mattino 22 aprile 2003)

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