mercoledì 8 febbraio 2012

Bleu screen, schermata blu



Mi scuso con tutti, ma  è capitato, mi dicono, un grosso guaio al  mio computer.


Lo accendo e il monitor compare come nella sottostante immagine.




Con questa neve, abbiamo contattato un tecnico informatico, il quale sostiene che può dipendere da tutto o di più. Sostiene, ma non può, per ovvie ragioni di "mobilità",  venire a vedere di persona.


Sto scrivendo, dopo varie trattative, dal portatile di mio marito, anche lui a casa da 3 giorni per questioni di neve.


Quindi, a parte che mi dispiacerebbe molto dovere abbandonare questo computer, abbandono che mi sembra dovuto anche stavolta  a ragioni sovrannaturali (quello prima di questo fu preso di mira da un fulmine) chiedo scusa tutti voi che mi seguite e che io seguo per la mia assenza e mancanza di risposta ai vostri commenti.


Risponderò. forse anche stasera, se mio marito mi concederà il suo.


Per ora un abbraccio a tutti.


Lara



martedì 7 febbraio 2012

Martedì con neve e aforismi






"E’ come in un giorno di neve
che il mondo sembra fermarsi, fermarsi per consentirti di viaggiare,
in un luogo che ultimamente frequenti sempre meno:
la tua anima…”
Anton Vanligt


"La ragione per cui la guarigione non avviene, è che è più facile ferire qualcun altro, che guarire se stessi."
Vernon Howard


 "Il mare non ha paese nemmeno lui, 
ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, 
di qua e di là dove nasce e muore il sole."
Giovanni Verga

domenica 5 febbraio 2012

BOLOGNA, TRA NEVE E POESIA...

Queste parole sono tutte prese dal blog indicato sotto.
Non solo il testo, ma anche la immagine.
Bologna è la mia città d'origine ma me ne sono andata dopo anni,verso la campagna.
Qualcosa però, rimane nel cuore...


L'INDISPETTITO: BOLOGNA, TRA NEVE E POESIA...: 



Rievocare lo splendore storico ed artistico del centro storico di una città come Bologna è cosa che molti, almeno una volta nella vita, avranno fatto o visto fare: le vie dipanate seguendo una pianta medievale comune a pochissime città al mondo, gli angoli sperduti nel centro storico dove sopravvivono (con sempre maggiore fatica, nds) negozi e ristoranti "di una volta"...questa è solamente una minima parte di ciò che di meraviglioso è possibile trovare e (ri)scoprire dentro il centro storico di Bologna. 


Pur vivendola molte volte, mai mi sono completamente accorto di quanto di meraviglioso questa città custodisca al suo interno.


Bologna è anche arte mescolata a poesia, nel ricordo di altrettanti protagonisti che hanno mosso pesanti passi all'interno delle sue mura. 


La città di Bologna è ammirata, amata e (purtroppo) anche maltrattata; si ricorda troppo poco spesso la bellissima strofa della canzone "omonima" fatta dall'eccezionale cantautore Samuele Bersani:
"[...]A Bologna i portici tengono in piedi le case/ hanno i reumatismi e le artriti di braccia operaie/ fingono di essere sordi e di non sapere/ chi sta prendendo la città/ a calci nel sedere [...]"


Portici con artriti date da momenti di grande freddo e precipitazioni, all'insegna di quel "zagno" che il dialetto bolognese riesce a definire meglio di qualunque "italianismo".  
Con le precipitazioni nevose si aprono ogni volta dibattiti interminabili, nei quali si cerca ogni volta di puntare un dito: fra viali sporchi e spalaneve maldestri, sembra (alle volte a ragion veduta, nds) che nessuno riesca ogni volta a fare appieno il suo dovere. 


Nonostante le lamentele, la neve rimane lì: bianca, impassibile, odiosa. 


Resta e continua a cadere, minacciando poi di trasformarsi in ghiaccio alla prima occasione buona. Neve e ghiaccio su Bologna, dunque. 


Può questa essere, forse, un'immagine anche poetica con cui (ri)valutare la questione neve? 


Il margine di giudizio positivo è direttamente proporzionale al tempo libero di una persona: l'opinione del lavoratore sarà per forza differente dal bambino allontanato da scuola per ragioni dettate da cause di "forza maggiore". 


Nonostante tutto, l'odiosa neve rimane lì: trasforma e "ricicla" la bellezza di Bologna, mostrandola sotto una sempre inedita veste...anche se (speriamo) per pochi giorni l'anno.
Può essere anche questa una forma di poesia? La tradizione ricorda, per fortuna o purtroppo, che questa è una domanda con risposta positiva: 




"Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna, 
e il colle sopra il bianco di neve ride.
E' l'ora soave che il sol morituro saluta
le torri e 'l tempio, divo Petronio, tuo;
le torri in cui i merli tant'ala di secolo lambe, 
e del solenne tempio la solitaria cima. 
Il cielo in freddo fulgore adàmantino brilla;
e l'aer come velo d'argento giace
su'l fòro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.
Su gli alti fastigi s'indugia il sole guardando
con un sorriso languido di viola, 
che ne la bigia nel fosco vermiglio mattone
par che risvegli l'anima de i secoli, 
e un desio mesto pe 'l rigido aere sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere, 
quando le donne gentili danzavano in piazza
e co'i re vinti i consoli tornavano.
Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica." 


(Giosuè Carducci, Nella piazza di San Petronio)


Fra fiocco e fiocco, Bologna sa essere anche questo. 
Si spera sempre che questo sia un bianco mantello che la città voglia indossare, comunque, per il minor tempo possibile. 
Dopotutto, cronologicamente, sembra mancare poco al punto di forzato miglioramento:


"[...]che profumo Bologna di sera / le sere di maggio [...]"


Sia conto alla rovescia, dunque...sperando di vedere presto dismesso questo bianco e (per poco) affascinante mantello. 
Meglio fermarsi, anche perchè il rischio è sempre quello: 


"[...]Bologna, adesso voltati/ mi fai commuovere/ lo sai che esagero/ con le parole."




Da Alessandro del blog L''indispettito che ringrazio.

Riflessione domenicale




Noi, gli eremiti di massa di Umberto Galimberti:

... il mondo non è più ciò che sta, ma a stare (seduto) è l’uomo, e il mondo gli gira attorno capovolgendo i termini con cui, dal giorno in cui è comparso sulla terra, l’uomo ha fatto esperienza.



Le conseguenze non sono da poco. Se il mondo viene a noi, noi non “siamo-nel-mondo” come vuole la famosa espressione di Heidegger, ma semplici consumatori del mondo. Se poi viene a noi solo in forma di immagine, ciò che consumiamo è solo il fantasma. 


Se questo fantasma lo possiamo evocare in qualsiasi momento, siamo onnipotenti come Dio. Ma poi questa onnipotenza si riduce, perché, se possiamo vedere il mondo senza potergli parlare, siamo dei voyeurs condannati all’afasia. Tutto questo dal nostro punto di vista. 


Se poi ci mettiamo dal punto di vista del mondo, allora assistiamo a un’altra serie di strane trasformazioni. 


Se un fatto che accade in luogo determinato può essere trasmesso in qualsiasi luogo della terra, quel fatto perde la sua “individuazione” che è sempre stato il tratto caratteristico dei fatti. Se per vederlo bisogna pagarlo, allora quel fatto, insieme a tutta la serie dei fatti, cioè il mondo, diventa merce. Se la sua importanza dipende dalla sua diffusione attraverso i media, allora l’essere dovrà misurarsi sull'apparire. 


Inutile dire che in questa condizione, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, si riduce, fino ad annullarsi, lo spazio della libertà e il bisogno di interpretazione. .....



Come si vede, essere esposti non al mondo, ma alla visione del mondo, o se si preferisce "essere digitali" comporta qualche problema filosofico e soprattutto incide sul nostro modo di fare esperienza che non è un fatto del tutto trascurabile. 

Già 50 anni fa Gunther Anders ne L’uomo è antiquato, sospettava che il mondo può diventare illeggibile per overdose di informazioni e l’uomo può perdere il bene più prezioso che è la capacità di far esperienza. 




Non siamo infatti onnipotenti come i mezzi di cui disponiamo, e non saranno certi mezzi onnipotenti capaci di mettere in comunicazione milioni di solitudini e fare di tutti i solitari, privati proprio dai mezzi di comunicazione della possibilità di fare un’esperienza condivisa, gli abitanti di un mondo comune.
Tratto da “la Repubblica”, 18 agosto 2005
http://www.psicoterapia-corporea.com/articoli/164-noi-gli-eremiti-di-massa-

sabato 4 febbraio 2012

Un treno di sera


Ho scoperto  una pagina autobiografica di Giorgio Bassani su questo sito 
http://digilander.libero.it/onmyknees/Italiano/ita_BassVita.htm
Ne riprendo una parte, estrapolando quello che più interessa a me.




Nella primavera del '42, il primo impulso a scrivere versi mi venne, più che dalla vita e dalla realtà, dall'arte, dalla cultura. Da tempo mi avevano colpito le poesie di due vecchi compagni d'università: Francesco Arcangeli e Antonio Rinaldi; e quelle di Pompeo Bettini, che Benedetto Croce aveva ristampato nell'inverno precedente, da Laterza. 


Seguivo, oltre a ciò, i miei amici storici dell'arte - lo stesso Francesco Arcangeli, Giuseppe Raimondi, C. L. Ragghianti, Cesare Gnudi, Giancarlo Cavalli - sulle tracce dei pittori ferraresi e bolognesi del Cinque e Seicento: cosicché la campagna tra Ferrara e Bologna, che il mio treno percorreva quasi quotidianamente, mi si mostrava attraverso i colori, intrisi di una luce come velata, di quelle antiche pitture. 


La primavera del '42! Stalingrado, El Alamein, e il futuro incerto, oscuro... Eppure, nonostante tutto, la vita non mi è mai più apparsa cosi bella, cosi bella e struggente come allora. 


Uscivo dalla giovinezza, lo sentivo bene: ma senza rimpianti, guardando ai miei errori passati - non ero mai riuscito a perdonarmeli - con una sorta di benigna condiscendenza. Per la prima volta mi sentivo spettatore indulgente di me stesso. 


E cosi, nel treno che mi riportava ogni sera a Ferrara, da Bologna dove avevo compiuto gli studi universitari, e dove, anche dopo, avevo continuato a recarmi con la stessa frequenza di un tempo, la vicenda degli amori studenteschi, dai quali mi vedevo di un tratto escluso, si svolgeva davanti ai miei occhi incantevole ma distante, distante per sempre. 


Una delle prime poesie che scrissi riguarda quel treno serale. Ebbene, quella che si vede attraverso i finestrini dello scompartimento di terza classe è la mia terra, si; ma resa con la mente alle tele che gli amici, proprio in quei mesi, mi venivano mostrando, distante e patetica come appare dietro quelle rustiche madonne provinciali, quei santoni dalle membra arrossate e sudaticce.


"Questa è l'ora che vanno per calde erbe infinite  
nel mio paese gli ultimi treni, con fischi lenti 
salutano la sera, affondano indolenti 
in sonni dove tramontano rosse città turrite.  
Dai finestrini aperti il vino delle marcite 
monta al madido specchio delle povere panche; 
dei giovanili amanti scioglie le dita stanche, 
fa deserte di baci le labbra inaridite."


Una  ottima biografia di Giorgio Bassani, nonchè dell'analisi delle sue opere, l'ho trovata qui http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/bassani.htm

venerdì 3 febbraio 2012

E' stato niente

Siamo sommersi dalla neve.
Stamattina c'è  però un po' di sole.
Siamo tutti in casa, sembra che tanto comunque fuori sia tutto chiuso.


Leggo che a Milano è morto un clochard per il freddo. 


Hanno detto che bruciare all'inferno sia la punizione per i nostri peccati, mi chiedo come mai non si sia pensato al ghiaccio. 
Deve essere difficile morire di freddo, Un vero inferno.


Poi ascolto questa leggera voce dentro di me, voce che scalda senza bruciare, voce che neanche è mia, perché scritta da un poeta:



E’ stato niente


l’ orlo di una stella soltanto


ma tornati i miei piedi sulla terra


quanto lontano sei rimasto, cielo!


Juan Ramon Jimènez

mercoledì 1 febbraio 2012

La mia sola ambizione è servirti


Di Joseph Losey, regista americano nato il  14 gennaio del 1909 a La Crosse nel Wisconsin e morto a Londra il 22 giugno del 1984, conosco bene due film:
Messaggero d'amore e Il Servo.


Sul quotidiano La Stampa di oggi
è scritto fra l'altro quanto segue:


'A Torino la retrospettiva a cura di Emanuela Martini prevede i trentasette lungometraggi e i corti firmati da questo atipico autore (Joseph Losey)cresciuto nella stessa cittadina di un altro dei grandi del cinema Usa quale Nicholas Ray.


Laureatosi all’università di Harvard, giornalista per qualche anno al prestigioso "New York Times" e poi, a partire dagli anni Trenta, approdato nel mondo dello spettacolo prima come regista teatrale e poi cinematografico.
Il suo esordio sul grande schermo risale al 1948: "Il ragazzo dai capelli verdi", metafora in chiave fantastica della crescente intolleranza sociale che rappresentò l’inizio di un’intensa e ricca carriera, non priva di difficoltà. 


Complicazioni derivanti in particolare dal suo esilio: nel 1951 quando era in Italia per girare "Imbarco a mezzanotte", pellicola uscita al cinema con la firma Andrea Forzano, Losey venne infatti chiamato negli Stati Uniti a testimoniare di fronte al Comitato per le attività antiamericane della Camera dei Rappresentanti, il comitato incaricato di "sradicare" i comunisti dall'industria cinematografica. Egli non accolse l’"invito" e scelse di andare a vivere in Inghilterra.


L’impronta teatrale del cinema di Losey deriva dall’influenza che ebbe su di lui Bertolt Brecht, di cui trasferì sul palcoscenico un’acclamata versione di "Galileo" con Charles Laughton mattatore, e dalla collaborazione nata con Harold Pinter, a cui si deve la sceneggiatura di capolavori del cineasta americano come "Il servo", L’incidente" e la Palma d’oro al Festival di Cannes 1971 "Messaggero d’amore".'




In arrivo la Candelora o Imbolc o Candlemas


Come il sole inizia ad allungare il passo rispetto alla notte, così nello spirito dell'iniziato deve comparire la Luce, dapprima fioca, poi sempre più fulgida, fino a quell'ideale di purezza descritto sempre nel "mito dell'Unicorno". (Ne accennai qui)

Questa purezza interessa l'individuo in tutta la sua complessità di corpo, mente e spirito, come se ci si abbeverasse ad una Fonte di Giovinezza.
Famosa la Fontana di Barenton, visibile ancora oggi




Imbolc è dunque una Fonte che sgorga dalle profondità del nostro spirito, per purificare, ringiovanire, dare inizio alla nuova vita nella luce che comincia sensibilmente ad aumentare.


La Candelora - Imbolc (2 febbraio) si colloca a metà tra la notte più lunga dell'anno del Solstizio d'Inverno e l'Equinozio di Primavera, quando la notte è lunga come il giorno.
Anticamente infatti questo giorno veniva chiamato il Ritorno della Luce, nel quale si risvegliava la Madre-Terra.  Dopo il sonno dell'Inverno spuntavano infatti i primi timidi fiori e il giorno era visibilmente più lungo.


Tornando a febbraio, la parola deriva dal latino Febrarius derivato da februus, cioé purificatorio ed è da sempre il periodo dell'Anno riservato alla purificazione, alla preparazione alla primavera e (esotericamente)  alla catarsi iniziatica e di rigenerazione profonda.


Buona Purificazione a tutto questo nostro Mondo!

martedì 31 gennaio 2012

Segnalazione importante




Sono qui a segnalare, a quest'ora, un caso imprevisto da molti di noi blogger.


Ne consiglierei la lettura ai soli maschi, ma non sono escluse le donne :)))


Nessuno si preoccupi, per cortesia: è tutt'altro che grave.


E' sufficiente connettersi qui.





Influenza, amore, poesia




Non so se è il raffreddore o quel po' di febbre che mi è arrivata addosso, tanto per essere alla moda, ma ho trovata perfetta per queste giornate un po' "malconcie" questa poesia di Pedro Salinas.




La voce a te dovuta  (2)


Che allegria, vivere


e sentirsi vissuto.


Arrendersi


alla grande certezza, oscuramente,


che un altro essere, fuori di me, molto lontano 


mi sta vivendo.


Che quando gli specchi, le spie,


mercurio, anime brevi, confermano
                                                                                          
che sono qui, io, immobile,


serrati gli occhi e le labbra,


chiuso all'amore


della luce, del fiore e dei nomi,


la verità transvisibile è che cammino


senza i miei passi, con altri,


là lontano, e lì


sto baciando fiori, luci, parlo.


Che esiste un altro essere con cui io guardo il mondo


perchè sta amandomi con i suoi occhi.


Che esiste un'altra voce con cui io dico cose


non sospettate dal mio gran silenzio;


ed è che anche mi ama con la sua voce.


La via - che slancio ora! -, ignoranza


degli atti miei, che lei compie,


in cui lei vive, duplice, sua e mia.


E quando lei mi parlerà


di un cielo scuro, di un paesaggio bianco,


ricorderò


stelle che non ho visto, che lei guardava,


e neve che nevicava nel suo cielo.


Con la strana delizia di ricordare


di aver toccato ciò che non toccai


se non con quelle mani


che non raggiungo con le mie, tanto distanti.


E spogliato di sé potrà il mio corpo


riposare, tranquillo, morto ormai. Morire 


nell'alta certezza


che questo viver mio non era solo


il mio vivere: era il nostro. E che mi vive


un altro essere di là della non morte.


(Pedro Salinas - La voce a te dovuta, 1933 - Einaudi


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domenica 29 gennaio 2012

Gli Ultimi giorni di gennaio

29, 30, 31 gennaio... riscopriamo le leggende

Scritto da: C. G. - 29/01/2012


In questi tre giorni che chiudono il mese di gennaio si tramandano ben due leggende: quella della merla nota in gran parte d’Italia e quella del Ginee, conosciuta solo in alcuni territori, tra cui la Valsassina. E’ sempre bello ricordarle e raccontarle, soprattutto per i bambini e per chi non le conosce o le ha dimenticate. 


Tradizione vuole che le ultime tre giornate del mese di gennaio (29, 30 e 31) vengano riconosciute come "Giorni della Merla", ossia il periodo più freddo dell'inverno.
Secondo la leggenda una merla e i suoi piccoli (originariamente di colore bianco), per ripararsi dal freddo, trovarono dimora in un comignolo. Quando poi arrivò febbraio, uscirono fuori, tutti colorati di nero per la fuliggine. E' per questo che ora i merli sono neri, narra la storia.




Altri invece raccontano di una merla perseguitata dal mese di gennaio, che allora aveva 28 giorni. Gennaio, infatti, trovava divertente aspettare che la merla uscisse dal nido per cercare cibo, e ricoprire la terra di freddo e gelo. La merla, stanca di questo vile comportamento, decise di fare provviste per tutto il mese, ritirandosi poi nel suo nido. Il 28 la merla, credendo di aver ingannato Gennaio, uscì e iniziò a cinguettare per prenderlo in giro. L'offesa arrecata fu tale che il primo mese dell'anno chiese tre giorni in prestito a Febbraio e li utilizzò per scatenare bufere di neve, vento gelido e pioggia. 


La povera merla dovette trovare riparo in un camino, dove rimase fino a febbraio. Quando uscì dal suo nascondiglio si ritrovò con le piume tutte rovinate e annerite dal fumo e da allora tutti i merli nascono neri.
(Fonte Wikipedia)


Negli stessi giorni  numerosi abitanti dei paesi valsassinesi e non solo, muniti di campanacci, coperchi e quant’altro vanno in giro per le strade di sera, per  scacciare con incredibile baccano il gelo dei “giorni della merla”, secondo l’usanza dei nostri avi, quando  combattere il freddo era una battaglia e intravedere uno spiraglio di primavera, una conquista. 


Di solito si finisce  con un gran falò che brucia il fantoccio dell’inverno e che rende felici i partecipanti, soprattutto i bambini.


Fonte: Valsassinanews il quotidiano on line della Valsassina

Passatempo domenicale








Confesso di avere avuto questa idea leggendo il blog di Fabio "Einbahnstrasse""  e sono andata a cercare sulle statistiche fornite da Google i post di questo blog, più cercati.




       postato il 5 aprile 2009 ( 8.044 Visualizzazioni di pagine).



  • Al secondo posto Natura, Psiche, Economia l del febbraio 2011 (880 Visualizzazioni di pagine) un notevole stacco o smacco... rispetto al primo.




  • Al terzo posto Nostalgia  scritto nel dicembre 2008 (810Visualizzazioni di pagine)





Non so cosa dedurre, se non con che, forse, la primavera è la stagione che più affascina. Chissà....

sabato 28 gennaio 2012

Riflessioni in aforismi


"Nessuno fece errore più grande di colui che nulla fece pensando di poter fare ben poco"
Edmund Burke

"Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l'inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare" 
Albert Einstein

Walter Benjamin

"Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell'aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c'è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un'eco di voci ora mute? ... Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una 'debole' forza messianica, a cui il passato ha diritto."
Walter Benjamin

giovedì 26 gennaio 2012

Giornata della memoria, ma abbiamo capito davvero?

Shoah: pulsione di annullamento e ribellione:


Copio questo articolo solo in parte dal sito linkato sotto, sul quale si può leggere il tutto.


" Come ogni anno il 27 gennaio viene celebrato come ‘giorno della memoria’. Tutto giusto, niente da dire, sicuramente questa giornata di riflessione è necessaria per cercare di capire questa tragedia umana e per ribadire il rifiuto assoluto verso un pensiero delirante che ha permesso la shoah.
Quindi momento di ricordo storico necessario anche se certamente non sufficiente a colmare il sentimento di orrore che ogni anno incrina le nostre ‘certezze’ sulla capacità della ragione di essere il baluardo della pazzia che genera il disumano.

Neppure parole come l’ebraico ‘shoah’, né tantomeno ‘olocausto’(sacrificio), possono servire per narrare alla nostra mente la verità sull’orrore di quegli anni. Certamente il termine verbale ‘shoah’, che sta per ‘desolazione, catastrofe, disastro’, non è in grado di rappresentare la verità su quella realtà così mostruosa da risultare assurda ed incomprensibile. 


Cimitero ebraico a Ferrara

Servirebbero altre parole capaci di evocare meglio e di più i volti di circa sei milioni di ebrei, e almeno altri due milioni di esseri umani tra, omosessuali, seguaci di Geova, dissidenti politici, persone con handicap fisici o psichici, ecc., fatti letteralmente sparire dalla faccia della terra. 



Servirebbero altre parole che contengano un riferimento all’umano che la parola ‘shoah’ non ha: i vocaboli ‘desolazione, catastrofe, disastro’ non si riferiscono a realtà umane. Per dare un’immagine più definita basterebbe far seguire le tre parole dall’aggettivo ‘umano’. Ma ancora non sarebbe sufficiente per far apparire la verità vera. 

Si rimane sempre lì ascoltando il suono di queste parole a chiedersi perché è successo? Perché tutti o quasi tutti – il Vaticano ne è un fulgido esempio - in tutto il mondo hanno voltato la faccia dall’altra parte per non vedere? Qual è stato il virus invisibile che, come nel romanzo di Saramago ‘Cecità’, ha causato un’epidemia che ha accecato milioni di esseri umani consentendo queste atrocità? 

E poi altre domande dovrebbero seguire: ciò che è successo è servito per creare per sempre un antidoto? Abbiamo i mezzi razionali, civili ed etici per far in modo che l’orrore non si ripeta mai più? Possiamo essere certi che non possa più accadere che esseri umani, legittimati dalle istituzioni e dalla stragrande adesione morale di milioni di cittadini, uccidano sadicamente e facciano sparire altri esseri umani? 

Sappiamo che la risposta a queste ultime domanda è negativa, lo dicono centinaia di accadimenti che sono sotto gli occhi di tutti noi. Basti pensare alla tragedia che ci è più vicina, così vicina che nessun politico ne parla e che è nascosta dai media: i campi di concentramento nel deserto libico ‘creati’, in aperta violazione della Convenzione di Ginevra del 1954 oltre che della Costituzione Italiana, dagli accordi del precedente governo con Gheddafi. La legge sui ‘respingimenti’ ha fatto in modo che in territorio libico, si ricreassero, pagati da tutti noi contribuenti, veri e propri campi di concentramento che hanno causato morte e sofferenze inaudite a coloro che, spogliati dalla qualità di umano, venivano e vengono tuttora definiti sommariamente ‘clandestini’."


Praga


Da qui:
http://www.dazebaonews.it/dazebao-news/societa/item/8156-shoah-pulsione-di-annullamento-e-ribellione

Sere delle domeniche d'inverno






Sere delle domeniche d'inverno,
quando tutti se ne sono andati!
...Il sole verdeoro cade,
puro anche negli angoli freddi:
e sulle rose
la mattina, con puro
amore, si sente
la luce.
Sembra
l'ora ideale un libro mio.
E vado sorridendo solo per tutta la casa,
odorando con il cuore.
raccogliendo e baciando il pane caduto.


(Juan Ramón Jiménez)

mercoledì 25 gennaio 2012

David Hockney e la Natura

Difficilmente parlo di pittori: non sono una esperta d'arte, purtroppo. Ma di David Hockney vorrei riportare queste notizie, perché esiste un collegamento intenso con la sua passione con la Natura e il passaggio delle Stagioni. Passione che nutro anch'io...





La Royal Academy of Arts celebra per la prima volta Hockney | Ladyblitz



Gennaio 2012:  la Royal Academy of Arts presenterà,  in collaborazione con il Museo Guggenheim Di Bilbao ed il Museo Ludwig di Colonia, la prima grande mostra nel Regno Unito delle opere paesaggistiche di David Hockney. 
Saranno esposti, insieme a disegni e video, anche i vivaci dipinti ispirati ai paesaggi dello Yorkshire. All’interno di un percorso espositivo che abbraccia 50 anni, questa nuova serie di dipinti consentirà di approfondire la duratura passione di Hockney per i paesaggi e la loro esplorazione.
I lavori chiave in mostra includono tre gruppi di nuovi lavori dal 2005, quando Hockney tornò a vivere a Bridlington, e mostrano in diversi media il suo particolare interesse nei paesaggi che lo circondano. 
La mostra rivelerà il coinvolgimento emotivo dell’artista con il paesaggio conosciuto nella sua giovinezza e la sua anilisi giornaliera su i cambiamenti delle stagioni, il ciclo di crescita e di variazioni delle condizioni di luce. 
La mostra porterà quindi il visitatore in un viaggio nell’universo di Hockney.

Alcune delle opere di maggiore interesse sono state prodotte a partire dal 2005, quando Hockney è tornato a vivere a Bridlington, e mostrano in diversi media la sua intensa osservazione dell’ambiente circostante. 
Da Il Sole 24 Ore estrapolo quanto segue:
Il risultato di anni di intenso lavoro e di paziente osservazione della natura è sui muri della Royal Academy: 150 opere, molte di immense dimensioni, molte che rappresentano lo stesso paesaggio – uno stretto sentiero tra gli alberi, un cespuglio di biancospino, una valle, un gruppo di alberi – ma con i colori diversi dei diversi periodi dell'anno. 
La sala più grande contiene 52 opere tutte dedicate all'arrivo della primavera a Woldgate. Non ci sono figure umane rappresentate e solo di rado si vedono segnali della presenza dell'uomo, 
di Nicol Degli Innocenti - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/nn40j

Tutte le immagini raffigurano opere di David Hokney e sono state prese dal web.

martedì 24 gennaio 2012

Problemi con il computer: I ragazzi della via Pal


Mi sono accorta che è da troppo tempo che non scrivo di narrativa per l'infanzia e per l'adolescenza. Si dà poi il caso che abbia passato ore, stamattina, cercando di far funzionare il computer.
Ho deciso quindi di riproporre un vecchio post dove facevo riferimento a un vero classico in questo campo, I ragazzi della via Pal.


Riporto il link  a un post del 2008.


Quando ero bambina, avevo un amico della mia età, Stefano. I genitori erano amici dei miei e la famiglia era di quelle "per bene"; la nostra amicizia non conobbe ostacoli per anni.


Frequentammo persino la terza elementare insieme. E fu lì che scoprii che Stefano non amava leggere.
A me, che non vedevo l'ora di rincantucciarmi da qualche parte con un libro in mano, sembrò all'improvviso un alieno. Poi tutti, insegnanti, genitori, nonni, zii, ecc... da quando si era notato che a scuola faceva errori di grammatica, lo supplicavano, rimbrottavano ... affinché leggesse.


Ogni volta lui rispondeva che non è che non gli piacesse leggere, a lui piaceva un libro solo: "I ragazzi della via Pal".


Non mi incuriosì mai quel libro, tranne quando, più grande, mi venne l'idea di comprarlo per mia figlia. Glielo leggevo ogni sera e tutte e due ci innamoravamo sempre più di questa storia.




Dal sito dell'editore Einaudi:


"Questo libro, un classico della letteratura per l'infanzia, regalo obbligato in occasione di influenze e morbilli, riletto oggi potrebbe essere dedicato ai ragazzi di tutte le periferie del mondo, a tutti coloro che non hanno un posto dove stare a giocare.


Le storie di Nemecsek, il gracile figlio del sarto; di Boka, il più forte del gruppo, e degli altri compagni divisi tra Camicie rosse e via Pal, ci conquistano e ci commuovono forse proprio per la loro inattualità.


La guerra a colpi di sacchi di sabbia, tra rischiosi appostamenti, serissimi piani di attacco, eroismi autentici e piccole rivalità, propone un epos, così autentica e per questo così lontana dalla sensibilità del nostro mondo di giochi virtuali. E mostra nel drammatico finale come la dura legge della vita prevalga su qualsiasi contesa, perché a nulla servirà il riscatto di Nemecsek, quando malato andrà sul campo per l'ultima battaglia."


Scrive ancora lo psichiatra-sociologo Paolo Crepet:


' Oggi gli adolescenti non giocano più fuori, ma dentro.


Mai davvero soli tra loro, tra pari.'


I ragazzi della via Pal crescevano svelti, i nostri lentamente.'


Qui sta forse l'ultimo straordinario insegnamento di Molnàr, quasi un presentimento: Salvate i vostri adolescenti futuri, dando centralità alle loro vite, ai loro diritti, alla loro voglia di provarci da soli con il loro formidabile talento'

lunedì 23 gennaio 2012

Aforismi d'inverno






  • Nulla si conosce interamente finché non vi si è girato tutt'attorno per arrivare al medesimo punto provenendo dalla parte opposta. 

       Arthur Schopenhauer



  • Chi è amico di tutti non è amico di nessuno.  

       Arthur Schopenhauer



  • Prima sii libero, poi chiedi la libertà. 

      Fernando Pessoa

sabato 21 gennaio 2012

Una visita al 'vecchio' paese che non c'è più!


"Prima di raccontare, osserva. Prima di comunicare qualcosa agli altri con immagini e parole, fai in modo che quelle immagini e quelle parole ti suonino familiari. Prima di muovere la fantasia, afferra le cose che hai intorno"  Sono parole di Gianni Amelio regista italiano nato nel 1945 in provincia di Catanzaro.


Ecco, se dovessi recensire (ma mi mancano le doti, purtroppo) il libro di Michele Scaperrotta intitolato "Cose", mi rifarei alle parole citate sopra.


Raccontare l'epica del quotidiano, la sua banalità, la ricerca incessante di qualche attimo di felicità autentica, la tragicità della vita.  Sono tutti elementi del libro scritto in racconti da Michele.


Il fatto straordinario è che si ride. Non di un riso amaro, cinico. No, sono risate che continuano anche dopo aver finito di leggere, quelle risate che fanno lacrimare e che non si riescono a frenare.  Questo non si estende a tutti i racconti, ovviamente.
Ma è un tratto da non sottovalutare. 
Non è neppure un libro per tutti, è di certo per adulti, come specificato dallo stesso autore.




Nel racconto di cui riporto sotto alcuni stralci,  per esempio non c'è da ridere.


"Una visita al 'vecchio' paese che non c'è più!


Questo paesino, non mi è mai piaciuto molto, il perché non me lo so spiegare.
Forse perché li sono tutti vecchi, mentre i giovani sono in giro per il mondo a cercar fortuna o semplicemente lavoro.
Posizionato lassù, arroccato in alto sul cocuzzolo della montagna.
In estate è ventilato di giorno e fresco di notte. Ma in fondo il mondo è pieno di posti simili, quindi?.....
non so!
Non mi è mai piaciuto tanto.
Lì ci 'mandavo' i figli con la madre a trascorrere le vacanze estive.
In quel paese si conoscono tutti!
Strapieno di  parenti quasi tutti da parte della moglie, forse anche questo era un altro motivo che non mi invogliava di certo ad accettarlo.
Troppa invadenza, niente privacy, ognuno sapeva tutto dell'altro e viceversa.
Poi un brutto giorno, da poco rientrati nella nostra effettiva residenza, lì avviene il finimondo, un terremoto veramente agghiacciante, morte e distruzione.
(...)
Tante case vuote, sfitte, i proprietari in giro per il mondo, nella speranza forse di ritornare un giorno nella vecchiaia.
Cosa impossibile, loro erano ormai diventati degli estranei, non avrebbero più riconosciuto nessuno e loro stessi non sarebbero stati riconosciuti, poi la vita lì è di campagna, loro invece ormai abituati al lusso e all'efficienza delle grandi città.
Il ritorno era proprio per loro un grosso rischio, dopo poco mollavano e ritornavano da dove venivano
Che paese!"


Da Cose di Michele Scaperrotta
Il libro è in vendita presso le librerie Feltrinelli - codice ISBN 9788891010032

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