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mercoledì 9 marzo 2011

L'orecchio verde

Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo
vidi salire un uomo con un orecchio acerbo.
 
Non era tanto giovane, anzi era maturato,
tutto, tranne l'orecchio, che acerbo era restato.
 
Cambiai subito posto per essergli vicino
e poter osservare il fenomeno per benino.
 
"Signore, - gli dissi - dunque lei ha una certa età:
di quell'orecchio verde che cosa se ne fa" ?

Rispose gentilmente: " Dica pure che son vecchio.
Di giovane mi è rimasto soltanto quest'orecchio.
E' un orecchio bambino, mi serve per capire
le cose che i grandi non stanno mai a sentire:
ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli,
le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli,
capisco anche i bambini quando dicono cose
che a un orecchio maturo sembrano misteriose."

Così disse il signore con un orecchio acerbo
quel giorno sul diretto Capranica - Viterbo.

Gianni Rodari, Parole per giocare, Einaudi 1979

Gianni Rodari nasce ad Omegna nel 1920; compiuti gli studi magistrali si avvia alla carriera dell’insegnamento elementare. Attivo sin da giovane nelle file dell’Azione Cattolica, in seguito aderisce all’ideologia comunista abbracciando l’attività politica del partito e collaborando come giornalista politico non allineato in più di una redazione. 

Uomo schivo, meticoloso nell’appuntare le sue idee più disparate, ci ha lasciato un’enorme quantità di scritti che vanno dagli articoli giornalistici, agli appunti sparsi, alle favole e filastrocche per bambini e per adulti; ha curato inoltre l’edizione italiana delle fiabe di Andersen negli anni Settanta in qualità di ricercatore. 

Le sue prime prove di scrittore per bambini risalgono al periodo milanese; nel 1947 sul “Giornale della domenica” scrive racconti e filastrocche, tessendo preziosi contatti con i «suoi» lettori, che, in una sorta di dialogo intergenerazionale gli offrono spunti e sottopongono questioni di ogni tipo stimolando la sua produzione letteraria.

La popolarità arriva nel 1960 quando pubblica presso l’Einaudi di Torino, "Filastrocche in cielo e in terra", l’opera che lo porterà alla notorietà come scrittore per l’infanzia, non solo in Italia ma presto anche all’estero. 

Capolavoro di pedagogia e didattica sui generis, la sua produzione è percorsa dal dato costante del rapporto tra adulto e bambino, con le sue favole moderne Rodari ripropone nel novecento questo genere di racconto per ragazzi e lo rinnova adeguandolo ai tempi.

L’obiettivo resta sempre quello educativo che grazie alla favola è realizzato in modo leggero e divertente anche quando i temi sono seri e importanti, il tutto coronato da una morale finale. 

Nel 1970 vince il  premio Andersen. 

Rodari ha contribuito a un rinnovamento della letteratura per l’infanzia con una vasta produzione percorsa da una vena di intelligente comicità, dando spazio ai temi della vita d’oggi e sostituendo il tradizionale favolismo magico con personaggi e situazioni surreali.

mercoledì 18 marzo 2009

Hans Christian Andersen

Chi non conosce la fiaba de "Il brutto anatroccolo"?
Scrivo qui l'ultima parte.

".... Una mattina l'anatroccolo si ritrovò congelato e stretto dal ghiaccio e fu allora che sentì che sarebbe morto.
Due anatre selvatiche planarono e scivolarono sul ghiaccio. Esaminarono l'anatroccolo.
"Sei ben brutto!" gracchiarono "Che peccato, non si può fare proprio nulla con uno come te".
E volarono via.

Fortunatamente passò di lì un fattore e liberò l'anatroccolo spezzando il ghiaccio con un bastone.
Sollevò l'anatroccolo, se lo mise sotto il cappotto e si avviò verso casa.

Alla fattoria i bambini si avvicinarono all'anatroccolo, ma lui ormai aveva paura e volò via attraverso la porticina del gatto.
Finalmente all'aperto, giacque sulla neve - mezzo morto, poi si trascinò verso un altro stagno, poi ad un'altra casa e ad un altro stagno ancora ... e così passò l'inverno - tra vita e morte.

Comunque tornò il gentile soffio della primavera e le vecchie si misero a scuotere i piumini e i vecchi riposero i lunghi camicioni ...
Sullo stagno l'acqua diventava più tiepida e il brutto anatroccolo si lasciava cullare - le ali distese.
Sullo stagno nuotavano tre cigni, le stesse creature bellissime che aveva visto in autunno, quelle che gli avevano fatto dolere il cuore.
Provò l'impulso di raggiungerli con la paura di essere ancora una volta deriso. Ma discese lentamente sullo stagno e intanto il cuore gli batteva forte.

Non appena lo videro, i cigni presero a nuotare verso di lui.
Sicuramente la mia fine è vicina, pensò l'anatroccolo, ma - se devo essere ucciso - meglio che a farlo siano queste creature e non un cacciatore, la moglie di un fattore o un lungo inverno. E risultò che era uno di loro. Per caso il suo uovo era finito in una famiglia di anatre.

Lui era un cigno, un glorioso cigno.

E, per la prima volta, i suoi simili si avvicinarono e lo sfiorarono con gentilezza e affetto con le punte delle ali. Lo ripulirono con i loro becchi e gli nuotarono attorno per dargli il benvenuto. E i bambini arrivati per nutrire i cigni con pezzetti di pane, si misero ad urlare: "Ce n'è uno nuovo!" E corsero a dirlo a tutti. E le vecchie andarono allo stagno, sciogliendo i lunghi capelli d'argento. E i giovani raccolsero l'acqua verde nelle mani a coppa e spruzzarono le ragazze, che arrossirono come petali. Gli uomini smisero di mungere per respirare l'aria profumata. Le donne smisero un momento di rammendare per ridere con i loro compagni. E i vecchi presero a raccontare storie sulla guerra che è troppo lunga e la vita troppo breve. E, ad uno ad uno, per via del passare della vita e della passione e del tempo, danzando si allontanarono."

Hans Christian Andersen scrisse decine di storie sull' archetipo dell'orfano. Fu un difensore strenuo del bambino perduto e trascurato e del suo diritto a cercare e a trovare i suoi simili.

Il Brutto anatroccolo, pubblicato per la prima volta nel 1845 è sull'archetipo del deprivato, del diverso, una delle rarissime storie che incoraggiarono successive generazioni di outsiders a non darsi per vinte.

E' una storia fondamentale, psicologica e spirituale: fondamentale nel senso che contiene una verità così basilare per lo sviluppo umano che, senza l'integrazione di questo fatto, il progresso ulteriore è precario e - psicologicamente - non è possibile prospettarlo, se non si comprende del tutto questo punto.

domenica 25 gennaio 2009

Bimba dal volto sereno



Bimba dal volto sereno, che guardi
ogni cosa con enorme stupore,
sebbene si faccia sempre più tardi
tu mi chiedi un regalo d'amore
e sorridi dolcemente: l'impresa
di Alice ti fa stare in attesa.

Io non conosco il tuo volto splendente,
non ho udito il tuo ridere felice
e tu da grande non saprai più niente
di me e della favola di Alice.
Ma per ora rispondo alla tua attesa
e ti racconto la sua nuova impresa.

La mia favola ebbe inizio in un giorno
d'estate, col sole ardente sul mare
e un suono di campane tutte intorno
che accompagnava il mio stanco remare.
Quella gita non potrò dimenticarla,
anche se il tempo dice di scordarla.

Vieni, ascolta. Il tuo volto si fa attento
mentre l'ora sgradita s'avvicina
in cui una voce piena di spavento
dirà: "La bimba è ormai una signorina".
Noi non siamo che fanciulli invecchiati
che la sera vanno a letto arrabbiati.
Fuori la neve è caduta da poco
e c'è la furia di un vento da pazzi,
Qui dentro c'è la luce del fuoco
e una cara nidiata di ragazzi.
Non badare al rumore che faranno
mentre le mie parole ti diranno ...

ti diranno una favola stupenda prima che il tempo passi
ed il ricordo con la sua ombra triste si distenda su quel giorno d'estate.
Se il suo ingordo respiro distruttore
passeràla nostra fiaba intatta resterà.

"Alice nel mondo dello specchio" - Lewis Carroll - SuperBur Classici.

sabato 24 gennaio 2009

"Schegge di una pietra preziosa"

Lo studio dei racconti popolari comincia poco dopo il 1800 e si rivolge quasi esclusivamente alla saga ed alla fiaba.
L’interesse si appunta a lungo sull’origine e il contenuto pagano di fiabe e saghe.

I fondatori della ricerca sul racconto popolare, in particolare sulle fiabe, sono i fratelli Jacob e Wilhelm Grimm.

Essi partono dall’idea che ogni popolo ha una sua anima, la quale si esprime con la massima purezza nella lingua e nella poesia, nelle canzoni e nei racconti.

Nel corso del tempo, i popoli hanno perduto in parte la propria lingua e la propria poesia.

Questo fenomeno si applica soprattutto ai ceti più elevati.

La cultura originaria può essere ritrovata, nella sua forma più pura, presso gli stati sociali inferiori.

In questa ottica le fiabe sono resti dell’antica cultura unitaria del popolo. Nel 1812 e nel 1815 i fratelli Grimm pubblicarono due volumi per un totale di 156 fiabe, che formano il punto di partenza dello studio dei racconti popolari.

I Grimm definiscono le loro fiabe “schegge di una pietra preziosa”, cioè resti di racconti pagani, germanici, mitologici

Come elementi pagani delle fiabe, i Grimm considerano in primo luogo i motivi che compaiono anche negli antichi testi mitologici; secondariamente, tutto ciò che non può essere ricondotto alla fede cristiana: metamorfosi, magia, alberi e animali parlanti, ecc…

Molti furono gli studiosi del racconto parlato, da Freud a Jung, a Steiner....

Rudolf Steiner considera le fiabe come un mezzo per ridestare alla vita l’anima, che – nel mondo moderno – riesce ad esprimersi con sempre maggiore difficoltà.

Dentro le fiabe

Proseguo le considerazioni sui racconti popolari e sulle fiabe iniziate ieri.

Un ‘altra caratteristica della fiaba è che lo svolgimento della vicenda conduce a risultati che contrastano con la realtà quotidiana del narratore.

La fiaba mette il mondo a testa in giù ed è inguaribilmente ottimista: il più giovane, il più sciocco, il più debole vince sempre.

Il pastorello sposa la principessa, l’orfanella incontra il suo principe, il re malvagio e la matrigna cattiva non sfuggono alla giusta punizione.

Le figure sono soltanto rappresentanti di ciò che devono rappresentare; in molti casi non hanno neppure un nome. Sono semplicemente il re, la matrigna, il drago, il gigante, la sorella, il soldato, il pastorello.

Se l’eroe o l’eroina hanno un nome, nella maggior parte è generico, oppure i personaggi devono accontentarsi di nomi o soprannomi semplici, modellati sulle circostanze, come Cenerentola, Rosaspina o Pollicino.

Un gruppo piccolo, ma molto amato di fiabe fantastiche non ha per protagonisti i più consueti adolescenti, ma bambini più piccoli: sono le fiabe di Cappuccetto Rosso, Pollicino e Hansel e Gretel, al cui centro sta la fuga dell’eroe o dell’eroina dalle fauci di una creatura soprannaturale (strega, orco) o di un animale mangiatore di uomini.

venerdì 23 gennaio 2009

Racconti popolari e fiabe

Sembra difficile, in questa meravigliosa, soleggiata mattina di gennaio, pensare di raccontare una fiaba.
Eppure, a sera, quando i bimbi vanno a dormire, cosa può esserci di più bello che stare un po' assieme a loro, raccontando o leggendo una fiaba?

Questa è una premessa che dovevo fare: chi mi conosce sa che sono contraria alla televisione e favorevole al contatto che si forma fra chi narra e chi ascolta.

Tornando al racconto popolare, si intende un racconto che circola nella tradizione orale, anche se in molti casi possa avere una parte anche la tradizione scritta.

In questo contesto, il termine "popolare" si riferiva in passato soprattutto al popolo semplice e illetterato, particolarmente agli abitanti delle campagne che non sapevano leggere e scrivere e si affidavano, pertanto, interamente all'oralità.

Tuttavia i racconti popolari compaiono anche presso altri gruppi sociali, alfabetizzati e più sviluppati.

Quindi quello del racconto popolare è un concetto ampio, nel quale rientrano tutti i racconti trasmessi con continuità per periodi più o meno lunghi, indipendentemente dal loro contenuto, dall'epoca e dal luogo in cui vengono narrati e da chi.

All'interno di questo concetto più ampio si distinguono diversi generi narrativi, come la fiaba, la saga, la leggenda, l'aneddoto, il racconto edificante ....

Nell'atto del narrare, la parte principale spetta sempre all'intenzione del narratore: se vuole fare appello al senso dell'umorismo dei suoi ascoltatori, nasce una storia comica o una storiella; se vuole raccontare fatti e fenomeni non comuni, soprannaturali, come se fossero accaduti davvero, ne nasce una saga.

Il genere narrativo più conosciuto è senza dubbio quello della fiaba.

La fiaba è narrata come un racconto popolare (anche) oralmente ed è anonima, ossia non se ne conosce il primo narratore - l'autore - ma soltanto l'ultimo e, forse la sua fonte.
Si svolge nel passato, in un'epoca solitamente indefinita ("c'era una volta"), in uno spazio non definito esattamente, in un mondo preindustriale, feudale, popolato da re, principi e principesse.

La fiaba è un racconto di meraviglie, nel senso che l'elemento fantastico e soprannaturale vi ha una parte importante, pur non essendo vissuto come straordinario: al contrario, infatti, il meraviglioso è presentato come qualcosa di normale e scontato.

Nella fiaba, le due dimensioni - il naturale, terreno, e il soprannaturale, magico-mitico, non sono - come nella saga - distinte e problematiche, ma si intersecano senza difficoltà.

Uomini, animali, creature fantastiche, l'incantato e l'incantatore: nella fiaba, tutti condividono il medesimo universo.

lunedì 15 dicembre 2008

fiabe e fiocchi di neve


Si dice che, quando dal cielo scende un leggero nevischio, quando le festività natalizie accendono la città di lucine colorate e quando si appendono ai camini le calzette a righe, sia molto più divertente leggere e ascoltare le fiabe.

In realtà ci sono libri che raccontano storie così ricche di calore che si potrebbero cominciare a Natale e continuare fino a quello successivo, ed anche oltre ...

La fame di storie è connaturata all'uomo.

Tutti avvertiamo questo bisogno, ma ci sono tanti modi per soddisfarlo, oltre alla narrativa.

Ci sono il cinema, il teatro, i pettegolezzi della vicina, le conversazioni familiari in cui uno racconta qualcosa a qualcun altro, ecc...

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