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venerdì 5 dicembre 2008

Giorgio Colli

Giorgio Colli ha affrontato un'impresa colossale: quella di ricostruire le origini del pensiero greco riorganizzando i testi dei poeti e dei filosofi arcaici intorno ai miti di Dioniso, di Apollo, di Orfeo...

Certamente la Grecia non è solo una pretesa, e i presocratici sono un mondo nel quale dovette trovarsi a suo agio.


Per Colli, probabilmente, nell'età contemporanea si sono persi i fili magici che legavano la conoscenza all'essenza delle cose, la ricerca per sete di verità.

In questo Colli è veramente proteso verso l'abisso insondabile della Grecia pre-classica.

E, in fondo, la verità, in quell'epoca, resta mescolata a quel complesso di relazioni tra mondo magico, misterico e religioso a tal punto da indirizzare la vita verso l'immagine, gioiosa e crudele al tempo stesso, del sapere puro.

Questo sapere, secondo Colli, per i greci, prendeva le sembianze di Dioniso, "un dio che muore"

E da questa morte, che altro non rappresenta che la trionfale comparsa della coscienza nel mondo greco, fiorisce, come Nietzsche intuisce in giovane età , e Colli ribadirà con forse più consapevolezza, l'armonia e la bellezza dell'armonia.

Apollo, secondo gli orfici, raccoglie i resti di Dioniso. In questo senso però bisogna considerare
che Apollo e Dioniso, benché per Colli si mescolino in più di un attributo, sono due divinità fondamentalmente distinte.

Se Dioniso riassume in sè la "cifra della sapienza" , Apollo è il Dio della sapienza, della parola, il dio a cui si rivolge tutta la Grecia consultando i suoi messaggi oracolari.

Si affaccia quindi l'ipotesi affascinante che Apollo sia l'avvento nella Grecia antica della conoscenza, intesa come relazione ed apertura tra sovrarazionale e razionale.




Apollo rievoca, rimanda a qualcosa d'altro, precisamente rimanda a Dioniso come in un gioco di specchi dove solo l'uomo di conoscenza riesce a trovare la via d'uscita dal labirinto.

Il messaggio terribile che ci hanno lasciato i Greci, un messaggio che Colli ha decifrato, è che la sapienza assoluta è conoscenza del corpo straziato e martoriato di Dioniso, conoscenza del furore e del sacrificio di sangue, dello smembramento che ogni istante si consuma, come un rituale eterno, della interezza del tutto.

Il tutto è separato.
Ci lascia. Si disperde.

Il tutto vede se stesso, come Dioniso nello specchio col quale gioca e si guarda nell'attimo in cui viene aggredito dai Titani, e si frantuma.

Ma lo specchio non va in frantumi. Lo specchio riflette l'immagine che ha davanti, come una maledizione.


Come l'enigma, che Apollo lancia col suo arco d'argento, riflette la verità ma non è la verità.

Dioniso occupa la città ...


Scrive Umberto Galimberti:

" Nietzsche che, a differenza di Freud, non adotta il punto di vista della coscienza che ha raggiunto la sua conquista e, dallo sguardo promosso dalla quiete, più non si sente minacciata, coglie quel mondo (greco) nell'istante della sua lacerazione e vede che quando Dioniso occupa la città e il sovrano è dilaniato dalle baccanti, si dissolvono gli ordini che gli uomini si sono dati.

Non c'è più differenza di ricchezza, di sesso, e di età.

I vecchi si uniscono ai giovani, le donne scatenate si scagliano indistintamente sugli uomini e sulle bestie.

Insieme al palazzo reale crollano le istituzioni e l'ordine culturale che custodiva valori mitici e rituali.

.....

Dioniso, "il più terribile" e "il più dolce" fra tutti gli dèi, Zeus, lo stesso che " fulmina" e lo stesso che "supplica". Edipo, ad un tempo figlio, sposo, padre, fratello di tutti gli esseri umani.

Così parla la tragedia greca e il suo racconto dice che gli dei, i semidei e gli eroi sono tra loro più simili di quanto non lasci supporre la loro apparenza esteriore.

Essi non lasciano quella distanza che la ragione umana strenuamente difende come sua luce, come suo spazio che, una volta abolito, la fa ricadere nella notte dell'indifferenziato.

Ma gli dèi sono proiezioni degli uomini e la loro mostruosità è dentro di noi.
....

Quando Dioniso lascia la città, ritorna l'ordine con le sue gerarchie, le sue interne differenziazioni, le sue pratiche rituali di mantenimento.

La violenza non è "rimossa", ma è "separata" dall'uomo: gli uomini ritornano uomini e gli dèi ritornano dèi.

Con il loro allontanamento si ripristina la differenza e l'uomo può tornare ad abitare la sua città abbandonata dalla violenza del dio."

Da "Orme del sacro" - Umberto Galimberti - Ed. Feltrinelli.

Dioniso e Apollo

Gli antichi, come le tribù primitive prima di loro e dei giorni nostri, concepivano l'esistenza come una equazione, in cui gli opposti si fondono in un'unica equivalenza e non a modo nostro, come una dialettica di concetti che si escludono tra di loro.

Apollo non era, all’inizio, il contrario di Dioniso, bensì l’altro aspetto, e questi due dei, insieme, davano espressione alla realtà esistenziale percepita dai Greci

Le pulsioni incontrollate, personificate da Dioniso, non rappresentavano un polo morale, o meglio, come si direbbe oggi, immorale, bensì erano accettate per quello che sono: una parte del proprio sé.

Era l’altra faccia della moneta di Apollo.

La scissione di un unico concetto, sintesi di questa realtà esistenziale, in due parametri divergenti fino all’antitesi, è uno sviluppo posteriore che porterà al platonismo e, infine, all’idea di bene e male del cristianesimo, che sarà il culmine di questa evoluzione.

Dioniso aveva aspetti molto diversi. In forma umana lo si rappresentava con una maschera barbuta.


Il dio era l’antitesi della bellezza apollinea dalle proporzioni plastiche perfette, e rappresentava gli eccessi, l’ebbrezza, la sfrenatezza, la perdita di controllo e l’orgiastico. Durante le feste in suo onore le Bacchanalia (Dyonisia), le donne abbandonavano le proprie famiglie, andavano sui monti vestite di pelli di fauno e gridavano “Euoi”, il grido rituale .
Danzavano alla luce di fiaccole al ritmo del flauto e del tympanon.


Mentre erano sotto l’ispirazione del dio avevano forze occulte, l’abilità d’incantare i serpenti, e forze sovrumane che permettevano loro di dilaniare animali vivi e sbranarli.

L’ebbrezza di Apollo, invece - quella di cui Nietzsche parla, non è la stessa ebbrezza di quella dionisiaca, quella bestiale che si traduce nel grido orgiastico dell’orgasmo, ma quella della contemplazione, uno stato di godimento celestiale, paradisiaco....

Il concetto di una sublimazione che canalizza le energie dionisiache distillandole e depurandole fino al raggiungimento della loro meta, questa volta verso l’esterno invece che compressa verso l’interno, era stato sintetizzato da Nietzsche nella formula “ebbrezza di Apollo”.

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