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sabato 9 giugno 2012

Questi giorni




Di questi giorni, fra le altre piccole cose del quotidiano, voglio ricordare la scomparsa di Ray Brundbury.


La sua è una scomparsa per me legata a un volto, a parole che ho letto più volte, a quell’Estate incantata a cui ho lasciato una parte di me e che dà il titolo a questo blog.


dandelion


Credo che il suo capolavoro sia Farenheit 451, da cui persino il grande François Truffaut trasse un magnifico film.


Riscrivo alcune parole di quest’ultimo libro menzionato:


Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l'albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. 
Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualche cosa da ciò che era prima in qualcos'altro che porti poi la nostra impronta. 
La differenza tra l'uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta una vita. 


Ray Bradbury (Waukegan, 22 agosto 1920 – Los Angeles, 5 giugno 2012). Da Farenheit 451.

mercoledì 27 maggio 2009

Ray Bradbury

Fahrenheit 451 (edito in Italia anche con il titolo "Gli anni della fenice") è un romanzo di fantascienza scritto da Ray Bradbury, uno scrittore nordamericano considerato fra i più grandi autori di letteratura fantascientifica.

Nasce come estensione del racconto breve The Fireman, pubblicato in Italia su Urania (Rivista in due puntate (nn. 13 e 14 - novembre e dicembre 1953) con il titolo "Gli anni del rogo".

L'ambientazione è quella di un ipotetico futuro nel quale leggere libri è considerato un reato per contrastare il quale è stato istituito un apposito corpo di vigili del fuoco, impegnato a bruciare ogni tipo di volume.

Il titolo del romanzo, non a caso, è riferibile alla temperatura di autocombustione (quella a cui la carta brucia spontaneamente - secondo le unità di misura imperiali), 451 Fahrenheit appunto, che corrispondono a 232,78° C.

Il testo, dal quale lo stesso Bradbury ha tratto una versione per il teatro, rientra nel filone della fantascienza sociologica e vuole rappresentare i rischi di una società dispotica.

Secondo alcuni critici vorrebbe altresì simboleggiare un'allegoria del maccartismo imperante nella società statunitense dei primi anni Cinquanta.

Secondo altri, l'autore avrebbe inteso prefigurare semplicemente una società utopica cresciuta all'ombra di cervellotici machiavellismi.

Al titolo di questo romanzo si è ispirato il regista statunitense Michael Moore per il suo documentario "Fahrenheit 9/11" ispirato ai fatti dell'11 settembre 2001.

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