Visualizzazione post con etichetta suicidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta suicidio. Mostra tutti i post

sabato 17 novembre 2012

Catherine Dunne e il bullismo

cyberbullismo
Da abcfamily.go.com


E' uscito da poco il libro "Quel che ora sappiamo" di Catherine Dunne-
Tratta un tema che mi sta particolarmente a cuore, il bullismo (in questo caso si dovrebbe definire 'cyberbullismo') e qui ripropongo l'intervista fatta alla scrittrice e da me letta su La Stampa.

"Avevo in testa l’immagine di questo bambino in bicicletta che corre disperato. Come se gli fosse successo qualcosa di tremendo. Il libro è nato così". 

Dublino, nel salone dello Shelbourne Hotel, Catherine Dunne ordina una tazza di caffè. Il suo ultimo lavoro Quel che ora sappiamo (pubblicato da Guanda) tiene dentro molte cose. Ma due sopra le altre: la famiglia, con le sue relazioni complicate e imprescindibili, e poi i figli. La loro fragilità. Come li salviamo quando il mondo li va a cercare con cattiveria? Come capiamo quando stanno male? Nemmeno una mamma psicologa può avere le chiavi della loro anima. Anzi, per lei la sconfitta rischia di essere doppia. Ancora più dolorosa.  

Di fianco alla Dunne, una donna cortese, rapida, con orecchini di perle e occhi molto chiari che nel nostro Paese ha venduto un milione di copie ....... c’è un giornale ancora piegato. Racconta del suicidio della quindicenne Clara Pugsley in Irlanda e di quello della sua coetanea canadese Amanda Todd. Sono stati i bulli della rete a spingerle a togliersi la vita. Clara l’ha scritto in una lettera. Amanda l’ha detto in un video. "Mi hanno dato la caccia per anni. Mi sono ridotta a bere e a drogarmi. Ora non ce la faccio più". Si è impiccata. Distrutta da coetanei feroci che si nascondono dietro una tastiera. "Certi ragazzi stringono tra le mani una pistola carica. E la puntano alla tempia degli altri senza neppure accorgersene". 

Signora Dunne, quando ha scoperto i cyber-bullies?  
- La prima volta che ne ho sentito parlare è stato per il caso di una ragazzina americana. Si era impiccata anche lei. Sono rimasta scioccata. Poi vicende analoghe hanno cominciato a riempire le pagine dei giornali irlandesi. Il disagio è diventato profondo -. 

Come ha reagito?  
- Ho fatto ricerche. Ho scoperto un livello di depravazione e di cattiveria spaventoso. Ho insegnato a scuola per diciassette anni. I ragazzi mi interessano. So quanto è importante per loro far parte del gruppo. Ovvio che la cosa mi abbia colpito-. 

Chi sono i più deboli?  
- I ragazzi artisti. Come Daniel nel mio libro. La persecuzione li umilia. E le ferite che si aprono sono tremende-. 

Non basta l’amore della famiglia a salvarli?  
- Spesso no. I ragazzi tendono a tagliare fuori i genitori. Hanno paura che soffrano anche loro. Li proteggono. Vogliono cavarsela da soli. E sono convinti che papà e mamma non possano capire -. 

Che differenza c’è tra il bullismo di ieri e quello di oggi?  
- Internet. Una volta il bullo magari ti picchiava. Ma poi andavi a casa e ti sentivi protetto. Oggi ti inseguono con gli SMS, su Facebook, sullo smart phone. Non c’è mai tregua-. 

Perché questa cattiveria?  
- I bulli del mio libro, i J, hanno 14 anni. E lo fanno per il potere. Jason, il più duro, ha imparato a usare il computer in California. Sa come manipolarlo. E si sente il re del castello. La paura è il più potente mezzo di controllo-.  

Non si può essere leader semplicemente grazie alla personalità?  
-Si, ma bisogna averla. Il carisma è figlio del talento. E il talento, a differenza della cattiveria, non te lo puoi dare-.  

Un genitore che strumenti ha per comprendere i figli?  
- Pochi. I ragazzi, come gli adulti, sono persone diverse a seconda di chi hanno davanti. Noi conosciamo di loro solo delle parti. E la loro sofferenza in genere ci coglie di sorpresa-. 

Non c’è speranza?  
- Certo che c’è. Forse non possiamo intuire ogni cosa. Ma possiamo chiedere. E chiarire che un adulto che ama può sopportare tutto-. 


Fonte dell'intervista: Andrea Malaguti su La Stampa cultura



giovedì 12 aprile 2012

Una vecchia storia : Renato e Francesca a Napoli


L' eresia di Renato e Francesca comunisti soffocati dal PCI
Questo è un articolo di Erri De Luca comparso su Il Corriere della Sera nel 1995 e ripreso da Baldo nel suo blog Ramo di vento

"I suicidi implicano di rado dei mandanti, ma chiamano a correi i vivi.
Nel giro di due anni, tra il ' 59 e il ' 61, Renato Caccioppoli e Francesca Spada si sradicano di peso dal mondo con un colpo di pistola e con una scatola di sonniferi. Sono comunisti napoletani.

Con loro si chiude il dopoguerra che, se fu freddo nel mondo, fu assiderato a Napoli. 

8114105_l.jpeg

Ora lo sappiamo: la città fu ceduta agli americani per essere destinata a capitale militare dell' Alleanza atlantica nel Mediterraneo. Non fu una concessione, ma una confisca. Fosse caduta una sola bomba russa sull' Italia, sarebbe stata recapitata sul golfo. Qualcuno dirà : "Peccato", qualcuno si darà una grattatina, come è giusto che sia in una nazione che può misurare la propria unità ogni domenica sugli striscioni degli stadi. 

Ora sappiamo che il sindaco monarchico del dopoguerra, "ammiraglio" Achille Lauro, incarcerato perché fascista, fu scelto, liberato e arricchito dagli americani per garantire loro l' asservimento della città . 

E se il porto doveva essere al servizio della Sesta Flotta, allora bisognava trasferire altrove le linee di navigazione commerciale. Così l' ubbidiente Lauro spostò a Genova le sue navi, svuotando i moli e completando l' opera di desolazione. E pur diventando così un armatore ligure, fu sindaco di Napoli per quasi tutto il decennio Cinquanta. 

La città era così annichilita da concedergli la resa incondizionata di un voto a maggioranza assoluta. Napoli era stata sospesa dall' Italia e risarcita con l' aria affumicata d' olio delle raffinerie e con le elemosine procurate da un meridionalismo di questue alla Cassa manbassa del Mezzogiorno. Le persone di buona volontà , comunisti e non, presero il largo per non finire assiderate. 

Renato Caccioppoli e Francesca Spada tennero duro: e quando fu chiaro per loro che non restava più nessun presente e più nessun futuro chiusero la porta. 

I suicidi hanno la vocazione potente a essere gli ultimi. Il meridionalismo del Pci di quegli anni fece la sua brava cilecca, ma non avrebbe potuto granché contro i padroni del mondo. 
E questa è l' unica attenuante offerta dal lungo e commosso atto istruttorio scritto da Ermanno Rea ("Mistero napoletano", Einaudi, pp. 387, L. 28.000). 

Suo intento è rianimare e riabilitare la figura travolta e travolgente di Francesca Spada, comunista in Napoli dal '45 al ' 61. Concesse dunque le attenuanti generiche al Pci di allora, non prevalenti né uguali alle aggravanti, l' atto istruttorio di Rea dilaga in larghezza di dettagli e di testimonianze. 

Si scoperchia un partito pentola, chiuso e incupito di sospetti all' interno e ostile verso il popolo dei vicoli intorno, cui rimprovera il vendersi per un piatto di pasta, la sua natura di sottoclasse infida, cui va contrapposta l' esigua compagine degli operai. 

Rea racconta le dissidenze addomesticate con l' esercizio punitivo delle autocritiche, comunque mai sufficienti, oppure espulse. Lo stalinismo resiste a Napoli non solo alla morte del titolare, ma anche alla denuncia dei suoi crimini, nel ' 56. 

Il partito, in mano ad Amendola in città , si arrocca nella sconfitta e isola il dissenso. Sono anni disperati di critiche soffocate, di cui sono spariti i verbali dagli archivi, come può scoprire Rea. Con la morte del matematico Caccioppoli e della musicista Francesca Spada si consuma in sacrificio quanto di meglio era stato prodotto dalla intelligenza febbrile e dalla passione d' essere cittadini del mondo di una città assiderata. 
Erano quanto di meglio non solo per latitudine di talento e competenza, ma per l' affezione spasmodica al luogo. Non vollero né poterono partire, anche se ridotti dal partito all' inutilità .

C'è un' antica storia: un uomo grida e grida per la sua città a ogni passante di pentirsi, di ravvedersi, di risorgere. Nessuno lo ascolta, ma lui prosegue lo stesso. E a un bambino che gli dimostra l' inutilità del suo sforzo risponde che grida non per cambiare gli altri, ma perché gli altri non cambino lui. 

La storia di Francesca Spada grida contro un partito cui diede ogni risorsa e che diffidò sempre di lei. Perché Francesca era una irregolare, aveva avuto due figli da un uomo che glieli aveva tolti e le impedì per anni di vederli. Poi ne ebbe altri due con il comunista Renzo Lapiccirella, uomo di gran valore e di forte presa sui militanti napoletani. Fu emarginato per la sua libertà di pensiero, per avere difeso il diritto al dissenso dei giovani studiosi del "Gramsci", e attaccato sul piano personale per il legame con Francesca. 

Perfino un abito da sera indossato da lei a teatro divenne un capo 
d' accusa. Il partito del progresso e della libertà riproduceva in sé le riserve e le condanne che Francesca incontrava nella città del gelo.

Le migliori intelligenze vennero neutralizzate sprecando le risorse umane di un grandioso popolo di iscritti. Quel metodo ha forse compattato i ranghi, ma ha prodotto la diabolica selezione della mediocrità al vertice, guasto di allora e di oggi del principale partito di sinistra. Vizio politico fu diffidare di un popolo di disoccupati istigati dalle stesse autorità al contrabbando e alla clandestinità sociale. Era un popolo che d' inverno si sfoltiva di vecchi e di bambini, aggiungendo alle varie cause della mortalità anche il freddo, malattia grave per chi ha pure fame. 

napoli misteriosa vicolo.JPG

Quanto diversi sono stati i comunisti di cui ha fatto parte la mia generazione dalla fine degli anni Sessanta, che ficcarono le mani nelle trombe d' aria delle rivolte popolari, cercando un bandolo rosso da stringere fin dentro la sommossa di Reggio Calabria e poi trasferendosi in massa nel Sud. Vennero torinesi a Napoli, emiliani in Puglia, toscani in Sicilia e via rimescolando i meridiani e realizzando il primo vero contro scambio di risorse e di intelligenze tra Nord e Sud, primo risarcimento dell' emigrazione. Francesca e Renato non c' erano più ed era sbiadito anche il ricordo delle loro vite indocili e d' accusa. 

Ermanno Rea ha scritto una storia che spiega a quelli della mia età con un vasto esempio perché la mia generazione comunista non si è potuta servire del Pci. Personalmente devo a Rea una grande figura di donna che si è installata nel mio scarso album degli affetti e gli devo un ritratto finalmente soddisfacente di Renato Caccioppoli. 
Raffaele La Capria scrisse un gran libro di cui finora solo il titolo non mi convinceva: "Ferito a morte", che era per me eccessivo. Ora so che almeno due cittadini di quella Napoli hanno diritto a quella dedica. 
Alla città assiderata resta l' onore delle loro vite sacrificate a lei come un fumo d' incenso."
De Luca Erri
Pagina 31 
(30 settembre 1995) - Corriere della Sera



FONTE: http://ramodivento.blogspot.it/2012/04/ricordo-di-renato-e-francesca-comunisti.html

Immagini prese dal web



venerdì 30 marzo 2012

Gli esodati: Spoon River della Crisi


Fonte:  LA SPOON RIVER DELLA CRISI (ADRIANO SOFRI).    30/03/2012 di triskel182         
       
Il lavoro davvero rende liberi, perdere il lavoro vuol dire perdere la libertà. Vi sarete accorti che il rogo fotografato a Bologna l´altroieri somigliava a quello del giovane tibetano a Nuova Delhi del giorno prima. 
E i titoli, a poche pagine di distanza: "Il trentesimo tibetano che si è dato fuoco nell´ultimo anno" 


"Nel Veneto, già trenta suicidi di imprenditori". Ieri un operaio edile di origine marocchina si è dato fuoco davanti al municipio di Verona, è stato soccorso in tempo, era "senza stipendio da quattro mesi". 


L´altroieri il piccolo imprenditore edile a Bologna, accanto alla sede delle Commissioni tributarie.


Si può andare indietro e trovarne uno al giorno, operai disoccupati, artigiani, imprenditori.
Sta diventando l´altra faccia dei bollettini delle morti cosiddette bianche.

Caduti sul lavoro, caduti per il lavoro. 
Una Spoon River della crisi. 


Giuseppe C., il bolognese di 58 anni di cui hanno raccontato qui asciuttamente Michele Smargiassi e Luigi Spezia, la sua pagina se l'è scritta da solo. 


"Caro amore, sono qui che piango. Stamattina sono uscito un po´ presto, ho avuto paura di svegliarti… Chiedo a tutti perdono". 


Parole pronte per una bella canzone di Lucio Battisti. L´ha scritto anche al fisco: “Chiedo perdono anche a voi”. 


Una frase terribile, ora che qualche disgraziato ha messo le sue bombe alle porte di Equitalia, e non si può più dire che "bisognerebbe metterci una bomba…". 


Imprenditori si impiccano, e curano di farlo nei loro capannoni, nel giorno festivo o fuori dall´orario di lavoro. 

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Visualizzazioni totali