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lunedì 7 febbraio 2011

Una lettera

Cara mamma,
 

dagli orologi fermi capisco la tua assenza. E stamattina nel solito bicchiere bianco c'era uno spazzolino da denti solo.
Il tuo te lo sei portato via.
Ma non credere che, te lontana, io faccia cose che a te dispiacciono.
Il mio sogno più caro è destinato a oscillare nell'aria lungamente, ma poi - certo - a dissolversi nel sereno, oltre le cose. Perché amiamo perdutamente soltanto ciò che non avremo mai: e per me è la miseria, vecchi con lunghi mantelli fra ciminiere di fabbriche lontane, carraie che conducono a una cava di sabbia, bambine col grembiule rosso riflesse dall'acqua dei fossi. 


La strada vera va lungo un marciapiede, ha consuete parole, vetrine infiorate, un "Punto giallo" fra gli specchi, e un mite desiderio di sicuri stipendi.
Cara mamma, augurami di soffrire ancora a lungo per amore di fantasia: a questo patto la tua ragazza potrà non morire.
Antonia


(Antonia Pozzi - Lettera del 29 gennaio 1938
L'età delle parole è finita - Lettere 1927-1938 - Archinto Editore)

domenica 16 gennaio 2011

Lanterna magica

"L'estate in cui compii sedici anni fui mandato in Germania come Austauschkind: Questo significava che per sei settimane sarei rimasto in una famiglia tedesca insieme a un ragazzo della mia età. Quando le sue vacanze fossero iniziate, lui mi avrebbe accompagnato in Svezia e sarebbe stato mio ospite per un periodo equivalente.

Capitai nella famiglia di un prete, in Turingia, in un paesino di nome Haina, a mezza strada tra Weimar ed Eisenach. Il paese sorgeva in una valle allungata, al centro di una regione ricca. Tra le case serpeggiava un piccolo fiume, indolente e torbido. Nel paese c'erano una chiesa gigantesca, una piazza con il monumento ai caduti e una fermata dell'autobus.

La famiglia era numerosa: sei figli e tre figlie, il pastore, sua moglie e un'anziana parente... Qest'ultima aveva i baffi, sudava abbondantemente e dirigeva la casa con un pugno di ferro. Il capofamiglia era un uomo esile, con una barbetta da capra, dolci occhi azzurri, batuffoli di cotone nelle orecchie e un basco nero calato giù sulla fronte. Era colto e amante della musica, suonava diversi strumenti e cantava con una morbida voce tenorile.

Il mio amico, Hannes, sembrava ritagliato da un giornale di propaganda nazionalsocialista: biondo, alto, occhi azzurri, un sorriso franco, orecchie piccolissime e una peluria che sarebbe divenuta barba .
.......................

Poi Hammes mi propose di accompagnarlo a scuola e ascoltare le lezioni..
Fui accolto con esaltata cordialità e fui fatto sedere accanto ad Hannes.
L'aula era ampia, mal tenuta, umida e fredda nonostante fosse estate al di là delle finestre.
Era l'ora di religione, ma sui banchi era posato il Mein Kampf di Hitler.
.......................
La domenica la famiglia andò alla messa. La predica del pastore fu sorprendente. Il suo punto di partenza non furono i vangeli ma il  Mein Kampf.
Dopo la funzione prendemmo il caffè nella casa parrocchiale. Molti ospiti erano in uniforme e io ebbi parecchie occasioni per syendere la mano e dire Heil Hitler.

mercoledì 5 gennaio 2011

16 gennaio 1922

16 gennaio. Nell'ultima settimana c'è stato come un crollo, così completo come fosse in quella notte di due anni fa. Altro esempio non mi è mai capitato. Tutto pareva finito e anche oggi  pare che non sia altrimenti. Lo si può intendere in due modi e probabilmente va inteso così nel tempo stesso.
Primo: Il crollo, l'impossibilità di dormire, impossibilità di vegliare, impossibilità di sopportare la vita o più esattamente la successione della vita.
Gli orologi non vanno d'accordo, quello interiore corre a precipizio in un modo diabolico o demoniaco o in ogni caso disumano, mentre quello esterno segue faticosamente il solito ritmo.
 

Che altro può accadere se non che i due diversi mondi si dividano? 

Si dividono, infatti,  o almeno si danno strappi a vicenda in modo pauroso. L'impeto del ritmo interiore può avere ragioni varie, la più visibile è l'osservazione di sé che non lascia calmare alcuna idea, ma le  porta a galla tutte per poi a sua volta essere incalzata come idea di una nuova osservazione di sé.


Secondo: Questo incalzare prende la direzione della umanità.  La solitudine che per la maggior parte mi fu sempre imposta e in me fu da me cercata (ma non fu questa costrizione?) perde ora ogni ambiguità e mira all'esteriore. Dove conduce? Può portare, e ciò mi sembra ineluttabile, alla follia. E qui non occorre aggiungere altro.
L'inseguimento mi attraversa e mi strazia. Oppure posso (posso?), sia pure in minima parte, tenermi ritto e in tal caso lasciarmi portare dall'inseguimento.
E dove arrivo? "L'inseguimento" è soltanto un'immagine. Potrei anche dire "assalto dal basso; dalla parte degli uomini e poiché anche questa è soltanto un'immagine posso sostituirvi l'immagine dall'alto, giù, verso di me.

Tutta questa letteratura è assalto al limite e, se non fosse intervenuto il sionismo, avrebbe potuto evolversi facilmente e diventare una nuova dottrina  esoterica, una cabala. Ne esistono gli spunti. Certo qui si richiede un genio incomprensibile che affondi nuovamente le radici nei secoli antichi e li ricrei e con tutto ciò non si doni, ma soltanto ora incominci a donarsi.


(Franz Kafka - DIARI 1910 - 1923 - Ed. Oscar Classici Mondadori)

martedì 4 gennaio 2011

13 gennaio 1957

Mita cara,
è accaduta a Leone Traverso una terribile disgrazia. Sua sorella si è uccisa il 9 gennaio, gettandosi dalla finestra. Era la sorella che per anni gli aveva fatto da madre. E' stato un attimo - il punto scoperto dell'armatura che trova sempre il destino. Per mesi e mesi non era rimasta sola. Era tornata la sera prima dalla clinica, apparentemente serena e libera da ossessioni.
Scriva a Leone due parole, se crede. E scriva a me, che non so più nulla di lei. Stavo terminando per lei un'altra lettera, che oggi mi sembra inutile. Ma forse gliela mando domani.
L'abbraccia, Mita, la sua
Vic.
(da Lettere a Mita - Cristina Campo - Biblioteca Adelphi 381)

Leone Traverso, che per noi italiani rappresenta la voce di  Rilke, di Hoffmansthal,  di Holderlin,  fu  la guida culturale e l’amore di Cristina Campo nella sua fase fiorentina, quella della giovinezza,  dopo l’infanzia che ha invece i colori e le ombre di Bologna, sua città natale. Ancora usava il suo vero nome, Vittoria Guerrini, oppure Vie, che è la firma che ritroviamo nelle lettere; oppure si nascondeva dietro il personaggio della Pisana, in un gioco di pseudonimi che Monica Farnetti ha ben indagato. 

Nel ’55 Vittoria si trasferisce a Roma, e ne derivano le lettere e l’esigenza di descrivere all’amato i nuovi paesaggi :  
“Vedessi, Bul, questo autunno romano! Velata di fogliame e d’acque passeggere, la città riduce le distanze… in una luce come sotto il tuo ombrello” (10 ott. ‘55); “In poche ore Roma si è avvolta nei colori – mille verdi, e soprattutto mille gradazioni di rosso, lilla, rosa pallido, viola” (26 apr. ’56). 

Ma nelle lettere troviamo anche le letture condivise (Eliot, Lawrence, Weil), le scritture e le traduzioni nel loro farsi (“raggi d’oro saettano da testo e versione”-27 dic. ’55), i malanni, l’impegno (la fase del processo a Danilo Dolci, per il quale Cristina si spese con grande energia),  i dolori.

 Cristina si trova accanto a Corrado Alvaro nei giorni della sua agonia, è con lui la notte della morte e con poche parole “esatte”, come solo lei sapeva comporre, rende il senso di quella morte: “Ad ogni amico che se ne va io racconto di un amico che resta; a quella infinita cortesia senza rughe ricordo un volto di quaggiù, torturato, oscillante.”

Leggiamo  nomi illustri,  versi, progetti di scrittura;  parole che poi saranno nelle poesie o nei saggi, che serviranno a chiarirne la poetica. I fili che emergono andranno intrecciati con gli altri epistolari, in particolare le “Lettere a Mita” che sono degli stessi anni e a volte trattano gli stessi temi.  

Da qui

lunedì 3 gennaio 2011

Vite passate



Cosa mi incanta nel frugare tra i libri-diari scritti nel passato?  Non tanto la veste esterna, quanto sentire la vita che scorre, a volte facile, a volte intensamente difficile, ma pur sempre vita in queste persone che ci hanno lasciato una loro testimonianza.
Qui, più ancora che nei testi di storia, che pure amo,  vado cercando un senso o semplicemente un affacciarsi di ricordi lontani... e soprattutto cerco di capire chi o cosa siamo noi, ora. E questa è la parte più difficile...

Continuerò ancora per poco a riproporre alcune pagine.

4 gennaio 1958

Quattro giorni del nuovo anno andati, insieme alla risoluzione di una pagina quotidiana, per descrivere umori, fatica, una buccia d'arancia o il colore dell'acqua  nella vasca dopo il bagno settimanale.
Penitenza e fuga, in un colpo solo: recuperare quattro pagine.
L'aria si fa tersa, limpida.
L'oppressione a strisce gialle e nere di ottobre, novembre e dicembre è andata, e arriva l'aria pura del nuovo anno. 
Tanto fredda da trasformare in pezzi di ghiaccio doloranti stinchi, orecchie e guance scoperti.
Eppure il sole, che ora tocca la vernice fresca bianca della porta della dispensa, si riflette nella pittura color brutto-bruciato che ricopre le tavole del pavimento e manda un raggio di sbieco sul tappeto lavanda malva-ruggine rosato dalla finestra dell'abbaino a ovest.

Cambiamenti: che cos'è che spalanca le finestre all'aria sottile e ai paesaggi azzurri in una scatola soffocante?

Una camicia di spigato rosso per Natale: rosso lacca con arricciature rifinite di nero e verdi felci orientali da indossare ogni giorno contro pareti celesti.
L'opportunità offerta a Ted di insegnare per tutto il tempo che ci serve. Un gruzzolo di 1000 o 2000 dollari puliti per l'Europa.
Gioia indiretta per la sua scrittura, che promette qualcosa anche a me: la terza poesia che il"New Yorker" mi accetta e un raccontino per "Jack and Jill".

1958: un anno in cui smetto di insegnare e inizio a scrivere. Il credo di Ted: non aspettarti troppo, scrivi e basta. Ascolta te stessa: butta giù.
Questo mi spaventa: il silenzio di tomba. Ci vorranno dei mesi per riempire il mio mondo interiore di gente e per metterla in moto.
Come altro fare se non proiettandomi dentro il mio vuoto, fuori da questo mondo organizzato, scandito, stipendiato?
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Creare una scena? Descrivere a memoria un aneddoto dell'infanzia? Io non ho memoria. Sì, c'era una aiuola di cespugli di lillà davanti alla casa gialla di Freeman. Cominciamo da lì: 10 anni di infanzia prima degli scivolosi anni dell'adolescenza e poi i diari su cui lavorare, per ricostruire.
Due pioppi, tende a strisce verdi e arancioni: non ho mai imparato a osservare i particolari. A ricreare la vita vissuta: che è vita rinnovata. L'aneddoto scende, un bruscolo nell'occhio di dio, e una lacrima stilla a cento anni e un giorno da oggi, un mondo perlaceo tondo e iridescente. Se capovolgi la palla di vetro la neve viene giù lenta tra mulinelli d'aria color quarzo.

La copertina di un libro di Hans Andersen svela i suoi  mondi: la Regina delle Nevi, bianca e blu come il ghiaccio, vola su una slitta nell'aria densa di fiocchi: i nostri cuori sono gelati. 
Sempre: fango, pattume, merda contro i palazzi di diamante. Quell'uomo poteva sognare dio e il paradiso: il lavorio della melma. 
Bruciamo nel nostro fuoco. Dare voce a questo. E all'orrore: lo strano uccello che conosce Longfellow sta appollaiato sul filo con sullo sfondo paesaggi inglesi di cespugli verdi.
Un nonno dalla barba bianca che affoga nei marosi, le onde lunghe calde, lente e vischiose; il terrore della carta che crepita e si spande davanti alla graticola nera spenta: da dove vengono queste immagini, questi sogni?
Mondi - chiusi fuori dal rumore delle macchine, dal dettato del calendario. Uno appeso a una decorazione natalizia, d'oro sbiadito, un altro argentato, nella pancia della mia teiera di peltro: apri la porta di Alice, lavora e suda per cercare di forzare cancelli e rivelare parole e mondi. ....

"Diari" - Sylvia Plath - Biblioteca Adelphi 367.

domenica 2 gennaio 2011

2 gennaio

Ieri non ho avuto tempo di scrivere perché c'è stata una quantità di visite, noiose a maggior parte, i Liste e i Trobisch; Julia Tr. è una stupidissima creatura e credo che non sappia niente di quelle cose: a Annie manca un venerdì e Lotte è l'unica sopportabile.
Però, siccome abbiamo fatto dei giochi di società con premi, non è stato così noioso come poteva essere: e Fritz e Rudl sono ragazzi simpatici. 


A sera la mamma era cosi stanca che papà ha detto che bisogna farla finita con queste visite: quanto a me, non posso dire che mi importi molto di questo genere di visite, tanto più che Dora vuol sempre parlare di libri.
La gente parla sempre di libri noiosissimi quando non sa cosa dire. 


La scuola è ricominciata oggi, grazie a Dio con una lezione di tedesco; benché in generale non sia superstiziosa, devo dire che sono contenta di cominciare bene.
Inoltre stamattina abbiamo incontrato per primi due spazzacamini, e senza che avessimo fatto nulla perché le cose andassero così, ci sono passati sulla sinistra; questo dovrebbe essere un segno di buona fortuna.


Da:

"Diario di una giovinetta" con prefazione di Freud - Sugar Editore
Scritto da una ragazzina  dell'alta borghesia viennese dai 10 ai 14 anni alla fine dell'800


venerdì 24 aprile 2009

Lettera non datata

Con questa lettera che non porta data, concludo il breve passaggio su Lettere dal carcere.

Carissimo Delio,
mi sento un po' stanco e non posso scriverti molto.
Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la
storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è
possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano, lottano e migliorano se stessi: non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così?
Ti abbraccio.


Auguro a tutti un Buon 25 aprile!

Casa Penale di Turi, 8 agosto 1933

Carissima Julca,
dorei scrivere a Delio per rispondere a un suo biglietto.
Poi dirgli tu stessa che gli saranno spediti due libri: le novelle della giungla dove sono comprese le novelle della Foca bianca e di Rikki-Tikki-Tawi e La capanna dello zio Tom.
Sarei contento di sapere come sia venuto in testa a Delio di leggere questo ultimo libro e se, quando egli lo avrà, qualcuno glielo spiegherà storicisticamente, collocando i sentimenti e la religiosità di cui il libro è impregnato, nel tempo e nello spazio.
Questo lavoro mi pare molto difficile da fare con un ragazzo (da fare seriamente, s'intende, e non con le solite generalità e luoghi comuni).


Ecco perché forse non senti più l'attrazione di un tempo per la musica.
A me pare che debba avvenire in noi una catarsi, come dicevano i Greci, per cui i sentimenti si rivivono "artisticamente" come bellezza, e non più come passione condivisa e ancora operante.
E' forse una cosa da spiegare più a lungo, ma mi pare che tu debba capire anche da questi pochi accenni.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Carcere di Milano, 27 febbraio 1928

"Carissima Tania,
per una felicissima congiunzione di astri favorevoli, la tua lettera del 20 mi è stata consegnata il 24, assieme alla lettera di Giulia. Ho ammirato molto la tua bravura nelle diagnosi, ma non sono caduto nei sottili lacci della tua furberia letteraria. Non pensi che sarebbe preferibile esplicare la propria bravura su altri soggetti che non sulla propria persona? (Non per augurare male al prossimo, s'intende, se di prossimo si può parlare in questo caso.

Tu hai letto bene e studiato le idee di Tolstoi? Dovresti confermarmi il significato preciso che Tolstoi dà alla nozione evangelica di "prossimo". Mi pare che egli si attenga al significato letterale, etimologico della parola: "chi ti è più vicino, quelli della tua famiglia, cioé, e, al massimo, quelli del tuo villaggio".

Insomma non sei riuscita a cambiarmi le carte in tavola, mettendomi innanzi la tua bravura di medico, per farmi riflettere meno sulle tue condizioni di paziente. Sulla flebite, poi, io mi sono formato una cultura speciale, perché negli ultimi quindici giorni di residenza a Ustica, ho dovuto ascoltare le lunghe disquisizioni di un vecchio avvocato perugino che ne soffriva e si era fatto arrivare quattro o cinque pubblicazioni in proposito.

Per farti passare il tempo ti riferirò una piccola discussione "carceraria" svoltasi a pezzi e bocconi. Un tale, credo che sia evangelista o metodista o presbiteriano (mi sono ricordato di lui a proposito del suaccennato "prossimo") era molto indignato perché si lasciavano ancora circolare per le nostre città quei poveri cinesi che vendono oggettini certamente fabbricati in serie in Germania, ma che danno l'impressione ai compratori di annettersi almeno un pezzettino del folklore cataico.
Secondo il nostro evangelista, il pericolo era grande per la omogeneità delle credenze e dei modi di pensare della civiltà occidentale: si tratta, secondo lui, di un innesto dell'idolatria asiatica nel ceppo del cristianesimo europeo.
Le piccole immagini del Budda finirebbero con l'esercitare uno speciale fascino che potrebbe essere come un reagente sulla psicologia europea.

Che un elemento sociale come l'evangelista in parola avesse simili preoccupazioni, era certo molto interessante, anche se tali reazioni avessero radici molto lontane.

Non fu difficile però cacciarlo in un ginepraio di di idee, senza uscita per lui, facendogli osservare:

1. Che l'influenza del buddismo sulla civiltà occidentale ha radici molto più profonde di quanto sembri, perché durante tutto il Medioevo, dalla invasione degli arabi fino al 1200 circa, la vita di Budda circolò in Europa come la vita di un martire cristiano, santificato dalla Chiesa, la quale solo dopo parecchi secoli si accorse dell'errore commesso e sconsacrò il pseudosanto. L'influenza che un tale episodio può avere esercitato in quei tempi, quando l'ideologia religiosa era vivacissima e costituiva il solo modo di pensare delle moltitudini, è incalcolabile.

2. Il buddismo non è una idolatria. Da questo punto di vista, se pericolo c'è, è costituito piuttosto dalla musica e dalla danza importata in Europa dai negri.
Questa musica ha veramente conquistato tutto uno strato della popolazione europea colta, ha creato anzi un vero fanatismo.

Ora è possibile immaginare che la ripetizione continuata dei gesti fisici che i negri fanno intorno ai loro feticci, danzando, che l'avere sempre nelle orecchie il ritmo sincopato degli jazz-bands, rimangano senza risultati ideologici?

a) Si tratta di un fenomeno enormemente diffuso che tocca milioni e milioni di persone, specialmente giovani;
b) si tratta di impressioni molto energiche e violente, cioé che lasciano tracce profonde e durature;
c) si tratta di fenomeni musicali, cioè di manifestazioni che si esprimono nel linguaggio più universale oggi esistente, nel linguaggio che più rapidamente comunica immagini e impressioni totali di una civiltà non solo estranea alla nostra, ma certamente meno complessa di quella asiatica, primitiva ed elementare, cioè facilmente assimilabile dalla musica e dalla danza a tutto il mondo psichico.

Insomma il povero evangelista fu convinto che mentre aveva paura di diventare un asiatico, in realtà egli, senza accorgersene, stava diventando un negro e che tale processo era terribilmente avanzato, almeno fino alla fase di meticcio.

Non so quali risultati siano stati ottenuti: penso però che non sia più capace di rinunziare al caffè con contorno di jazz e che d'ora in poi si guarderà attentamente allo specchio per sorprendere pigmenti di colore nel suo sangue.

Cara Tania, ti auguro di ristabilirti bene e presto; ti abbraccio.
Antonio"

giovedì 23 aprile 2009

Carcere di Roma, 30 novembre 1926

"Mia carissima Julca,
ricordi una delle tue ultime lettere? (Era almeno l'ultima lettera che io ho ricevuto e letto).
Mi scrivevi che noi due siamo ancora abbastanza giovani per poter sperare di veder insieme crescere i nostri bambini. Occorre che tu ricordi fortemente questo, che tu ci pensi fortemente ogni volta che pensi a me e mi associ ai bambini. Io sono sicuro che tu sarai forte e coraggiosa, come sei sempre stata. Dovrai esserlo ancora di più che nel passato, perché i bambini crescano bene e siano in tutto degni di te. Ho pensato molto, molto in questi giorni.
Ho cercato di immaginare come si svolgerà tutta la vostra vita avvenire, perché rimarrò certamente a lungo senza vostre notizie; e ho ripensato al passato, traendone ragione di forza e di fiducia infinita.
Io sono e sarò forte; ti voglio tanto bene e voglio arrivare a vedere i nostri piccoli bambini.
Carissima mia, non vorrei in alcun modo turbarti, sono un po' stanco, perché dormo pochissimo e non riesco perciò a scrivere tutto ciò che vorrei e come vorrei. Voglio farti sentire forte forte tutto il mio amore e la mia fiducia. Abbraccia tutti di casa tua; ti stringo con la più grande tenerezza insieme ai bambini.
Antonio"

Questa postata sopra è la prima delle "Lettere dal carcere" scritta da Gramsci.

Gramsci era nato ad Ales (Cagliari) il 22 gennaio 1891, quarto di sette figli.

Le Lettere (edite da Einaudi) sono per lo più indirizzate alla moglie Giulia Schucht, violinista russa, alla cognata Tatiana, ai figli, Delio e Giuliano, all'amico Piero Sraffa, professre di economia a Cambridge.

Saltando pagine intere di storia (per questo rimando a Italia Libri, nonché a Wikipedia) passo al 5 novembre 1926, giorno in cui Mussolini sciolse i partiti di opposizione e soppresse la libertà di stampa.

L'8 novembre, in violazione dell'immunità parlamentare, Gramsci venne arrestato e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Seguì un periodo di confino a Ustica.

Il processo iniziò a Roma il 28 maggio 1928.

Mussolini aveva "FASCISTIZZATO" anche la magistratura: aveva istituito il Tribunale Speciale Fascista.

Presidente era un generale, i giurati erano cinque consoli della milizia fascista, l'avvocato d'accusa e il relatore, tutti in divisa.

Gramsci era accusato di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all'odio di classe.

Il pubblico ministero Isgrò concluse la sua requisitoria con una frase rimasta famosa:
"Per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare"

E infatti il 4 giugno Gramsci fu condannato a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione.

I prossimi giorni penso di continuare a pubblicare altre lettere dal carcere.

venerdì 6 marzo 2009

Dal "Mestiere di vivere"

L'epoca è pressapoco la stessa dei post precedenti, ma il luogo non è più l'America.

Dal diario di Cesare Pavese:

" 28 novembre 1949

Succede di notte, quando comincio ad assopirmi. Ogni rumore - scricchiolio di legno, frastuono in strada, grido lontano ed improvviso - mi risucchia come un gorgo, un repentino e ondeggiante gorgo, in cui mi crolla il cervello e crolla il mondo.
Nell'attimo attendo il terremoto, il finimondo.
E' un residuo di guerra, delle bombe aeree?
E' una raggiunta consapevolezza della possibile fine universale?

Esaurimento - è una parola ma cosa significa? E' piacevole, un sussulto leggero come d'ubriachezza, e mi riprendo a denti stretti. Ma se un giorno non ce la faccio a riprendermi?"

"1° dicembre 1949

Passeggiando sul lungo Po, davanti ai Monti dei Cappuccini. Imbrunire nebbioso, le ville scompaiono, restano i dorsi scuri, irsuti dei colli, selvaggi, sfumati. A che serve questa bellezza - che cosa significa almeno?

Tornano in mente i pensieri sul selvaggio superstizioso, sulla irrealtà del selvaggio, sul paesaggio magico - se ne conclude che esso influisca su di noi in modo in razionali, non misurabili, non prevedibili.

A che monta questo senso struggente del selvaggio, questa bellezza sobria e rude, questa commozione, se essa influisce su noi appunto soltanto come bellezza, come impressione?

Non è tutto ciò un raffinamento civile? Il selvaggio per essere deve influire vitalmente anche sull'analfabeta, sul villano, sull'uomo economico, deve essere potenza non bellezza"

"6 dicembre 1949

Il pensiero del 1° dicembre chiarisce come sono nati i fascismi. La cultura irrazionalistica dell'Ottocento dovette uscire dalla contemplazione e diventare potenza, economia. Smettere di servire al colto, e influire anche sull'analfabeta.

Origine della nostra barbarie"

"22 marzo 1950

Nulla. Non scrive nulla. Potrebbe essere morta.
Devo avvezzarmi a vivere come se questo fosse normale.

Quante cose non le ho detto. In fondo il terrore di perderla ora, non è l'ansia "del possesso", ma la paura di non poterle più dire queste cose. Quali siano queste cose ora non so. Ma verrebbero come un torrente quando fossi con lei. E' uno stato di creazione. Oh dio, fammela ritrovare."

"23 marzo 1950

L'amore è veramente la grande affermazione. Si vuole essere, si vuole contare, si vuole - se morire si deve - morire con valore, con clamore, restare insomma. ...

"25 marzo 1950

Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla."

Da "Il mestiere di vivere" - Cesare Pavese - Einaudi Editore

Il diario si conclude il 18 agosto 1950.

sabato 13 dicembre 2008

La Norvegia di Liv Ullman

Sempre dal libro "Cambiare" - ricordi e sensazioni di Liv Ullman.

"In che paese vivo! Montagne incappucciate di neve e l'odore caratteristico dell'erica e delle paludi. Un soffio di aria fresca che giunge da acque purissime o da fiordi che si insinuano nei luoghi più strani e nascosti. Dove d'estate il sole non cala mai, sfiora con un bacio l'orizzonte prima di levarsi di nuovo e riprendere il suo viaggio attraverso il cielo.

La gente che rivela spontaneamente ciò che sente, che parla con voci cantanti e vivaci come se non potesse contenere la gioia che prova per essere uscita dall'eterna oscurità dell'inverno.

La Norvegia del Nord, quando il termometro sale a più di trenta gradi e io resto nuda sul letto, senza coperte, con la luce che batte sul vetro della finestra tutta la notte.

Ho viaggiato in ogni parte del mondo, ma sono proprio certa che non ho mai avuto sensazioni più forti di quelle che provo ora.

I contrasti qui sono enormi. Il mare senza fondo .... Le montagne torreggianti da ogni parte, selvagge e nude, più vicine al cielo di quanto non avessi mai creduto che le montagne potessero arrivare.
Sentire il vento e il sole sul volto - e, nello stesso tempo la fragranza degli alberi e delle rocce e della terra sulla quale cammino che mi entrano nella pelle - questo fa parte di ciò che cambia la mia vita"

Un Natale in Norvegia


Liv Ullmann nasce a Tokyo nel 1939 da genitori norvegesi. Ha ricevuto la propria formazione d’arte drammatica a Londra, grazie alla madre che acconsentì ad assecondare la vocazione della figlia.

La sua prima apparizione sul palcoscenico fu al Rogaland theatre di Stavanger in Norvegia, quando interpretò “Il diario di Anna Frank”, nel ruolo di protagonista.

Il suo debutto cinematografico risale al 1959, in “The wayward girl” di Edith Carlmar, al quale seguirono altre apparizioni in film svedesi e norvegesi.

Ma a segnare l’inizio di una folgorante carriera fu il suo incontro con Ingmar Bergman nel 1966, anno in cui, insieme a Bibi Anderson, interpretò uno dei capolavori del regista svedese, ovvero “Persona”. In quell’occasione non nacque solo una collaborazione artistica ma una relazione dalla quale nacque una figlia.

Alla figlia - Linn - Liv Ullman dedicò un suo libro : "Cambiare " edito in Italia da Arnoldo Mondadori S.p.A. anno 1977.

..... Il Natale è uno dei miei ricordi migliori. Seduta nella cattedrale con le note dell'organo che penetrano in tutti gli angoli del grande edificio. Al ritorno percorrevamo tutte intirizzite la Munkegaten, che allora era ancora acciottolata. C'erano altre famiglie al nostro fianco animate dalla stessa felicità che provavamo noi.

Poi a casa. E l'odore del maiale arrosto e dei crauti. L'attesa nella stanza buia - dove mia sorella e io sedevamo per terra trepidanti perché sapevamo che nel salotto stavano dando gli ultimi tocchi all'albero per la festa. Il fruscio della carta e passi rapidi che annunciavano chissà quali segreti.

E quando, finalmente, la porta si apriva e noi, le bambine, vedevamo l'albero di Natale per la prima volta, in mezzo alla stanza, tutto luccicante di candeline quasi svenivamo dalla gioia.

La mamma sedeva al piano: Lei che era molto più giovane di quanto non capissi. Piena di desideri che soltanto oggi riconosco, quando è troppo tardi per poterli condividere.

Favole raccontate sulla sponda del letto. Cioccolata calda, pane e burro con le banane e la gelatina di mele. Una donna seduta, china su un libro, la testa di corti capelli castani voltata un poco dall'altra parte. Ogni tanto la alza e mi sorride.

Quella era felicità.

mercoledì 26 novembre 2008

Lanterna magica

A Uppsala, nasce il 14 Luglio 1918, Ingmar Bergman.

Figlio di un pastore protestante, con cui si troverà spesso a confrontarsi e che ricorrerà di frequente nel corso della sua opera, percorsa di continuo da riferimenti autobiografici.

« In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l'enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà »

Bergman trascorse la prima infanzia seguendo gli spostamenti del padre nelle case parrocchiali di vari paesini e fu educato secondo i concetti luterani di " peccato, punizione, perdono e grazia, temi che saranno poi ricorrenti nei suoi film. Il padre, cappellano all'ospedale di Uppsala, poi parroco alla Hedvig-Eleonora di Stoccolma e infine prelato presso la Corte, pur essendo un eccellente predicatore aveva un temperamento, come scriverà Bergman nella sua biografia, irritabile:
"Non potevamo fischiare, non potevamo camminare con le mani in tasca. Improvvisamente decideva di provarci una lezione e chi s'impappinava veniva punito. Soffriva molto per il suo udito eccessivamente sensibile, i rumori lo esasperavano"
Egli impartì al figlio una educazione molto severa le cui tracce si riscontreranno spesso nei suoi film; la figura del padre sarà portata sullo schermo in tre film, Fanny e Alexander (1982), Con le migliori intenzioni (1992) e Conversazioni Private (1996).
La madre aveva un eccessivo carico di lavoro , era tesissima, non riusciva a dormire, faceva uso di forti sedativi che avevano effetti collaterali quali l'irrequietezza e l'ansia.
Ingmar, aveva un fratello maggiore di quattro anni che tenterà più tardi il suicidio e che si trasferirà a Uppsala, e una sorella minore di quattro anni.

"La famiglia aveva una benefattrice arciricca di nome zia Anna. Ci invitava a feste per bambini con giochi di prestigio e altri divertimenti, a Natale faceva sempre regali costosi e intensamente desiderati e ogni primavera ci portava alla prima del circo Schumann, al Djurgarden. L'avvenimento mi metteva in uno stato di febbrile eccitazione: Il tragitto in automobile con l'autista in uniforme della zia Anna, l'ingresso nell'norme edificio di legno splendidamente illuminato, i profumi misteriosi, l'ampio cappello della zia, l'orchestra fragorosa, la magia dei preparativi, il ruggito delle belve dietro le tende rosse da cui uscivano i cavallerizzi." ..

I brani autobiografici riportati sono contenuti nel libro "La Lanterna magica" - autobiografia di Ingmar Bergman - Edizione CDE spa -Milano su licenza della Garzanti Editore

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