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giovedì 14 febbraio 2013

Auguri di amore e pace a tutti voi!


Grazie dei vostri cari commenti.
Oggi è venuto l'imbianchino.
Ho prima avuto l'influenza e anche una ricaduta, tuttora in corso, uffa!!! :)
Ragione per cui sembro davvero ebete. Non ci sento: le mie narici, ma soprattutto le mie orecchie sono intasate, sento una parola su tre  e forse neppure mi si capisce.

Ho avuto la fortuna di passare la prima parte dell'influenza, con il libro di Vitamina.
Un libro che fa pensare, un po' soffrire, ma soprattutto ammirare la forza e la lucidità della scrittrice.
"E' il freddo di questa notte" di Lorenza M. Mori - edito da Archivio Dedalus.
Chi può sostenere che il rapporto madre-figlia sia tra i più facili?

martedì 11 dicembre 2012

A proposito dell'aforisma di Umberto Saba, proposto ieri


 Tra gli aforismi di ieri, ne ho postato uno di Umberto Saba, grande e indiscusso poeta del secolo scorso.

L'aforisma è questo:
Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.

Per quelle strane coincidenze che a volte si verificano, stamattina guardando il sito dell'editore Einaudi, ho trovato un articolo di Walter Barberis che, in una sua recensione del libro L’Italiano di Giulio Bollati, scrive quanto segue:


"In omaggio a L’Italiano di Bollati, e per una possibile definizione della fisionomia dell’italiano, tre considerazioni.

La prima, desunta da una Scorciatoia di Umberto Saba: «Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuta in tutta la sua storia – da Roma a oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe.


Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, […]. Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione.
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli».

 
Risultato: ancora oggi reclamiamo una memoria condivisa, piagnucoliamo sulla mancata elaborazione dei nostri lutti familiari, diciamo di volere una reductio ad unum e intanto moltiplichiamo i giorni della memoria, ciascuno in rappresentanza delle molte fazioni che continuano allegramente, e tignosamente, a popolare il nostro Paese. 

Seconda considerazione: questa frammentazione e questi antagonismi interni sono stati un pezzo fondamentale della storia italiana, persino nei momenti universalmente giudicati virtuosi. 

La civiltà urbana radicata nel comune medievale fu tutta una cornucopia di esiti artistici e commerciali, di opulenze e di ostentazioni: Firenze, Milano, Roma, Genova, Venezia, ma naturalmente Siena, Pisa, Mantova, Ferrara, Urbino e molto molto altro. 

Ciascuna di queste realtà, tuttavia, giocò la sua partita contro le altre, mosse guerra alle altre, si estenuò per sopravanzare e annichilire le altre. Non c’è manuale di storia italiana che non metta in successione la parola «Rinascimento» con la parola «crisi».



 Il seguito, per chi fosse interessato, si trova qui:
 
 Un'idea d'italiano - Un'idea d'Italia (2) Speciali Einaudi

sabato 17 novembre 2012

Catherine Dunne e il bullismo

cyberbullismo
Da abcfamily.go.com


E' uscito da poco il libro "Quel che ora sappiamo" di Catherine Dunne-
Tratta un tema che mi sta particolarmente a cuore, il bullismo (in questo caso si dovrebbe definire 'cyberbullismo') e qui ripropongo l'intervista fatta alla scrittrice e da me letta su La Stampa.

"Avevo in testa l’immagine di questo bambino in bicicletta che corre disperato. Come se gli fosse successo qualcosa di tremendo. Il libro è nato così". 

Dublino, nel salone dello Shelbourne Hotel, Catherine Dunne ordina una tazza di caffè. Il suo ultimo lavoro Quel che ora sappiamo (pubblicato da Guanda) tiene dentro molte cose. Ma due sopra le altre: la famiglia, con le sue relazioni complicate e imprescindibili, e poi i figli. La loro fragilità. Come li salviamo quando il mondo li va a cercare con cattiveria? Come capiamo quando stanno male? Nemmeno una mamma psicologa può avere le chiavi della loro anima. Anzi, per lei la sconfitta rischia di essere doppia. Ancora più dolorosa.  

Di fianco alla Dunne, una donna cortese, rapida, con orecchini di perle e occhi molto chiari che nel nostro Paese ha venduto un milione di copie ....... c’è un giornale ancora piegato. Racconta del suicidio della quindicenne Clara Pugsley in Irlanda e di quello della sua coetanea canadese Amanda Todd. Sono stati i bulli della rete a spingerle a togliersi la vita. Clara l’ha scritto in una lettera. Amanda l’ha detto in un video. "Mi hanno dato la caccia per anni. Mi sono ridotta a bere e a drogarmi. Ora non ce la faccio più". Si è impiccata. Distrutta da coetanei feroci che si nascondono dietro una tastiera. "Certi ragazzi stringono tra le mani una pistola carica. E la puntano alla tempia degli altri senza neppure accorgersene". 

Signora Dunne, quando ha scoperto i cyber-bullies?  
- La prima volta che ne ho sentito parlare è stato per il caso di una ragazzina americana. Si era impiccata anche lei. Sono rimasta scioccata. Poi vicende analoghe hanno cominciato a riempire le pagine dei giornali irlandesi. Il disagio è diventato profondo -. 

Come ha reagito?  
- Ho fatto ricerche. Ho scoperto un livello di depravazione e di cattiveria spaventoso. Ho insegnato a scuola per diciassette anni. I ragazzi mi interessano. So quanto è importante per loro far parte del gruppo. Ovvio che la cosa mi abbia colpito-. 

Chi sono i più deboli?  
- I ragazzi artisti. Come Daniel nel mio libro. La persecuzione li umilia. E le ferite che si aprono sono tremende-. 

Non basta l’amore della famiglia a salvarli?  
- Spesso no. I ragazzi tendono a tagliare fuori i genitori. Hanno paura che soffrano anche loro. Li proteggono. Vogliono cavarsela da soli. E sono convinti che papà e mamma non possano capire -. 

Che differenza c’è tra il bullismo di ieri e quello di oggi?  
- Internet. Una volta il bullo magari ti picchiava. Ma poi andavi a casa e ti sentivi protetto. Oggi ti inseguono con gli SMS, su Facebook, sullo smart phone. Non c’è mai tregua-. 

Perché questa cattiveria?  
- I bulli del mio libro, i J, hanno 14 anni. E lo fanno per il potere. Jason, il più duro, ha imparato a usare il computer in California. Sa come manipolarlo. E si sente il re del castello. La paura è il più potente mezzo di controllo-.  

Non si può essere leader semplicemente grazie alla personalità?  
-Si, ma bisogna averla. Il carisma è figlio del talento. E il talento, a differenza della cattiveria, non te lo puoi dare-.  

Un genitore che strumenti ha per comprendere i figli?  
- Pochi. I ragazzi, come gli adulti, sono persone diverse a seconda di chi hanno davanti. Noi conosciamo di loro solo delle parti. E la loro sofferenza in genere ci coglie di sorpresa-. 

Non c’è speranza?  
- Certo che c’è. Forse non possiamo intuire ogni cosa. Ma possiamo chiedere. E chiarire che un adulto che ama può sopportare tutto-. 


Fonte dell'intervista: Andrea Malaguti su La Stampa cultura



domenica 11 novembre 2012

Domenica, giorno di San Martino. Piove



dance, dance, dance.


 " Finora tu hai perso molte cose. Molte cose preziose. Il problema non è sapere di chi è la colpa. Il problema è che tu attaccavi sempre qualcosa di te a tutte le cose che perdevi. 

Non avresti dovuto. Avresti dovuto tenere qualcosa da parte per te, invece di lasciarla andare via con il resto. Così ti sei consumato a poco a poco.

 Perché? Perché l’hai fatto? - Non lo so. - Forse era più forte di te. O forse eri spinto a farlo da una specie di destino, non mi viene la parola… 

- Tendenza? – provai a suggerire.

 - Sì, tendenza. Anche se tu ricominci da capo, e riesci a rimettere a posto la tua vita, è probabile che tu rifaccia le stesse cose. È una tendenza. E quando si supera un certo punto, non si può più tornare indietro. È troppo tardi. Anch’io non posso più aiutarti. Io posso solo fare il custode di questo posto e collegare le cose. Non ho altri poteri.

 - Che cosa devo fare? – ripetei di nuovo.

 - Come ti ho già spiegato, io farò di tutto per collegarti, – disse l’uomo pecora. 
– Ma questo da solo non basta. Anche tu devi fare la tua parte. Non puoi startene seduto a pensare. Se no non arriverai a niente. Capisci? 

- Capisco, – dissi. – Ma cosa devo fare, allora? - Danzare, – rispose – Continuare a danzare, finché ci sarà musica. Capisci quello che ti sto dicendo? Devi danzare. Danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa. Il significato non importa, non c’entra. Se ti metti a pensare a queste cose, i tuoi piedi si bloccheranno. E una volta che si saranno bloccati, io non potrò più fare niente per te. Tutti i tuoi collegamenti si interromperanno. Finiranno per sempre. E tu potrei vivere solo in questo mondo. 

Ne sarai progressivamente risucchiato. Perciò i tuoi piedi non dovranno mai fermarsi. Anche se quello che fai può sembrarti stupido, non pensarci. Un passo dopo l’altro, continua a danzare. E tutto ciò che era irrigidito e bloccato piano piano comincerà a sciogliersi. Per certe cose non è ancora troppo tardi. I mezzi che hai, usali tutti. Fai del tuo meglio. Non devi avere paura di nulla. Adesso sei stanco. Stanco e spaventato. Capita a tutti. Ti sembra tutto sbagliato. Per questo i tuoi piedi si bloccano."

DANCE DANCE DANCE, Murakami Haruki – ed. Einaudi

Immagine dal web 

 

sabato 3 novembre 2012

Non siamo gli ultimi – Massimo Rizzante



Tempo fa, qualcuno, e non ricordo chi, durante una conversazione sulla letteratura in generale e sul suo significato in questi nostri giorni, fece riferimento a Massimo Rizzante.
Ammetto, con umiltà, che semplicemente il nome mi ricordava qualcosa, ma nient’altro.
Ho deciso finalmente di chiedere maggiori ragguagli al Prof. Google e ho trovato due siti che ne parlano, o meglio, citano l’ultimo suo saggio pubblicato, appunto “Non siamo gli Ultimi”.

Estrapolando molto, riporto di seguito alcune risposte di Rizzante a Federica D’Amato qui 


“In una società come la nostra, falsamente democratica, tutti hanno diritto a tutto e nessuno ha più il senso della misura. In altre parole, nessuno è disposto a riconoscere una qualche autorità al passato. Ora, senza la costante invenzione del passato, della tradizione, l’arte si riduce a una trouvaille o al bestsellerismo o al limite a grafomania. 
In altre parole, i giudici dell’opera diventano gli uffici commerciali delle case editrici, i manager delle scuole di scrittura o gli stessi scriventi… E, naturalmente, i lettori… Ma chi sono i lettori, oggi, se non dei collezionisti di trouvailles e best-seller? Se non, al limite, degli aspiranti allievi della Holden di Baricco, la Biancaneve della nostra letteratura contemporanea? Bisogna essere umili, e riconoscere la mediocrità. Bisogna essere generosi, e riconoscere la grandezza. Bisogna essere coraggiosi, e riconoscere i limiti della nostra provincia linguistica e letteraria. Come chiedere tanto realismo a chi vive in una fiaba?”

E ancora:

“… All’epoca – eravamo a metà degli anni novanta – ho letto un saggio di Octavio Paz,
 La otra voz, quasi un testamento letterario. 
Paz parla della poesia come «antidoto» al mercato. Da dove viene la forza di questo «antidoto»? Per la prima volta, in modo chiaro e ineluttabile, compresi che l’opposizione tra poesia e modernità non è accidentale, ma consustanziale. Il poeta guarda al passato, a tutto il passato poetico e umano, come una casa aperta. Il suo compito è quello di integrare nel presente, di rendere contemporaneo quell'immenso patrimonio, consapevole che come scrive Paz:
‘Una poesia può essere moderna per i suoi temi, per il suo linguaggio, per la sua forma, ma quanto alla sua natura profonda essa esprime una voce anti-moderna  La poesia esprime realtà estranee alla modernità, mondi e strati psichici che non soltanto sono antichi ma anche impermeabili ai cambiamenti storici.’

Non so se siamo alla fine della modernità, già oltre, o, senza saperlo, siamo precipitati all’indietro di secoli. Quello che so è che «l’altra voce», cioè come afferma Paz, la voce che «ha mille anni, la nostra età e tuttavia non è ancora nata», quella voce che non porta il nostro nome, non deve estinguersi. A costo di assomigliare a una voce dell’oltretomba.”


Qui invece leggo:


"La letteratura non finisce con i nostri padri e nonni, ma continua con noi, e con chi verrà dopo di noi. Una fiammella importantissima da tenere accesa nel buio lancinante di questo universo caotico e assurdo in cui viviamo. 
Ci sono pagine del libro dedicate a Coetzee e a Bellow, a Bolano e a Svevo, davvero vertiginose per capacità di penetrazione e per passione di vita, ma soprattutto c'è dentro una polemica continua, e tuttavia mai astiosa, contro il tempo in cui viviamo, segnato dalla velocità e dal consumo, dalla fretta e dall'istantaneo. 
E' l'eterno presente che ci divora, giorno per giorno, cancellando quel deposito intangibile che è la letteratura stessa, quella del passato come quella del presente.

In una bella recensione di Non siamo gli ultimi, che si legge in rete (NazioneIndiana) Gianni Celati parla dell’attuale letteratura industriale come il punto in cui ci si dedica maggiormente al massacro dell'eredità di cui i libri sono portatori. La cultura audiovisiva - televisiva in particolare - congiunta al lavoro dei manager fa dei libri “neutri oggetti di profitto”.
 Rizzante è stato uno dei pochi a percepire attraverso il suo sguardo ampio e cosmopolita quello che stiamo perdendo.

'La letteratura è una fiammella da tenere
accesa specie in tempi segnati dalla velocità
e dal consumo, dalla fretta e dall'istantaneo.'

Massimo Rizzante - Non siamo gli ultimi. La letteratura tra fine dell’opera e rigenerazione umana (Effigie, 2009)

domenica 28 ottobre 2012

Le stagioni dei cinni


Giovedì scorso, girellando per Bologna, di mattina, sono passata vicino ad una edicola che, quando ancora abitavo in città, frequentavo spesso, per la varietà delle pubblicazioni.
Il chiosco è ancora giallo come lo ricordavo.
Ho girato intorno a tutte le vetrine e ho notato con piacere che la qualità non è diminuita.
Anzi, ho notato un libro che non ho potuto lasciare.
Ne riporto unn piccolo stralcio.

Dal Prologo

Claudio Bolognini


Al tempo dei cinni, i mesi scivolavano lentamente, settimana dopo settimana, giorno dopo giorno, ora dopo ora, persino i minuti duravano un’eternità e le stagioni, come d’incanto, recavano con sé una nuova meraviglia. Il primo giorno dell’anno era riservato agli auguri casa per casa. Era concesso unicamente ai maschi perché tutti dicevano che le femmine portavano sfortuna solo a vederle per strada. La notte più lunga era quella in attesa della Befana. […..]In genere appariva sul tetto della vecchia casa dei nonni.I nonni avevano l’orologio a cucù, con le catenelle di metallo e due pesi a forma di pigne.L’uccellino dell’orologio appariva e spariva tanto rapidamente, che nessuno riusciva mai ad osservarlo con attenzione. 
Erano gli anni in cui il tempo aveva il suo valore e ogni secondo veniva scandito da orologi autorevoli e chiassosi come la sveglia di metallo con il suo implacabile ticchettio. Quasi a rimarcare che il tempo deve essere assaporato lentamente, con giudizio.

Tutto era cadenzato dal lieve mutare della natura, gli unici orari rigidi erano quelli del pranzo e della cena, che un bambino saltava se aveva fatto il birichino finendo a letto senza mangiare per punizione.

Ma dietro l’angolo c’era sempre un nuovo e stupefacente gioco.
I giochi arrivavano all’improvviso.
Appariva il primo fucile a elastici? Ecco che di colpo ne sbucavano decine per poi scomparire all’arrivo di una nuova cerbottana, un tirino o un cariolino di legno. Quei giochi, una volta abbandonati, attendevano pazientemente l’anno successivo per ricomparire puntuali, come la neve a Natale o il solleone in agosto.
Con la bella stagione i mille giochi all’aperto, ritornavano con eccitata semplicità. Come sospinti da un medesimo richiamo, tutti si accingevano a fare gli stessi giochi…
La fine dell’estate era decretata dalle prime radiocronache di tutto il calcio minuto per minuto. L’inizio ufficiale dell’autunno, invece, era sancito dal primo giorno di scuola. Anche se il calendario gregoriano reclamava fin dal ventun settembre il suo diritto alla stagione autunnale, il primo d’ottobre, con l’apparire dei primi scolari, ufficializzava l’inizio dell’autunno.

Prima, infatti, era sempre e comunque estate perché estate stava a significare “vacanze scolastiche”.

Il grappolo d’uva si mangiava solo in autunno, le ciliegie solo a maggio e solo come premio. Le fragole si mangiavano unicamente a fine aprile e non tutto l’anno, ogni stagione portava con sé il suo esclusivo sapore.
……



Tratto da: Le stagioni dei cinni di Claudio Bolognini – Minerva Edizioni






giovedì 25 ottobre 2012

Pensieri e ... Choosy




I politici antichi parlavano sempre di costumi e di virtù; i moderni non parlano d'altro che di commercio e di moneta.
Ed è gran ragione, soggiunge qualche studente di economia politica, o allievo delle gazzette in filosofia: perché le virtù e i buoni costumi non possono stare in piedi senza il fondamento dell'industria; la quale provvedendo alle necessità giornaliere, e rendendo agiato e sicuro il vivere a tutti gli ordini di persone, renderà stabili le virtù, e proprie dell'universale.
Molto bene. Intanto, in compagnia dell'industria, la bassezza dell'animo, la freddezza. l'egoismo, l'avarizia, la falsità e la perfidia mercantile, tutte le qualità e le passioni più depravatrici e più indegne dell'uomo incivilito, sono in vigore, e moltiplicano senza fine; ma le virtù si aspettano.

Giacomo Leopardi -  Pensieri, XLIV





Choosy sarai tu
il ministro del lavoro Elsa Fornero ha detto, "Hey ragazzi, non siate troppo "choosy" ... per il primo posto di lavoro non siate troppo esigenti, mi sa che dovrete accontentarvi" ...


mercoledì 24 ottobre 2012

Penultimo mercoledì di ottobre



I cumuli e i fagotti e i nastri e gli stracci diventano anni,  poi gli anni sono fuggiti. Di certo c’è una luce alle tue spalle, ma non è abbastanza forte per illuminare tutto quello che avresti voluto.

La luce sembra schermata o mascherata da un paralume invisibile.

Tanta parte di quello su cui contavi che sembrava costituire un solido muro di convinzioni, ora nelle notti brutte, o quando sei malata, o semplicemente stanca, non sembra più offrire un appoggio.

E’ in momenti come questi che non si riesce più a collegarci nel tempo.

Tutto ciò che saresti pronta a giurare che è veramente accaduto può essere ritrovato solo se si ha l’energia di scavare a fondo, e ciò fa dolere i piedi e la schiena, e talvolta si teme di trovare, oltre il bordo, il nulla.

Da “Una donna segreta” di Lillian Hellman – Ed. Riuniti – pag. 44

venerdì 19 ottobre 2012

Il senso “perduto” delle lacrime


ottobre



Venerdì di ottobre. Il cielo è grigio, un grigio uniforme, piacevole nel contrasto con gli alberi e le siepi ancora verdi. Ho visto nei giorni passati una persona che mi è cara, piangere. 
Ho intravvisto qualcosa dietro quelle lacrime, una specie di ritorno all’infanzia.  E, nell'abbraccio sentito, ho capito quanto sia  necessario fare uscire il pianto.

Penso a quello struggente poesia del Pascoli, che le maestre di una volta facevano imparare a memoria per Natale, e di cui ho sempre amato tutti i versi.

"...O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora si accende il fuoco:
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!
(Giovanni Pascoli)

Poi cerco qualcosa di cui ho un vago ricordo in Eugenio Borgna, nel suo libro “Le intermittenze del cuore”.

“Si può scrivere una storia delle lacrime?
La lacrima dice proprio ciò che non racconta, ciò che ancora non si dice. 
In un’eloquenza silenziosa, la lacrima si enuncia scomparendo, scorrendo”

Le lacrime sono le parole del silenzio e non ha senso analizzarle con la lama sottile e tagliente della ragione. Non si possono che accogliere nella loro leggerezza  e nella loro luminosa inconsistenza.

“Per darci la loro luce, per darci la loro leggerezza, per offrirci  il loro silenzio, si sono affidate all’oscurità, si sono sottomesse  alla gravità, si sono date ai sospiri …”

“Le lacrime esistono al di là della luce, al di là della pesantezza, e persino al di là del silenzio. E’ allora che piangiamo per davvero..
Da questa eloquenza silenziosa nasce una conversazione infinita”
[…]

Lacrime che rinascono e si inaridiscono nella vita di ciascuno di noi: sulla scia di emozioni fuggitive e impalpabili, strazianti e crudeli, nelle quali il passato rifluisce nel presente, rendendolo friabile e umbratile, inafferrabile e aperto, nonostante tutto, agli orizzonti di una indicibile espérance.

Da Le intermittenze del cuore di Eugenio Borgna – Universale Economica Feltrinelli.


Immagine dal web.



domenica 30 settembre 2012

Nino mi chiamo


“Nino mi chiamo” di Luca Paulesu per Feltrinelli Una fantabiografia nella quale si alternano graffianti vignette a brani tratti dalle lettere e dai “Quaderni”

Libro di Luca Paulesu


Questo che segue è un articolo di Benedetto Vecchi Su Il Manifesto:

Antonio Gramsci è stato, giustamente, considerato uno dei maggiori filosofi italiani del Novecento, grazie alla sua militanza comunista. Peccato che sulla sua opera sia caduto il silenzio, dopo che negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso era impossibile leggere un saggio sulla teoria politica che non facesse i conti con le sue tesi sull'egemonia, sul «partito-principe» - una lettura di Machiavelli - sugli intellettuali e il rapporto che intrattenevano con la politica nazionale. Fuori dai confini nazionali, Gramsci è stato invece usato come una cassetta degli attrezzi per quei gruppi  intellettuali, e politici, che hanno continuato a lavorare per un superamento della realtà capitalistica. 

Negli Stati Uniti, in America latina, in India, in Inghilterra le pagine dei “Quaderni dal carcere” sono state lo sfondo per i cultural studies o per le proposte di democrazia radicale - in particolare modo in Brasile e Messico - avanzate dai movimenti sociali.

L'Italia, invece, costituisce una anomalia. Ormai Gramsci è letto e studiato solo da pochi intellettuali, mentre non c'è nessuna eco - o solo qualche flebile richiamo - della sua "filologia della prassi" nei discorsi politici, con degli inquietanti paradossi, quando Gramsci viene citato ed eletto a teorico imprescindibile da una eclettica e spregiudicata destra radicale.

Fa quindi piacere leggere il volume Nino mi chiamo firmato da Luca Paulesu (Feltrinelli, pp. 285, euro 17). 
È una fantabiografia a fumetti di Antonio Gramsci, che alterna disegni, vignette a brani tratti dai suoi scritti o dalla lettere che il dirigente comunista inviava ai suoi cari. Il libro di Paulesu è programmaticamente chiaro: far avvicinare un pubblico nato tra la fine del Novecento e l'inizio di questo millennio a un intellettuale rimosso, cancellato dalla cultura nazionale. 

L'autore neppure dichiara la sua parentela con la famiglia Gramsci, ma i suoi disegni sono un grande omaggio e gesto d'amore per Gramsci. Il tratto è lineare, semplice; il volto di Gramsci trasuda tenerezza, ma anche una sottile tristezza. Eppure le battute delle vignette sono graffianti. 

In Nino mi chiamo c'è tutta la vita di Gramsci. Dagli studi adolescenziali all'arrivo a Torino; la scoperta della classe operaia e l'inizio dell'impegno politico, prima nel partito socialista poi nel Pci, come uno dei fondatori. C'è poco carcere, nei disegni di Paulesu. E questo è un bene. 
Compare solo in pochi disegni, ma l'autore lo fa subito evadere, quasi a ricordare che le sbarre non hanno impedito a Gramsci di scrivere pagine importante, anche quando la presa di distanza dal suo storicismo è un atto necessario per apprezzare le sue analisi sulla cultura popolare, sulla letteratura nazionale, su alcune sferzanti critiche ad autori - Tolstoj, ad esempio - che incarnavano la rinuncia alla trasformazione. Critiche che nulla tolgono all'incanto di leggere romanzi come "Anna Karenina", che torna più volte nel libro, segnalando che Gramsci era un dirigente comunista e un intellettuale che non rinunciava a riflettere anche sull'amore. 

Ci sono anche disegni che proiettano il giovane con gli occhiali cerchiati sul presente. Ce ne sono due che ritraggono il giovane Nino sommerso da un libro, mentre sul comodino campeggia come supporto a una candela accesa "I care" di Walter Veltroni.

 La frase non lascia spazio ad equivoci sulla graffiante ironia: "Uno spettro si aggira per l'Europa...... il tolstoismo".

Disegni che riconciliamo con l'opera gramsciana, letta quando si erano appena dismessi i pantaloni corti, come era costume nei "terribili anni Settanta", e poi dimenticata. 

E poi quella vignetta che ritrae Nino e la sorella Teresina, la quale chiede: "E siamo tanti noi subalterni?". La risposta esemplifica quella semplicità difficile a farsi in questo triste presente: "Una moltitudine"


Fonte: http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/argomenti/manip2n1/20120927/manip2pz/329267/?tx_maniabbonatimvc_pi2%5Bsezione%5D=CULTURA&cHash=171751187987578bf7ec058eb2586903



domenica 16 settembre 2012

Regnava Berlusco



E' domenica, una bella domenica di settembre, ma - come un spirito maligno - anche i pensieri che mi hanno ossessionato per anni, ritornano...

Ho sfogliato un libro di Franco Cordero che porta come sottotitolo "Regnava Berlusco"


domenica di settembre
Domenica di settembre


Pagina IX

Breve ouverture a Regnabat Berlusco 


La storia comincia negli anni ottanta, quando l'impresario edile ingigantito da capitali oscuri irrompe nel selvatico etere televisivo e, comprando favori governativi, allunga le mani fino a diventare duo- polista, indi egemone. 

Questo libro racconta in sessantun quadri gli ultimi trentasette mesi: come un tre volte capo del governo, trionfante alle urne, dilapidi la fortuna politica (l'economica è nei forzieri)
[....]

Non s'era ancora visto l'eguale in frode, falso, plagio, estri d'astuto corruttore, e salta nel pantheon dei più ricchi al mondo soverchiando concorrenti meno disinibiti. 


Padroni e servi
Padroni e servi

Dagli affari alla politica, identica maniera. Cinque reti televisive su sette gli assicurano un dominio psichico capillare. A termine più o meno lungo, l'esito era prevedibile: seminano miseria gestioni piratesche della res publica, aperta al parassitismo famelico (P2, P4 ecc.); e nella crisi planetaria l'effetto risulta devastante perché l'organismo collettivo era minato dalla corruzione. 

Tisi economica. Dominus negava i sintomi del malessere organico, continuando imperterrito: da otto anni e mezzo tosa sessanta milioni d'anime perseguendo l'impunità; alla perdita dei consensi elettorali rimedia comprando qualche parlamentare.

Malgovernata così, l'Italia è malata contagiosa: l'Europa lo mette in mora e lui oppone furberie; mimica magliara, più che commedia dell'arte. Qualunque cosa dica, non gli credono: da Cannes, 3 novembre, torna come i debitori insolventi la cui parola vale zero; siamo paese infido, sorvegliato da due commissari. 

martedì 28 agosto 2012

Un po' di ambrosia verde

Mi è capitato fra le mani un libriccino simpatico.

Si intitola "L'assenzio Un mito sempre verde."

Ne è autore Benoit Noel 

"I successi folgoranti dell'assenzio fra il 1830 e il 1915 gli hanno procurato molti nemici.
Oltre al gusto notevole, il suo successo si deve alla qualità dei riti che ne accompagnano la degustazione.
Ogni azione trae vantaggio dall'essere ritualizzata.

Bisogna innanzitutto versare un po' d'assenzio nel fondo di un  bicchiere. La dose ragionevole è spesso indicata da un segno sul bicchiere. Poi si piazza un cucchiaio traforato in equilibrio sul bicchiere e vi si poggia una zolletta di zucchero.
Si versa delicatamente l'acqua sullo zucchero che si scioglie lentamente nel bicchiere attraverso il cucchiaio. 

L'essenziale del rito consiste precisamente nel "mescolare" correttamente l'assenzio con l'acqua per preservare l'aroma dell'erba santa e ottenere quella colorazione particolare tra lo smeraldo e l'opale.



Questa operazione che evoca l'alchimia procura all'assenzio la sua reputazione di filtro magico. Alcuni sono convinti di leggere sulla sua superficie come altri nei fondi del caffè.
[....]

Per ben comprendere il fenomeno assenzio bisogna collocarlo correttamente nella sua epoca, prima di compararlo alla nostra. 
Non dimentichiamoci mai che la fata verde convisse durante tutta la sua vita con  la fata bianca, cioè la cocaina, e con la fata grigia, che altro non è se non la morfina.
Nessuno ignora d'altronde che le fumerie d'oppio pullulavano a Parigi alla fine dell'Ottocento, e che i tremori di Jean Lorrain erano dovuti all'etere!
La nostra attuale gamma di droghe deriva dunque, a rigor di logica, da quella offerta alla fine di quel secolo.............

In altre parole, prima di gettare discredito sull'assenzio, interroghiamoci sulle mucche pazze e sui cavalli che, in occasione di corse truccate, sono più pesanti per il peso delle anfetamine che per quello del fantino.

Nell'epoca in cui i politici e i medici rivedono la classificazione tradizionale delle droghe (sono l'alcol e il tabacco degli stupefacenti? Bisogna liberalizzare la cannabis?) è importante separare, per quanto riguarda l'assenzio, la parte del mito da quella della verità.
Si pensa spesso che la gente si rifugi nelle droghe per fuggire a un mondo di contingenze e di costrizioni e per accedere a uno spazio astratto, fuori dal tempo.

La fuga ha qualcosa di positivo, e ognuno di noi la pratica a suo modo. Però la fuga non vale che quando si ritorni sani  salvi. Nostra Signora dell'Oblio non deroga a questa regola."

Da L'Assenzio Un mito sempre verde di Benoit Noel- Ed. Odradek - 2001-
Opera pubblicata con il contributo dell'Ambasciata di Francia in Italia/B.C.L.A e del Ministero degli Affari esteri della Repubblica francese.


Pablo Picasso, L'assenzio

Immagini prese dal web


giovedì 23 agosto 2012

Anomalie e similitudini


".....Durante tutto l'inverno, questo appartamento era la base logistica da cui i miei genitori partecipavano alla vita ricca e alla moda di New York.
Io lo chiesi, anzi, una volta: "Siamo ricchi?"



- Be' ricchi proprio no - rispose Harry. - Certo non come i Ralston  o i Gray. Benestanti, diciamo -

- In termini reali - lo contradisse Sarah che, del resto, lo contraddiceva sempre - noi siamo molto, molto, molto ricchi..."

Gli amici di Sarah e di Harry... Le loro vite si sono smembrate, ormai e da un bel po'!
Ma formavano, allora, un gruppo che pareva fiabesco. Erano gente che non aveva sofferto alcuna tragedia, né privata, né pubblica.
La crisi economica della "depressione" americana non li sfiorava: vivevano, negli anni '30, come sospesi al di sopra delle correnti della storia e, se dovevano parlare di Franklin Roosevelt, dicevano  'costui' parodiando (male) i suoi 'discorsi accanto al caminetto' e (crudelmente) sua moglie Eleanor.

E avevano una certa simpatia per il Duce che faceva arrivare in orario i treni italiani.
Quanto al Furer, commentavano che una cosa, almeno, si poteva dire sul suo conto: che aveva risolto il problema della disoccupazione.  ...."

Da Il castello sulla sabbia  di Mary Ellin Barrett - 1966


La Grande Depressione del 1929 fu la maggiore crisi nella storia degli Stati Uniti, colpendo praticamente tutto il mondo industrializzato. Cominciò nel 1929, e durò circa dieci anni.


La crisi dell’economica americana iniziò nel 1928 con la caduta dei prezzi agricoli e esplose il 29 ottobre del 1929 quando affondò la Borsa di New York. Quel giorno scesero rapidamente gli indici di numerosi titoli e continuarono la loro discesa per tre mesi consecutivi. Le quotazioni continuarono a scendere anche gli anni successivi. Inizialmente la crisi fu un po’ sottovalutata. 

Le banche non avevano soldi e quindi le aziende non ottenevano credito, le produzioni si fermavano, creando disoccupazione. Questa situazione si estese rapidamente anche all’Europa inondata di capitali americani.

In questa situazione nei paesi occidentali e particolarmente negli USA, si iniziò una politica dove lo stato interveniva direttamente nell’economia. Si trattava del “New Deal”, in Europa conosciuto come il Welfare State.

Le cause
Molti fattori contribuirono a questa crisi; nonostante, la causa principale di questo disastro finanziario, conosciuto come il giovedì nero, fu una speculazione esagerata, dovuta alla sovrapproduzione e all'inflazione del credito, così come a causa di una ineguale distribuzione della ricchezza negli anni ’20 e alle speculazioni in Borsa. Le profonde diseguaglianze crearono un’economia instabile.

Fonte

L'immagine è presa dal web

martedì 21 agosto 2012

Dialogo fra innamorati

_ Guarda le mucche - disse lei, indicando il pascolo più in basso.
- Sono tanto stupide, vero? -

- Mi sa di sì-.

- Chissà a cosa pensano? -

- A mio avviso non pensano affatto.-

- Non saprei. -

- Solo noi uomini siamo in gradi di pensare - sentenziò lui, sorridendo.
- Ecco perché ci chiamano padroni del creato. -

Si guardò intorno.



Non sentì il sussurro degli alberi, il gorgoglio dell'acqua sulle rocce e nella terra, il mormorio delle nuvole che dicevano:
L'uomo sa poco di quel che domina, ancor meno dei suoi sudditi e quasi nulla di sé.

I due si alzarono e calpestarono la terra sicuri di possederla e di ottenere sempre il suo sostegno.
Quell'idea si trasformava in certezza perché loro le attribuivano veridicità.

Calpestarono il terreno come se sapessero che la trama non avrebbe ceduto e si avviarono nella luce dorata, dorati anch'essi, e la magnificenza di quel luogo e dei suoi pascoli d'altura, del suo stagno verde smeraldo inverosimilmente situato su uno dei picchi più elevati, fece loro da cornice perfetta.

Highbury

E finché scendevano per la strada di montagna, il corvo gracchiò il suo saggio commento, il falco virò planando in alto e i topi campagnoli scartarono avanti e indietro, mentre l'aria stessa li blandiva, raccontando che la terra amorosa aveva tessuto la sua trama per loro, con il fenomenale amore che dispensava alle sue creature.


Da: La follia di una donna innamorata di Susan Fromberg Schaeffer - ed. Neri Pozza.

venerdì 3 agosto 2012

I libri possono cambiarci la vita

Estrapolo da il quotidiano La Repubblica di ieri - 2 agosto -qualche frase di un'intervista fatta da Silvana Mazzocchi a Romano Montroni.


I libri possono cambiarci la vita Leggere è l'abitudine al piacere - Repubblica.it:



Leggere è un piacere, un dovere, un'abitudine. O cosa altro?


"Escludo subito la parola "dovere", direi che è un piacere strettamente collegato con l'abitudine. 


Per questo credo sia importantissimo avvicinare il prima possibile i bambini alla lettura, creando familiarità con il mondo dei libri e accompagnandoli nella sua scoperta. L'abitudine viene da sé, e il piacere si rinnova un libro dopo l'altro. 


Si legge per distrarsi, per informarsi, per imparare... Ma io credo che quando apriamo un libro è soprattutto di emozioni che siamo in cerca, e mentre "navighiamo" tra le pagine di un romanzo o di un saggio, acquisiamo gli strumenti per capire meglio noi stessi, gli altri e il mondo che ci circonda. 


Leggere è una forma di educazione sentimentale, civile e intellettuale. E il libro è, a mio avviso, lo strumento per rilanciare la nostra cultura: è un mondo alternativo al mondo, è quell'oggetto silenzioso che senza muoversi e senza far rumore può aprirsi e consegnarsi a noi solo se siamo capaci di interrompere temporaneamente la comunicazione con l'esterno creando così quel vuoto di mondo reale di cui necessita, per "accadere", un mondo possibile".


Consigli per una mini biblioteca imperdibile...


"Formarsi una biblioteca vuol dire darsi una struttura di orientamento per comprendere meglio la vita, vuol dire armarsi degli strumenti giusti per affrontarla. Ecco perché partirei dalla base di classici della letteratura e del pensiero: tra i primi, per me non possono mancare le opere di Dostoevskij, Calvino, Primo Levi. E poi mi piace segnalare un "piccolo" classico che amo molto: Stefan Zweig. 


Tra i secondi, invito a scoprire la modernità di Machiavelli, il rigore di Norberto Bobbio, la limpidezza del cardinal Martini. 


Ma poi ognuno deve lasciarsi guidare dalla propria sensibilità, dal proprio gusto, dai propri interessi, in un meraviglioso gioco senza fine: perché una delle magie dei libri è appunto questa, rinviano infinitamente ad altri libri. Di sicuro, però, oltre a esplorare le librerie e ad ascoltare i consigli degli altri lettori (il famoso passaparola!), suggerisco di sfogliare i cataloghi degli editori che hanno contribuito a formare la cultura italiana: Einaudi, Laterza, Feltrinelli, Garzanti e Adelphi. E naturalmente, di sfogliare I libri ti cambiano la vita!"




Essere un libraio oggi, che vuol dire?
"Il mestiere del libraio, con buona pace di chi ci vorrebbe ormai dinosauri in via di estinzione, non invecchia. E mi permetto di dire che, se lavorano con competenza, passione ed entusiasmo, i librai hanno un ruolo importante nella nostra società. Per svolgerlo al meglio, però, devono esserne consapevoli. Ecco perché, ogni volta che ne ho occasione, ribadisco la necessità di una formazione adeguata: abbiamo bisogno di librai, non di semplici venditori di libri! Quello che davvero è cambiato, rispetto al passato, è la necessità di aggiornarsi rispetto alle evoluzioni tecnologiche e accettare che il libro coabiti all'interno della libreria con altri prodotti. Sempre, naturalmente, all'insegna della qualità. 
A mio avviso, il prodotto che meglio degli altri si abbina al libro è il cibo, meglio se locale: una proposta congiunta di cibo per il corpo e cibo per la mente!"




I libri ti cambiano la vita
a cura di Romano Montroni
Longanesi
Pagg 344


Da qui

Il neretto è mio e l'immagine è presa in rete





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