E' un blog che nasce dal desiderio di descrivere la Natura nei suoi aspetti stagionali, anche con riferimento ai miti. Si è allargato poi a riflessioni sulla società e sull'individuo, passati e attuali. Non mancano poesie d\'autore e qualche pagina tratta da libri
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venerdì 4 luglio 2014
Alma mater studiorum
venerdì 4 gennaio 2013
Bologna e i cinni per Capodanno, una volta
Pochi giorni fa, leggevo sul blog di Loretta, qui un suo post su TRADIZIONE E SUPERSTIZIONE.
Non so e non è necessario sapere se Loretta ha le mie stesse origini.
So però che la superstizione da lei riportata, è anche la mia da sempre.
Stamattina, mentre bevevo il secondo caffè, sfogliavo un po' distrattamente un libro che ho già citato tempo fa: Le Stagioni dei cinni e arrivo a pagina 53 dove trovo scritto:
"Buonanno!
Al mattino presto del primo gennaio, tutti i bambini si aggiravano pr le strade con una strana eccitazione. In giro si vedevano solo maschi perché le femmine portavano sfortuna solo incontrarle casualmente, invece i maschi potevano andare casa per casa a fare gli auguri di buon anno per ricevere tante monetine.
Bisognava scegliere con molta cura l'orario adatto. Chi andava a suonare i campanelli troppo presto poteva essere cacciato in malo modo, se invece si aspettava troppo c'era il rischio di arrivare dopo che erano già passati tutti gli altri.
I cinni giravano sempre in coppia e l'abilità consisteva nell'individuare il campanello giusto e il momento più opportuno.
"Buonanno!" dicevano in coro porgendo il palmo aperto della mano.
L'inquilino, a volte, offriva anche solo una fetta di ciambella o un laconico "grazie", richiudendo in fretta il portone.
Generalmente però, una monetina non si faceva troppo fatica ad ottenerla.
Era soprattutto quella da dieci lire che veniva elargita in cambio degli auguri.
Ma se si era fortunati e l'inquilino aveva terminato certi spiccioli, poteva capitare una monetina da venti e addirittura da cinquanta lire. Le monete da cento erano invece appannaggio solo dei parenti stretti, o al massimo acquisiti."
Qui ci sono diverse foto di Bologna, per l’appunto, com’era… a quei tempi.
http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/12/06/foto/come_eravamo_storia_bologna_natale-48197884/1/
Brano tratto da "Le stagioni dei cinni" di Claudio Bolognini - Minerva Edizioni.
Non so e non è necessario sapere se Loretta ha le mie stesse origini.
So però che la superstizione da lei riportata, è anche la mia da sempre.
Stamattina, mentre bevevo il secondo caffè, sfogliavo un po' distrattamente un libro che ho già citato tempo fa: Le Stagioni dei cinni e arrivo a pagina 53 dove trovo scritto:
"Buonanno!
Al mattino presto del primo gennaio, tutti i bambini si aggiravano pr le strade con una strana eccitazione. In giro si vedevano solo maschi perché le femmine portavano sfortuna solo incontrarle casualmente, invece i maschi potevano andare casa per casa a fare gli auguri di buon anno per ricevere tante monetine.
Bisognava scegliere con molta cura l'orario adatto. Chi andava a suonare i campanelli troppo presto poteva essere cacciato in malo modo, se invece si aspettava troppo c'era il rischio di arrivare dopo che erano già passati tutti gli altri.
I cinni giravano sempre in coppia e l'abilità consisteva nell'individuare il campanello giusto e il momento più opportuno.
"Buonanno!" dicevano in coro porgendo il palmo aperto della mano.
L'inquilino, a volte, offriva anche solo una fetta di ciambella o un laconico "grazie", richiudendo in fretta il portone.
Generalmente però, una monetina non si faceva troppo fatica ad ottenerla.
Era soprattutto quella da dieci lire che veniva elargita in cambio degli auguri.
Ma se si era fortunati e l'inquilino aveva terminato certi spiccioli, poteva capitare una monetina da venti e addirittura da cinquanta lire. Le monete da cento erano invece appannaggio solo dei parenti stretti, o al massimo acquisiti."
Qui ci sono diverse foto di Bologna, per l’appunto, com’era… a quei tempi.
http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/12/06/foto/come_eravamo_storia_bologna_natale-48197884/1/
Brano tratto da "Le stagioni dei cinni" di Claudio Bolognini - Minerva Edizioni.
domenica 28 ottobre 2012
Le stagioni dei cinni
Giovedì scorso, girellando per Bologna, di mattina, sono passata vicino ad una edicola che, quando ancora abitavo in città, frequentavo spesso, per la varietà delle pubblicazioni.
Il chiosco è ancora giallo come lo ricordavo.
Ho girato intorno a tutte le vetrine e ho notato con piacere che la qualità non è diminuita.
Anzi, ho notato un libro che non ho potuto lasciare.
Ne riporto unn piccolo stralcio.
Dal Prologo
Claudio Bolognini
Al tempo dei cinni, i mesi scivolavano lentamente, settimana dopo settimana, giorno dopo giorno, ora dopo ora, persino i minuti duravano un’eternità e le stagioni, come d’incanto, recavano con sé una nuova meraviglia. Il primo giorno dell’anno era riservato agli auguri casa per casa. Era concesso unicamente ai maschi perché tutti dicevano che le femmine portavano sfortuna solo a vederle per strada. La notte più lunga era quella in attesa della Befana. […..]In genere appariva sul tetto della vecchia casa dei nonni.I nonni avevano l’orologio a cucù, con le catenelle di metallo e due pesi a forma di pigne.L’uccellino dell’orologio appariva e spariva tanto rapidamente, che nessuno riusciva mai ad osservarlo con attenzione.
Erano gli anni in cui il tempo aveva il suo valore e ogni secondo veniva scandito da orologi autorevoli e chiassosi come la sveglia di metallo con il suo implacabile ticchettio. Quasi a rimarcare che il tempo deve essere assaporato lentamente, con giudizio.
Tutto era cadenzato dal lieve mutare della natura, gli unici orari rigidi erano quelli del pranzo e della cena, che un bambino saltava se aveva fatto il birichino finendo a letto senza mangiare per punizione.
Ma dietro l’angolo c’era sempre un nuovo e stupefacente gioco.
I giochi arrivavano all’improvviso.
Appariva il primo fucile a elastici? Ecco che di colpo ne sbucavano decine per poi scomparire all’arrivo di una nuova cerbottana, un tirino o un cariolino di legno. Quei giochi, una volta abbandonati, attendevano pazientemente l’anno successivo per ricomparire puntuali, come la neve a Natale o il solleone in agosto.
Con la bella stagione i mille giochi all’aperto, ritornavano con eccitata semplicità. Come sospinti da un medesimo richiamo, tutti si accingevano a fare gli stessi giochi…
La fine dell’estate era decretata dalle prime radiocronache di tutto il calcio minuto per minuto. L’inizio ufficiale dell’autunno, invece, era sancito dal primo giorno di scuola. Anche se il calendario gregoriano reclamava fin dal ventun settembre il suo diritto alla stagione autunnale, il primo d’ottobre, con l’apparire dei primi scolari, ufficializzava l’inizio dell’autunno.
Prima, infatti, era sempre e comunque estate perché estate stava a significare “vacanze scolastiche”.
Il grappolo d’uva si mangiava solo in autunno, le ciliegie solo a maggio e solo come premio. Le fragole si mangiavano unicamente a fine aprile e non tutto l’anno, ogni stagione portava con sé il suo esclusivo sapore.
……
Tratto da: Le stagioni dei cinni di Claudio Bolognini – Minerva Edizioni
mercoledì 26 settembre 2012
Università anno zero La distruzione degli atenei, la Carta di Bologna del '99, il ruolo del cognitariato
Per proseguire il post di ieri riguardante la laurea ad honorem a Jean Claude Trichet, metto il link ad un altro articolo, per me decisamente importante, sempre a cura di F. Berardi Bifo, da Unicomm datato 23 maggio 2010, estrapolandone una piccola parte.
Da quel momento in poi l'Università è stata destinata alla modellazione del lavoro cognitivo precario, alla produzione di una distesa di tempo cognitivo ricombinabile secondo le esigenze del capitale, ma privato della capacità di autoriflessione. L'atto finale di questo processo è il ridimensionamento drastico dell'investimento per la scuola pubblica, lo smantellamento di quella struttura che ha reso possibile la civiltà moderna. La funzione civilizzatrice della scuola viene disattivata, poco alla volta.In un documento del 1996 pubblicato dall'Ufficio studi dell'Ocse, Christian Morrison scriveva:
È quello che è accaduto in questi anni e che viene accelerato con misure devastanti come il diktat Gelmini, e come quelle che saranno costrette a prendere Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda.
L'articolo intero è segnalato sotto. Basta cliccarlo.
Università anno zero La distruzione degli atenei, la Carta di Bologna del '99, il ruolo del cognitariato
Il neretto è mio
L'immagine è presa dal web
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| Biblioteca dell'Università di Bologna |
L'autonomia dell'Università è stata progressivamente inibita e ridotta, fino a essere definitivamente cancellata per decreto quando, nel 1999, rappresentanti politici e accademici dei diversi paesi dell'Ue si riunirono a Bologna per programmare e certificare l'estinzione dell'Università. La scelta del luogo non poteva essere più opportuna visto che qui, secondo la leggenda, l'Università sarebbe nata. Il dispositivo essenziale dell'eliminazione è consistito nella definizione di un criterio di valutazione e di organizzazione del sapere che si colloca dichiaratamente al di fuori dei campi specifici del sapere stesso: il criterio della redditività economica, della funzionalità e rispondenza alle necessità del mercato del lavoro e del mercato in generale. Atto di imperialismo epistemico fondativo dell'homo oeconomicus di cui parla Foucault nel suo seminario del 1979 (pubblicato con il titolo Naissance de la biopolitique). Atto che sancisce la dipendenza dei saperi, della ricerca e dell'educazione da un sapere tecnico che pomposamente si definisce "scienza dell'economia".
Da quel momento in poi l'Università è stata destinata alla modellazione del lavoro cognitivo precario, alla produzione di una distesa di tempo cognitivo ricombinabile secondo le esigenze del capitale, ma privato della capacità di autoriflessione. L'atto finale di questo processo è il ridimensionamento drastico dell'investimento per la scuola pubblica, lo smantellamento di quella struttura che ha reso possibile la civiltà moderna. La funzione civilizzatrice della scuola viene disattivata, poco alla volta.In un documento del 1996 pubblicato dall'Ufficio studi dell'Ocse, Christian Morrison scriveva:
"Se rifiutiamo di immatricolare i loro figli, le famiglie si ribelleranno violentemente, ma non lo faranno di fronte a un abbassamento graduale della qualità dell'insegnamento".
È quello che è accaduto in questi anni e che viene accelerato con misure devastanti come il diktat Gelmini, e come quelle che saranno costrette a prendere Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda.
L'articolo intero è segnalato sotto. Basta cliccarlo.
Università anno zero La distruzione degli atenei, la Carta di Bologna del '99, il ruolo del cognitariato
Il neretto è mio
L'immagine è presa dal web
martedì 25 settembre 2012
Laurea ad honorem a Jean Claude Trichet
Franco Bifo Berardi sul blog di Micromega scrive quanto sotto riportato a proposito della laurea ad homorem attribuita a Jean Claude Trichet.
Riporto quindi il suo scritto:
"Il 17 settembre l’Università di Bologna ha attribuito la Laurea ad honorem a Jean Claude Trichet.
Chi è Jean Claude Trichet e cosa ha fatto per meritare questa onorificenza da una istituzione in cui un tempo si coltivava lo studio e la dignità? Jean Claude Trichet è stato Presidente della Banca centrale europea negli anni in cui l’Europa, dove da cinque secoli milioni di ingegneri e poeti, agronome e operai, contadine e medici, imprenditori e scienziate hanno contributo al sapere e alla ricchezza, sprofondava nella
BANCAROTTA (fraudolenta)
Per questo gli è stata offerta una laurea? Durante la presidenza di questo signore una banca d’affari denominata Goldmann Sachs contribuì a falsificare i bilanci dello Stato greco – ricavando dall’operazione 600 milioni di euro – e contribuendo a creare le condizioni per la catastrofe in cui quel paese è sprofondato, provocando immense sofferenze alla popolazione. Orbene occorre chiedersi se Trichet era al corrente dell’operazione compiuta dalla Goldmann Sachs oppure no. Nel primo caso egli è complice di criminali, nel secondo caso un imbecille. In entrambi i casi non si capisce perché l’Università di Bologna lo abbia laureato.
Perché il Rettore e il Senato accademico dell’Università di Bologna hanno deciso di compiere questo gesto di servilismo ignorante? Perché il Rettore e gli accademici di questa Università sono gli stessi che nel 1938 firmarono le leggi razziali piegandosi al nazi-fascismo per mantenere la cattedra, sono gli stessi che negli anni ’70 presero la tessera di un partito stalinista perché la loro cialtroneria e ignoranza fosse premiata con una cattedra, sono gli stessi che nel 1999 hanno contribuito a scrivere la Carta di Bologna, dichiarazione di sottomissione del sapere all'impresa.
L’Università fu concepita (proprio a Bologna secondo la leggenda) come il luogo dell’autonomia del sapere. Autonomia del sapere non è un astratto principio politico, ma il fondamento epistemologico stesso della ricerca che progredisce perché non si piega al dogma.
Inchinandosi alla dittatura dogmatica del monetarismo neoliberista il Rettore e il Senato accademico sanciscono la morte dell’istituto moderno dell’Università e la subordinazione del sapere all’ignoranza.
Franco Bifo Berardi
(20 settembre 2012)
martedì 18 settembre 2012
Mi fermo un attimo a guardare
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| Foto di Roberto Roversi - da La Stampa |
Il Centro di Poesia Contemporanea dell' Università di Bologna ricorda Roberto Roversi con questa poesia.
Mi fermo un momento a guardare
Non correre. Fermati. E guarda.
Guarda con un solo colpo dell’occhio
la formica vicino alla ruota dell’auto veloce
che trascina adagio adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.
Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicina al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora.
Almeno per un momento.
Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.
Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.
Roberto Roversi
Un articolo su La Stampa di Marinella Venegoni, del quale metto qui il link, racconta qualcosa di lui, un’altra parte di quella Bologna di un tempo, che se n’è andata…
http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=20&ID_articolo=1742&ID_sezione=12
lunedì 3 settembre 2012
I Babajaga : CHLOE'
Di solito non metto musica, ma questo gruppo - i Babajaga li ho ascoltati più volte dal vivo e hanno lasciato una traccia in me, inconfondibile.
Non me ne intendo molto di musica, ma trovo questo gruppo molto preparato, affiatato e il cantante, che è anche il compositore, ha uno stile tutto particolare e decisamente apprezzabile.
Buon ascolto!
venerdì 24 agosto 2012
Bologna, Piazza Verdi, pianista, e intolleranze...
Forse, solo chi abita a Bologna, e ha seguito le varie, bizzarre vicende di piazza Verdi, di via del Pratello, che si riassume in fondo nell'indignazione dei cittadini per qualche decibel in più di musica nella zona universitaria, ma forse anche in lattine o bottiglie di birra sul selciato, solo chi ha seguito tutta questa cronaca bolognese riesce a capire l'articolo di Luca Bortolotti che di seguito ripropongo.
Se Savino Petrilli mi legge, sa di sicuro di cosa si tratta.
"Il pianista fuori posto" irrompe a sorpresa in piazza del Nettuno in un’assolata mattina dell’agosto in cui anche la musica dal vivo all’aperto, a Bologna, sembra fuori posto.
Col suo pianoforte mezza coda caricato su un piccolo carrello, attorno alle 10 di ieri mattina Paolo Zanarella, 44 anni da Padova, è arrivato sotto il Gigante.
Lì s’è fermato, e ha iniziato a suonare, come fa da tre anni nelle strade di tutta Italia.
"Ho suonato per trent’anni, da autodidatta, a teatro, e ho capito che così non si tirava avanti", confessa.
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| Foto da La Repubblica: Il pianista fuori posto |
"C’è poco pubblico, e bisogna prenderlo per i capelli", racconta. Così tre anni fa ha trasformato le piazze nel suo teatro: "Ed è un teatro in cui la gente c’è sempre, e mi dà più soddisfazioni", dice.
In piazza Nettuno è arrivato senza preavviso né autorizzazioni. Nel book in mostra accanto ai suoi cd, ci sono le foto dei precedenti concerti, la rassegna stampa e le mail dei fan, ma pure i verbali dei vigili urbani di mezza Italia, ricordo delle multe per occupazione abusiva di suolo pubblico.
"Sono fortunato che oggi i vigili non mi abbiano cacciato, come successo altrove", dice Zanarella. La sorpresa, magari, potrebbe averla trovata tornato al furgone col quale trasporta il piano, parcheggiato in centro, lo ammette, "anche quello in modo un po’ abusivo".
"Il pianista fuori posto", che per la prima volta passa da Bologna, non sapeva nulla della tormentata estate della musica all'aperto in città.
Altrimenti, si sarebbe stupito ancora di più nel vedere i vigili passare senza intervenire, spiegando che l’importante era non usasse strumenti elettrici.
Del resto, i suoi spettacoli sono così, senza regole e orari: "Io suono finché c’è gente che mi guarda, o fino a quando non mi mandano via". Non è successo, e lo show unplugged del “Pianista fuori posto” è andato avanti, tra i sorrisi e la partecipazione di passanti, turisti incuriositi, bolognesi. Chi lo accompagnava con le mani, chi lo aiutava a spostare di tanto in tanto il pianoforte all’ombra.
Anche un duetto improvvisato, su "O Sole Mio" prima e "Caruso" poi, con uno dei fan conquistati durante il concerto. Jam session estemporanea in quasi due ore di uno spettacolo capace di variare da Frank Sinatra alla sigla di “Happy Days” in poche note.
"Nelle strade, la cultura è multiforme, bisogna variare — spiega — . Si è abituati a pensare al piano come a uno strumento d’élite, invece si adatta a ogni genere, può anche divertire".
Zanarella è ospite del Buskers Festival di Ferrara, e ha colto l’occasione per venire a suonare a Bologna.
Già questa mattina vuole tornare in città, e ieri chiedeva l’aiuto del pubblico per scegliere il luogo più adatto.
Chi gli consigliava Piazza Santo Stefano, chi un passaggio a Rimini per il Meeting per l’amicizia, chi di tornare sabato col centro pedonalizzato. Nei giorni scorsi, a Padova, il Comitato di quartiere Stanga l’ha "ingaggiato" per tenere lontani gli spacciatori dai giardini dell’Arena. Vuoi vedere che l’ultima sfida del "Pianista fuori posto" sarà proprio Piazza Verdi?
Fonte
venerdì 20 luglio 2012
IL POSTO DELLE FRAGOLE (Wild Strawberries - Smultronstället) - Ingmar Bergman
Cinema e teatro: IL POSTO DELLE FRAGOLE (Wild Strawberries - Smultronstället) - Ingmar Bergman
Oggi, ho trovato questo post sul blog di Loris: Cinema e teatro.
Mi ha colpito per la recensione perfetta e lo propongo su questo mio blog.
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| da http://cinetramando.blogspot.it |
A inizio mese, a Bologna, in piazza Maggiore, cinema all'aperto, si proiettava questo film.
Dopo poco, la gente si alzava dalle poltrone e se ne andava.
Devo dire che ci sono rimasta male.
La fretta di questa società, sembra non permettere il centellinare una poesia, una riflessione dal ritmo lento.
Occorrono violenza, risate sgangherate, tutto quello che non faccia pensare.
Ringrazio Loris e tutti coloro che leggeranno.
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martedì 24 aprile 2012
Ricordare la Resistenza
Il 25 aprile 2012 è il 67° Anniversario della liberazione d'Italia dall'occupazione nazifascista
Esiste un libro "La Controrivoluzione preventiva" di Luigi Fabbri pubblicato nel 1922 di cui si possono trovare notizie in rete e del quale riporto alcune righe dalla IV di copertina:
"Nel 1922 Luigi Fabbri compiva quarantacinque anni, era maestro elementare a Corticella in provincia di Bologna e militante anarchico da oltre vent'anni e, per questo, aveva subìto intimidazioni e bastonature da parte dei fascisti. La sua riflessione sul fascismo è anzitutto quella di un testimone che ha visto una città 'rossa' come Bologna diventare, nel volgere di pochi mesi, una roccaforte e anzi la "culla" del fascismo e della reazione anti-proletaria.
Dinanzi a un fenomeno nuovo e difficile da interpretare, la Controrivoluzione preventiva delineava il formarsi di una cultura reazionaria di massa promossa dallo Stato e dalla borghesia «con la triplice azione combinata della violenza illegale fascista, della repressione legale governativa e della pressione economica derivante dalla disoccupazione». ..."

Altri pensieri:
- La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano.Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.
- Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma… privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.
(Sandro Pertini)
- Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.
(Piero Calamandrei)
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| Foto da Rai News 24 |
Un fatto accaduto a Roma pochi giorni fa, il 21 aprile, è riportato su Rai News24
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Sandro Pertini
venerdì 30 marzo 2012
Gli esodati: Spoon River della Crisi
Fonte: LA SPOON RIVER DELLA CRISI (ADRIANO SOFRI). 30/03/2012 di triskel182
Il lavoro davvero rende liberi, perdere il lavoro vuol dire perdere la libertà. Vi sarete accorti che il rogo fotografato a Bologna l´altroieri somigliava a quello del giovane tibetano a Nuova Delhi del giorno prima.
E i titoli, a poche pagine di distanza: "Il trentesimo tibetano che si è dato fuoco nell´ultimo anno"
"Nel Veneto, già trenta suicidi di imprenditori". Ieri un operaio edile di origine marocchina si è dato fuoco davanti al municipio di Verona, è stato soccorso in tempo, era "senza stipendio da quattro mesi".
L´altroieri il piccolo imprenditore edile a Bologna, accanto alla sede delle Commissioni tributarie.
Si può andare indietro e trovarne uno al giorno, operai disoccupati, artigiani, imprenditori.
Sta diventando l´altra faccia dei bollettini delle morti cosiddette bianche.
Caduti sul lavoro, caduti per il lavoro.
Una Spoon River della crisi.
Giuseppe C., il bolognese di 58 anni di cui hanno raccontato qui asciuttamente Michele Smargiassi e Luigi Spezia, la sua pagina se l'è scritta da solo.
"Caro amore, sono qui che piango. Stamattina sono uscito un po´ presto, ho avuto paura di svegliarti… Chiedo a tutti perdono".
Parole pronte per una bella canzone di Lucio Battisti. L´ha scritto anche al fisco: “Chiedo perdono anche a voi”.
Una frase terribile, ora che qualche disgraziato ha messo le sue bombe alle porte di Equitalia, e non si può più dire che "bisognerebbe metterci una bomba…".
Imprenditori si impiccano, e curano di farlo nei loro capannoni, nel giorno festivo o fuori dall´orario di lavoro.
lunedì 5 marzo 2012
E' lunedì... Zuccherosa ipocrisia
L'addio a Lucio. "Povero Marco, che crudeltà" padre Boschi tende la mano ad Alemanno - Bologna - Repubblica.it:
di SILVIA BIGNAMI
Marco Alemanno legge il testo de Le Rondini durante le esequie
Quella bara nella basilica di San Petronio ha riunito la città nella sua chiesa mentre attorno alla cerimonia si scatena la bufera della comunità gay. Esequie sorvegliatissime dalla Curia. Da una parte le parole d'affetto di padre Bernardo Boschi, frate domenicano che durante l'omelia si rivolge direttamente al compagno di Lucio Dalla, Marco Alemanno, parlando della "scossa" provocata dalla notizia della sua morte: "Un tonfo... direi quasi crudele, vero Marco?" .
E dall'altra le parole di Monsignor Gabriele Cavina, che annuncia Alemanno come "collaboratore" di Dalla, e che nell'istante della Comunione invita la platea a rispettare il precetto: "Chi desidera accostarsi all'Eucarestia e si trova in peccato mortale, prima ricorra al sacramento della Confessione e faccia penitenza".
È proprio Alemanno del resto, col suo strazio, il suo dolore gridato in San Petronio, a dare un senso alla cerimonia che in via Altabella sembrano avere subìto: significativa l'assenza e il silenzio del cardinale Carlo Caffarra e del suo numero due don Giovanni Silvagni. Un dibattito che si scalda non appena la cerimonia si conclude, senza le musiche di Dalla, come del resto aveva suggerito la Cei per evitare la spettacolarizzazione del funerale. Eppure alla cerimonia c'è padre Idelfonso Chessa, che da anni seguiva il percorso spirituale
di Dalla, e c'è Bernardo Boschi, il frate amico e confessore di Dalla che esordisce, nella sua omelia, augurando "Buon compleanno" all'artista, che proprio ieri avrebbe compiuto 69 anni.
Boschi loda Dalla come "figlio vero" di Bologna, parla di lui con affetto: "Certo, ci ha lasciato in un modo impensato, inedito, e questo è Lucio. Anche se, certo, questo tonfo... quasi crudele, vero Marco?... ci ha lasciati tutti più soli, più tristi". Parlando a braccio, Boschi ricorda lo "spirito ironico" di Dalla, che non esita a definire di "clownesca creatività", e dissemina il suo discorso del suo gergo, dal "secondo tempo della vita", come l'artista definiva l'aldilà, alla "vita che verrà". "La terra finisce e là comincia il cielo", ancora un verso di canzone nell'omelia di padre Boschi, per dire che quelle sue canzoni Lucio le "attingeva dalla profondità, aveva una profonda sete di Dio, dell'assoluto", per dirgli che "questo popolo ti capisce, ci hai lasciato la tua insostenibile leggerezza dell'essere". E poi il saluto: "Tu ci davi serenità e gioia. Ti abbracciamo". Mentre i frati francescani di Assisi, che hanno inviato un messaggio, immaginano Dalla "volare in cielo insieme a San Francesco".
Ma l'impressione che sulla cerimonia permanesse una cappa di "non-detto" esplode appena la cerimonia si conclude. Dopo che nei giorni scorsi Franco Grillini, presidente Gaynet, aveva parlato di "zuccherosa ipocrisia", ieri anche Lucia Annunziata ha parlato del funerale come di "uno degli esempi più forti di ipocrisia: vai in chiesa e ti concedono i funerali, basta che non dici di essere gay". Parole ieri riprese dallo stesso Grillini: "Se Dalla fosse stato gay dichiarato non gli avrebbero mai fatto i funerali in chiesa".
Bagarre anche su Twitter, dove fa discutere la richiesta non comune di non fare la Comunione per chi è in peccato mortale: "Essere "collaboratori" è peccato mortale?", "Lo diranno anche ai mafiosi?", i messaggi. Così come viene giudicata ipocrita la definizione di "amico e collaboratore" di Alemanno, che da anni vive da Dalla, anche se né lui né l'artista si sono mai definiti compagni. "Ho pianto con Alemanno... che splendida dichiarazione d'amore", "Sentite condoglianze a Marco Alemanno per la morte del suo compagno Lucio Dalla", si legge sul social network.
Tra questi, anche quello del capogruppo Pd Sergio Lo Giudice, che loda le agenzie di stampa che per la prima volta definiscono Alemanno "compagno" di Dalla: "Finalmente".
A chiosare, sempre su Twitter, è il leader Udc Pierferdinando Casini, che stempera così: "Le parole di Alemanno sono una bella testimonianza di amicizia e affetto"
Da La Repubblica Bologna del 5 marzo 2012 - articolo di Silvia Bignami
di SILVIA BIGNAMI
E dall'altra le parole di Monsignor Gabriele Cavina, che annuncia Alemanno come "collaboratore" di Dalla, e che nell'istante della Comunione invita la platea a rispettare il precetto: "Chi desidera accostarsi all'Eucarestia e si trova in peccato mortale, prima ricorra al sacramento della Confessione e faccia penitenza".
È proprio Alemanno del resto, col suo strazio, il suo dolore gridato in San Petronio, a dare un senso alla cerimonia che in via Altabella sembrano avere subìto: significativa l'assenza e il silenzio del cardinale Carlo Caffarra e del suo numero due don Giovanni Silvagni. Un dibattito che si scalda non appena la cerimonia si conclude, senza le musiche di Dalla, come del resto aveva suggerito la Cei per evitare la spettacolarizzazione del funerale. Eppure alla cerimonia c'è padre Idelfonso Chessa, che da anni seguiva il percorso spirituale
di Dalla, e c'è Bernardo Boschi, il frate amico e confessore di Dalla che esordisce, nella sua omelia, augurando "Buon compleanno" all'artista, che proprio ieri avrebbe compiuto 69 anni.
Boschi loda Dalla come "figlio vero" di Bologna, parla di lui con affetto: "Certo, ci ha lasciato in un modo impensato, inedito, e questo è Lucio. Anche se, certo, questo tonfo... quasi crudele, vero Marco?... ci ha lasciati tutti più soli, più tristi". Parlando a braccio, Boschi ricorda lo "spirito ironico" di Dalla, che non esita a definire di "clownesca creatività", e dissemina il suo discorso del suo gergo, dal "secondo tempo della vita", come l'artista definiva l'aldilà, alla "vita che verrà". "La terra finisce e là comincia il cielo", ancora un verso di canzone nell'omelia di padre Boschi, per dire che quelle sue canzoni Lucio le "attingeva dalla profondità, aveva una profonda sete di Dio, dell'assoluto", per dirgli che "questo popolo ti capisce, ci hai lasciato la tua insostenibile leggerezza dell'essere". E poi il saluto: "Tu ci davi serenità e gioia. Ti abbracciamo". Mentre i frati francescani di Assisi, che hanno inviato un messaggio, immaginano Dalla "volare in cielo insieme a San Francesco".
Ma l'impressione che sulla cerimonia permanesse una cappa di "non-detto" esplode appena la cerimonia si conclude. Dopo che nei giorni scorsi Franco Grillini, presidente Gaynet, aveva parlato di "zuccherosa ipocrisia", ieri anche Lucia Annunziata ha parlato del funerale come di "uno degli esempi più forti di ipocrisia: vai in chiesa e ti concedono i funerali, basta che non dici di essere gay". Parole ieri riprese dallo stesso Grillini: "Se Dalla fosse stato gay dichiarato non gli avrebbero mai fatto i funerali in chiesa".
Bagarre anche su Twitter, dove fa discutere la richiesta non comune di non fare la Comunione per chi è in peccato mortale: "Essere "collaboratori" è peccato mortale?", "Lo diranno anche ai mafiosi?", i messaggi. Così come viene giudicata ipocrita la definizione di "amico e collaboratore" di Alemanno, che da anni vive da Dalla, anche se né lui né l'artista si sono mai definiti compagni. "Ho pianto con Alemanno... che splendida dichiarazione d'amore", "Sentite condoglianze a Marco Alemanno per la morte del suo compagno Lucio Dalla", si legge sul social network.
Tra questi, anche quello del capogruppo Pd Sergio Lo Giudice, che loda le agenzie di stampa che per la prima volta definiscono Alemanno "compagno" di Dalla: "Finalmente".
A chiosare, sempre su Twitter, è il leader Udc Pierferdinando Casini, che stempera così: "Le parole di Alemanno sono una bella testimonianza di amicizia e affetto"
Da La Repubblica Bologna del 5 marzo 2012 - articolo di Silvia Bignami
domenica 4 marzo 2012
La rivoluzione come gioco
Giorgio Bassani, nasce a Bologna il 4 marzo 1916 da una famiglia della borghesia ebraica, ma trascorse l’infanzia e la giovinezza a Ferrara, destinata a divenire il cuore pulsante del suo mondo poetico. Si laureò in Lettere nel 1939 a Bologna.
In Hitler il popolo tedesco ha trovato riassunti, al di sopra di ogni schema tradizionale di divisioni classistiche, alcuni dei motivi essenziali da sempre ritornanti a definire il proprio carattere, la fisionomia del proprio ethos: il gusto della violenza, il misticismo "romantico", la fanatica dedizione a un ordine meccanico, disumano.
Hitler sapeva trascinare il grande industriale con l'esca dell'interesse e col ricorso al mito prediletto della supremazia tedesca nel mondo; affascinava il piccolo borghese col suo estetismo pompier, con la sua oratoria accesa e volgare, pronta sempre ad offrire, di ogni problema, la soluzione più semplicistica; piaceva all'intellettuale decadente, permeato di femmineo postnicianesimo (l'intelligencija tedesca già nel 1914 era in stato fallimentare come nessun'altra in Europa), per la sua ostentata energia virile, per il suo dichiarato disprezzo di ogni indugio morale o sentimentale, per quel suo rozzo materialismo demagogico che, nonostante tutto, pretendeva considerazione "spirituale".
Conquistava infine anche l'operaio, facendo leva non soltanto sul suo sciovinismo non perfettamente esorcizzato, ma porgendogli, anche, delle sue rivendicazioni sociali, un'attuazione più concretamente immediata, meno utopica e intellettualistica di quanto non gliela prospettasse il programma della rivoluzione proletaria: e fosse pure nei limiti di una umiliante, paternalistica nota di concessioni padronali. [...] il nazismo non è certo la realizzazione di un genio. Hitler è effettivamente uno dei tanti [...].
Parlare di tirannide perciò non persuade. Esiste una tecnica della tirannide, esposta in classiche trattazioni. Ma il nazionalsocialismo al potere non ne tiene conto per nulla, e in questo sì che è rivoluzionario. Assolutista, il nazismo raggiunge la popolarità proprio in ragione del suo prepotere. [...]
Il nazionalsocialismo, al contrario, non concede nessuna rivincita, sia pure formale, alle avanguardie dello Spirito. Il suo cinismo, la sua crudeltà, la sua perfidia, trovano dall'inizio tutta una orgogliosa cultura preparata a giustificarli, a farseli propri. La tirannide non presenta più il viso odioso e meschino del regime di polizia, non adopera più di soppiatto, tra impaurita e feroce, i vecchi mezzucci della sobillazione e della calunnia, ma si accampa, fanatica e violenta, con la sicurezza, l'intransigenza esclusiva di una religione messianica. [...]
Sentirsi puri, non contaminati. Il popolo tedesco ha sempre reagito alle proprie crisi con un disperato, irrazionale desiderio di purezza: e la rivolta luterana – a un livello umano e ideale ben diverso, d'accordo – rappresenta forse il primo, imponente documento storico di questo impulso innato. Sorto dopo Versaglia, il nazionalsocialismo non si è tanto imposto con la violenza alle masse, quanto piuttosto le ha trovate già pronte ad accoglierlo e ad acclamarlo.
(La rivoluzione come gioco: scritto nel 1944, in una Roma occupata dai tedeschi, in cui l'autore analizza quell'Europa nazista e fascista che fa da sfondo ai suoi romanzi - è inserita nel libro Di là dal cuore- ed. Mondadori)
venerdì 2 marzo 2012
Oggi, il giorno dopo
Non sempre si prova qualcosa quando muore qualcuno. Spesso è l'incredulità ad annullare l'emozione.
Il cuore rimane con i suoi battiti, lo stordimento è nel cervello.
Qualcosa dentro nega l'evidenza, come un bisogno di buttare via qualcosa che fa male.
Più tardi ci si sveglia, di solito.
Fra le tante pagine scritte su Lucio Dalla ricopio questa da Diritto di Cronaca
Scritto da Redazione il 2 marzo 2012 in Cultura - di Virgilio Bartolucci
“Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò”, sarebbe bello iniziarlo così questo articolo, come se fosse qualcosa di più caldo e intimo di un freddo pezzo giornalistico, proprio come fosse una lettera ad un amico carissimo, che, lontano, non può sentire. Eppure c’è la cronaca da cui non si può prescindere.
Perché Lucio Dalla non ce l’ha fatta a vedere il suo 4 marzo – il giorno del suo 69 esimo compleanno, a cui aveva dedicato una delle sue canzoni più famose “4/3/1943” ( “dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare, parlava un’altra lingua, però, sapeva amare…” ) – Lucio Dalla è morto, stroncato da un infarto.
Il suo cuore ha smesso di battere lontano dalla sua Bologna, mentre si trovava in tour, a Montreux in Svizzera. C’è sempre qualcosa di profondamente ingiusto e di molto triste quando muore un cantautore, un musicista, un poeta, un artista. È ingiusto non poter ascoltare un altro capolavoro, non poter seguire con gli occhi della mente un’altra storia ed appropriarsene modellandola sulle pieghe della nostra vita.
Con Lucio Dalla se ne va una voce capace di toccare le corde dell’intimo e dell’emozione con una raffinatezza e uno stile inconfondibile. E’ difficile dire addio all’atmosfera della sua musica, a quei testi minimali, quelle piccole storie di vita radicate in una profondità a tratti impercettibile, leggera, vera. Perché la musica di Lucio Dalla è di tutti, come un monumento che siamo abituati ad avere sotto gli occhi e di cui per abitudine, a volte, ci sfugge la grandezza.
La sua morte è stata accolta da un fiume di dispiacere in cui scorrono in tanti: da Pupi Avati, a Vasco Rossi, da Jovanotti, a Morandi, agli Stadio, passando per la sua Bologna, fino a Celentano e a moltissimi altri. Mentre De Gregori sceglie il silenzio, come anche Ron, con cui Dalla ha avuto un legame fortissimo. Ed è per questo che in mezzo a tanti amici, a tanti che lo hanno conosciuto, a quanti lo vogliono raccontare, spiegare, con trasmissioni che lo incoronano, critici che ne analizzano le qualità artistiche, con Vespa che ricorda la sua fede e devozione per Giovanni Paolo II; tutti ci possiamo permettere, se non altro, di parlare di quel tesoro di emozioni che ci ha lasciato.
Ricordi di un vecchio Juke box di provincia, dal quale, con duecento lire potevi ascoltare, ancora sul finire degli anni ’80, “se fossi un Angelo” o la stessa “Caruso”.
Una canzone di Lucio Dalla ha qualcosa di immortale. Sfida il tempo, irride fatti e polemiche di una quotidianità amara che si rincorre e passa, per fissare un ricordo struggente, a tratti venato di un sentimento che lui non amava, La malinconia. E profonda è la nostalgia per quella figura di omino strambo, buffo, di cui a volte si percepiva la tristezza, ma che amava essere il giullare di sé stesso e sfidare il ridicolo, per lasciarlo, poi, in dono ai poveri di spirito.
Un vero artista bohemien. Il clochard di “Piazza Grande” che diventato ricchissimo, però, non è mai stato avido ed ha vissuto il suo successo restando sé stesso. Un uomo in grado di selezionare e prendere le distanze dai riflettori di un mondo fatto per lo più di presunte star e canzoni commerciali dimenticate dopo un mese. Un mondo abitato dall’onnipresenza da personaggi di chiara fama e di dubbio talento.
Non era questo Dalla. Ma un genio vero, puro. Che necessitava di una sua dimensione reale e insondabile da cui attingere a piene mani per regalare attimi di poesia.
Fuori dal palco teneva la scena in maniera ambivalente: introverso, a tratti schivo e impacciato, imbronciato se non si sentiva a suo agio, impossibile da piegare alla necessità della diretta; come pure, al contrario, un divertentissimo incantatore, un amabile interlocutore, addirittura, se messo nelle condizioni giuste, un istrionico mattatore.
Una persona con le sue debolezze: prima fra tutte la non accettazione del suo aspetto fisico, che aveva poi trasformato in un punto di forza. Un uomo che aveva conosciuto grandi sofferenze, anche per la sua omosessualità, mai nascosta, ma difficile da far accettare all’Italia moralista e perbenista dell’epopea democristiana. Difficoltà e sofferenze di esordi difficili che, pero’, non ne hanno mai fatto un professionista dal lamento e la lacrima facile.
Un anticonformista assoluto, un artista di una grandezza che, forse, ancora oggi, dopo aver superato i confini nazionali, non è stata compresa del tutto e che ritroviamo nei suoi testi.
Parole ricercate, dolci come il miele, a volte ironiche e giocose, altre, sferzanti e senza appello. Mai ideologiche, sempre legate ad un vissuto, sempre evocative di qualcosa d’altro e di più rispetto al significato letterale. Un senso ultimo quasi metafisico e per questo, paradossalmente, popolare.
Difficile riassumere le tappe di una carriera lunga quasi 50 anni. Divisa tra periodo beat degli inizi e l’incontro con la poesia di Roversi. Il successo dei ’70 – ’80. Con lo storico tour, “Banana Republic”, assieme a Francesco De Gregori, nel 1979; e il successo di “Caruso”, del 1986, che secondo molti segna lo spartiacque della sua carriera. Da quel momento Dalla cambia registro e secondo molti non in meglio, peggiorando nella qualità dei testi e inaugurando una fase di leggerezza estrema e contaminazioni di livello più basso rispetto alla produzione precedente.
Dalla, in realtà, si dirige verso una sperimentazione continua, che lo porterà ad abbracciare anche la musica classica. Sempre più alla ricerca di una libertà che gli altri bollano come declino, forse, solo perché ai miti non è concesso di cambiare.
È stato un eccellente scopritore di talenti e, fino all’ultimo – lo scorso San Remo -un padre artistico senza eguali. A lui in tanti devono troppo: Luca Carboni, Ron, gli Stadio, Paolo Belli, Samuele Bersani, solo per ricordarne alcuni. Giovani artisti su cui non avrebbe scommesso nessuno. Nessuno tranne Lucio Dalla, che forse in quei giovani ha rivisto sé stesso e le stesse difficoltà degli esordi. Senza parlare dei grandi che ha aiutato a riemergere. Primo fra tutti proprio il De Gregori di “Banana Republic”, che dopo il processo “proletario”, subito in un drammatico concerto, non voleva più esibirsi. Un artista ferito e impaurito, ma che con Dalla torna a vivere. Per non parlare di Gianni Morandi, col quale Dalla si sdebiterà per l’aiuto ricevuto tanti anni prima, quando il “ragazzo che amava i Beatles e i Rollin’Stones” era all’apice della carriera e Dalla era visto come un brutto anatroccolo. Anni dopo, a parti invertite, Dalla riuscirà a far risorgere Morandi caduto nella spirale dell’oblio, donandogli una luce nuova.
Uomo senza eta’, Lucio Dalla, inguaribile giullare e artista difficile da racchiudere in una definizione, in uno schema, assolutamente un purosangue. Musicista vero, persona coltissima, amato e corteggiato dai potenti, da Agnelli, a Berlinguer, da Craxi, a Berlusconi, con cui lui – da sempre del PCI -, certo, non condivideva il credo politico.
E pur conoscendo e frequentando i potenti, allo stesso tempo, non ha mai smesso di unire i piani, di vivere tra la gente. Non si è mai negato al pubblico, né all’abbraccio di un ammiratore per la strada. Un artista di fama internazionale, che, in segreto, andava a incontrare i bimbi down per passare con loro la giornata.
Una figura che ha attraversato il bello e il brutto della musica leggera italiana. Dalla che non ha mai amato San Remo. Era lui il vicino di stanza la notte che Tenco decise di farla finita e il giorno dopo non voleva salire sul palco. Doveva cantare il brano dal titolo “bisogna saper perdere”, una tragica coincidenza.
Un uomo senza famiglia, la cui solitudine si poteva solo intuire, nonostante i tanti amici e il grande amore per gli artisti. Perché Dalla era capace di prendere un gruppo di musicisti per strada e di farli suonare in concerto con lui.
Vero bohémien, visse veramente come il clochard di “Piazza Grande”, o come quelli più negativi di “com’e’ profondo il mare”, consapevoli di essere lo specchio di quello che non va: “ci nascondiamo di notte. Per paura degli automobilisti, degli inotipisti, siamo i gatti neri, siamo i pessimisti, siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare. Una visione, quella degli ultimi, che spesso è presente nei suoi testi. Un musicista che traeva la scintilla artistica improvvisamente, da quel qualcosa in più che nessuno sa come nasca e che l’epistemologia chiama contesto della scoperta, tanto per dare un nome all'inspiegabile.
Dalla era ispirazione pura. Quel capolavoro che è “Caruso”, probabilmente, la canzone italiana piu’ tradotta e cantata di sempre, la scrive a Sorrento, nell’albergo dove lo stesso Caruso soggiorno’ poco prima di morire. La barca su cui stava viaggiando Dalla ha un guasto, portato a riva, gli venne data la stanza del compositore. E lì, di fronte a quel panorama, il cantautore ha saputo trasporre in musica e poesia l’emozione provata immaginando il dolore di un emigrante, che doveva lasciare la meraviglia della sua terra per un viaggio di speranza a bordo di un bastimento in procinto di salpare per l’America.
Un artista capace di suonare con Chet Baker e Arbore, con Pavarotti e Gigi D’Alessio, con Morandi e De Gregori, con Ron e gli Stadio solo per dirne alcuni. Sempre propositivo e collaborativo, mai geloso, mai chiuso in difesa del suo successo. Grande di una grandezza senza invidia, che sa donare.
Lucio Dalla se n’è andato lasciando una serie di canzoni, che, a ricordarne solo alcune, si ha l’impressione di fare torto alle altre. Ma come dimenticare l’affresco di due giovani innamorati, come “Anna e Marco”, o la grazia della danza contrapposta a violenza e volgarità di “Balla balla ballerino”. Oppure, la surreale prostituta di “Disperato Erotico Stomp”. Il discorso con Dio di “Se io fossi un angelo”.
Se ne e’ andato in silenzio, Lucio Dalla, senza clamore, come recita la frase finale de “L’anno che verrà”: “e senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi, o i cretini d’ogni età”.
Grazie di tutto
Il cuore rimane con i suoi battiti, lo stordimento è nel cervello.
Qualcosa dentro nega l'evidenza, come un bisogno di buttare via qualcosa che fa male.
Più tardi ci si sveglia, di solito.
Fra le tante pagine scritte su Lucio Dalla ricopio questa da Diritto di Cronaca
Scritto da Redazione il 2 marzo 2012 in Cultura - di Virgilio Bartolucci
“Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò”, sarebbe bello iniziarlo così questo articolo, come se fosse qualcosa di più caldo e intimo di un freddo pezzo giornalistico, proprio come fosse una lettera ad un amico carissimo, che, lontano, non può sentire. Eppure c’è la cronaca da cui non si può prescindere.
Perché Lucio Dalla non ce l’ha fatta a vedere il suo 4 marzo – il giorno del suo 69 esimo compleanno, a cui aveva dedicato una delle sue canzoni più famose “4/3/1943” ( “dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare, parlava un’altra lingua, però, sapeva amare…” ) – Lucio Dalla è morto, stroncato da un infarto.
Il suo cuore ha smesso di battere lontano dalla sua Bologna, mentre si trovava in tour, a Montreux in Svizzera. C’è sempre qualcosa di profondamente ingiusto e di molto triste quando muore un cantautore, un musicista, un poeta, un artista. È ingiusto non poter ascoltare un altro capolavoro, non poter seguire con gli occhi della mente un’altra storia ed appropriarsene modellandola sulle pieghe della nostra vita.
Con Lucio Dalla se ne va una voce capace di toccare le corde dell’intimo e dell’emozione con una raffinatezza e uno stile inconfondibile. E’ difficile dire addio all’atmosfera della sua musica, a quei testi minimali, quelle piccole storie di vita radicate in una profondità a tratti impercettibile, leggera, vera. Perché la musica di Lucio Dalla è di tutti, come un monumento che siamo abituati ad avere sotto gli occhi e di cui per abitudine, a volte, ci sfugge la grandezza.
La sua morte è stata accolta da un fiume di dispiacere in cui scorrono in tanti: da Pupi Avati, a Vasco Rossi, da Jovanotti, a Morandi, agli Stadio, passando per la sua Bologna, fino a Celentano e a moltissimi altri. Mentre De Gregori sceglie il silenzio, come anche Ron, con cui Dalla ha avuto un legame fortissimo. Ed è per questo che in mezzo a tanti amici, a tanti che lo hanno conosciuto, a quanti lo vogliono raccontare, spiegare, con trasmissioni che lo incoronano, critici che ne analizzano le qualità artistiche, con Vespa che ricorda la sua fede e devozione per Giovanni Paolo II; tutti ci possiamo permettere, se non altro, di parlare di quel tesoro di emozioni che ci ha lasciato.
Ricordi di un vecchio Juke box di provincia, dal quale, con duecento lire potevi ascoltare, ancora sul finire degli anni ’80, “se fossi un Angelo” o la stessa “Caruso”.
Una canzone di Lucio Dalla ha qualcosa di immortale. Sfida il tempo, irride fatti e polemiche di una quotidianità amara che si rincorre e passa, per fissare un ricordo struggente, a tratti venato di un sentimento che lui non amava, La malinconia. E profonda è la nostalgia per quella figura di omino strambo, buffo, di cui a volte si percepiva la tristezza, ma che amava essere il giullare di sé stesso e sfidare il ridicolo, per lasciarlo, poi, in dono ai poveri di spirito.
Un vero artista bohemien. Il clochard di “Piazza Grande” che diventato ricchissimo, però, non è mai stato avido ed ha vissuto il suo successo restando sé stesso. Un uomo in grado di selezionare e prendere le distanze dai riflettori di un mondo fatto per lo più di presunte star e canzoni commerciali dimenticate dopo un mese. Un mondo abitato dall’onnipresenza da personaggi di chiara fama e di dubbio talento.
Non era questo Dalla. Ma un genio vero, puro. Che necessitava di una sua dimensione reale e insondabile da cui attingere a piene mani per regalare attimi di poesia.
Fuori dal palco teneva la scena in maniera ambivalente: introverso, a tratti schivo e impacciato, imbronciato se non si sentiva a suo agio, impossibile da piegare alla necessità della diretta; come pure, al contrario, un divertentissimo incantatore, un amabile interlocutore, addirittura, se messo nelle condizioni giuste, un istrionico mattatore.
Una persona con le sue debolezze: prima fra tutte la non accettazione del suo aspetto fisico, che aveva poi trasformato in un punto di forza. Un uomo che aveva conosciuto grandi sofferenze, anche per la sua omosessualità, mai nascosta, ma difficile da far accettare all’Italia moralista e perbenista dell’epopea democristiana. Difficoltà e sofferenze di esordi difficili che, pero’, non ne hanno mai fatto un professionista dal lamento e la lacrima facile.
Un anticonformista assoluto, un artista di una grandezza che, forse, ancora oggi, dopo aver superato i confini nazionali, non è stata compresa del tutto e che ritroviamo nei suoi testi.
Parole ricercate, dolci come il miele, a volte ironiche e giocose, altre, sferzanti e senza appello. Mai ideologiche, sempre legate ad un vissuto, sempre evocative di qualcosa d’altro e di più rispetto al significato letterale. Un senso ultimo quasi metafisico e per questo, paradossalmente, popolare.
Difficile riassumere le tappe di una carriera lunga quasi 50 anni. Divisa tra periodo beat degli inizi e l’incontro con la poesia di Roversi. Il successo dei ’70 – ’80. Con lo storico tour, “Banana Republic”, assieme a Francesco De Gregori, nel 1979; e il successo di “Caruso”, del 1986, che secondo molti segna lo spartiacque della sua carriera. Da quel momento Dalla cambia registro e secondo molti non in meglio, peggiorando nella qualità dei testi e inaugurando una fase di leggerezza estrema e contaminazioni di livello più basso rispetto alla produzione precedente.
Dalla, in realtà, si dirige verso una sperimentazione continua, che lo porterà ad abbracciare anche la musica classica. Sempre più alla ricerca di una libertà che gli altri bollano come declino, forse, solo perché ai miti non è concesso di cambiare.
È stato un eccellente scopritore di talenti e, fino all’ultimo – lo scorso San Remo -un padre artistico senza eguali. A lui in tanti devono troppo: Luca Carboni, Ron, gli Stadio, Paolo Belli, Samuele Bersani, solo per ricordarne alcuni. Giovani artisti su cui non avrebbe scommesso nessuno. Nessuno tranne Lucio Dalla, che forse in quei giovani ha rivisto sé stesso e le stesse difficoltà degli esordi. Senza parlare dei grandi che ha aiutato a riemergere. Primo fra tutti proprio il De Gregori di “Banana Republic”, che dopo il processo “proletario”, subito in un drammatico concerto, non voleva più esibirsi. Un artista ferito e impaurito, ma che con Dalla torna a vivere. Per non parlare di Gianni Morandi, col quale Dalla si sdebiterà per l’aiuto ricevuto tanti anni prima, quando il “ragazzo che amava i Beatles e i Rollin’Stones” era all’apice della carriera e Dalla era visto come un brutto anatroccolo. Anni dopo, a parti invertite, Dalla riuscirà a far risorgere Morandi caduto nella spirale dell’oblio, donandogli una luce nuova.
Uomo senza eta’, Lucio Dalla, inguaribile giullare e artista difficile da racchiudere in una definizione, in uno schema, assolutamente un purosangue. Musicista vero, persona coltissima, amato e corteggiato dai potenti, da Agnelli, a Berlinguer, da Craxi, a Berlusconi, con cui lui – da sempre del PCI -, certo, non condivideva il credo politico.
E pur conoscendo e frequentando i potenti, allo stesso tempo, non ha mai smesso di unire i piani, di vivere tra la gente. Non si è mai negato al pubblico, né all’abbraccio di un ammiratore per la strada. Un artista di fama internazionale, che, in segreto, andava a incontrare i bimbi down per passare con loro la giornata.
Una figura che ha attraversato il bello e il brutto della musica leggera italiana. Dalla che non ha mai amato San Remo. Era lui il vicino di stanza la notte che Tenco decise di farla finita e il giorno dopo non voleva salire sul palco. Doveva cantare il brano dal titolo “bisogna saper perdere”, una tragica coincidenza.
Un uomo senza famiglia, la cui solitudine si poteva solo intuire, nonostante i tanti amici e il grande amore per gli artisti. Perché Dalla era capace di prendere un gruppo di musicisti per strada e di farli suonare in concerto con lui.
Vero bohémien, visse veramente come il clochard di “Piazza Grande”, o come quelli più negativi di “com’e’ profondo il mare”, consapevoli di essere lo specchio di quello che non va: “ci nascondiamo di notte. Per paura degli automobilisti, degli inotipisti, siamo i gatti neri, siamo i pessimisti, siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare. Una visione, quella degli ultimi, che spesso è presente nei suoi testi. Un musicista che traeva la scintilla artistica improvvisamente, da quel qualcosa in più che nessuno sa come nasca e che l’epistemologia chiama contesto della scoperta, tanto per dare un nome all'inspiegabile.
Dalla era ispirazione pura. Quel capolavoro che è “Caruso”, probabilmente, la canzone italiana piu’ tradotta e cantata di sempre, la scrive a Sorrento, nell’albergo dove lo stesso Caruso soggiorno’ poco prima di morire. La barca su cui stava viaggiando Dalla ha un guasto, portato a riva, gli venne data la stanza del compositore. E lì, di fronte a quel panorama, il cantautore ha saputo trasporre in musica e poesia l’emozione provata immaginando il dolore di un emigrante, che doveva lasciare la meraviglia della sua terra per un viaggio di speranza a bordo di un bastimento in procinto di salpare per l’America.
Un artista capace di suonare con Chet Baker e Arbore, con Pavarotti e Gigi D’Alessio, con Morandi e De Gregori, con Ron e gli Stadio solo per dirne alcuni. Sempre propositivo e collaborativo, mai geloso, mai chiuso in difesa del suo successo. Grande di una grandezza senza invidia, che sa donare.
Lucio Dalla se n’è andato lasciando una serie di canzoni, che, a ricordarne solo alcune, si ha l’impressione di fare torto alle altre. Ma come dimenticare l’affresco di due giovani innamorati, come “Anna e Marco”, o la grazia della danza contrapposta a violenza e volgarità di “Balla balla ballerino”. Oppure, la surreale prostituta di “Disperato Erotico Stomp”. Il discorso con Dio di “Se io fossi un angelo”.
Se ne e’ andato in silenzio, Lucio Dalla, senza clamore, come recita la frase finale de “L’anno che verrà”: “e senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi, o i cretini d’ogni età”.
Grazie di tutto
giovedì 16 febbraio 2012
Nella piazza di San Petronio
Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,
e il colle sopra bianco di neve ride.
È l'ora soave che il sol morituro saluta
le torri e 'l tempio, divo Petronio, tuo;
le torri i cui merli tant'ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.
Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;
e l'aër come velo d'argento giace
su 'l foro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.
Su gli alti fastigi s'indugia il sole guardando
con un sorriso languido di vïola,
che ne la bigia pietra nel fosco vermiglio mattone
par che risvegli l'anima de i secoli,
e un desio mesto pe 'l rigido aëre sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere,
quando le donne gentili danzavano in piazza
e co' i re vinti i consoli tornavano.
Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica.
Giosuè Carducci dalle Odi barbare (1877)
domenica 5 febbraio 2012
BOLOGNA, TRA NEVE E POESIA...
Queste parole sono tutte prese dal blog indicato sotto.
Non solo il testo, ma anche la immagine.
Bologna è la mia città d'origine ma me ne sono andata dopo anni,verso la campagna.
Qualcosa però, rimane nel cuore...
L'INDISPETTITO: BOLOGNA, TRA NEVE E POESIA...:
Rievocare lo splendore storico ed artistico del centro storico di una città come Bologna è cosa che molti, almeno una volta nella vita, avranno fatto o visto fare: le vie dipanate seguendo una pianta medievale comune a pochissime città al mondo, gli angoli sperduti nel centro storico dove sopravvivono (con sempre maggiore fatica, nds) negozi e ristoranti "di una volta"...questa è solamente una minima parte di ciò che di meraviglioso è possibile trovare e (ri)scoprire dentro il centro storico di Bologna.
Pur vivendola molte volte, mai mi sono completamente accorto di quanto di meraviglioso questa città custodisca al suo interno.
Bologna è anche arte mescolata a poesia, nel ricordo di altrettanti protagonisti che hanno mosso pesanti passi all'interno delle sue mura.
La città di Bologna è ammirata, amata e (purtroppo) anche maltrattata; si ricorda troppo poco spesso la bellissima strofa della canzone "omonima" fatta dall'eccezionale cantautore Samuele Bersani:
"[...]A Bologna i portici tengono in piedi le case/ hanno i reumatismi e le artriti di braccia operaie/ fingono di essere sordi e di non sapere/ chi sta prendendo la città/ a calci nel sedere [...]"
Portici con artriti date da momenti di grande freddo e precipitazioni, all'insegna di quel "zagno" che il dialetto bolognese riesce a definire meglio di qualunque "italianismo".
Con le precipitazioni nevose si aprono ogni volta dibattiti interminabili, nei quali si cerca ogni volta di puntare un dito: fra viali sporchi e spalaneve maldestri, sembra (alle volte a ragion veduta, nds) che nessuno riesca ogni volta a fare appieno il suo dovere.
Nonostante le lamentele, la neve rimane lì: bianca, impassibile, odiosa.
Resta e continua a cadere, minacciando poi di trasformarsi in ghiaccio alla prima occasione buona. Neve e ghiaccio su Bologna, dunque.
Può questa essere, forse, un'immagine anche poetica con cui (ri)valutare la questione neve?
Il margine di giudizio positivo è direttamente proporzionale al tempo libero di una persona: l'opinione del lavoratore sarà per forza differente dal bambino allontanato da scuola per ragioni dettate da cause di "forza maggiore".
Nonostante tutto, l'odiosa neve rimane lì: trasforma e "ricicla" la bellezza di Bologna, mostrandola sotto una sempre inedita veste...anche se (speriamo) per pochi giorni l'anno.
Può essere anche questa una forma di poesia? La tradizione ricorda, per fortuna o purtroppo, che questa è una domanda con risposta positiva:
"Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,
e il colle sopra il bianco di neve ride.
E' l'ora soave che il sol morituro saluta
le torri e 'l tempio, divo Petronio, tuo;
le torri in cui i merli tant'ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.
Il cielo in freddo fulgore adàmantino brilla;
e l'aer come velo d'argento giace
su'l fòro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.
Su gli alti fastigi s'indugia il sole guardando
con un sorriso languido di viola,
che ne la bigia nel fosco vermiglio mattone
par che risvegli l'anima de i secoli,
e un desio mesto pe 'l rigido aere sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere,
quando le donne gentili danzavano in piazza
e co'i re vinti i consoli tornavano.
Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica."
(Giosuè Carducci, Nella piazza di San Petronio)
Fra fiocco e fiocco, Bologna sa essere anche questo.
Si spera sempre che questo sia un bianco mantello che la città voglia indossare, comunque, per il minor tempo possibile.
Dopotutto, cronologicamente, sembra mancare poco al punto di forzato miglioramento:
"[...]che profumo Bologna di sera / le sere di maggio [...]"
Sia conto alla rovescia, dunque...sperando di vedere presto dismesso questo bianco e (per poco) affascinante mantello.
Meglio fermarsi, anche perchè il rischio è sempre quello:
"[...]Bologna, adesso voltati/ mi fai commuovere/ lo sai che esagero/ con le parole."
Da Alessandro del blog L''indispettito che ringrazio.
Non solo il testo, ma anche la immagine.
Bologna è la mia città d'origine ma me ne sono andata dopo anni,verso la campagna.
Qualcosa però, rimane nel cuore...
L'INDISPETTITO: BOLOGNA, TRA NEVE E POESIA...:
Rievocare lo splendore storico ed artistico del centro storico di una città come Bologna è cosa che molti, almeno una volta nella vita, avranno fatto o visto fare: le vie dipanate seguendo una pianta medievale comune a pochissime città al mondo, gli angoli sperduti nel centro storico dove sopravvivono (con sempre maggiore fatica, nds) negozi e ristoranti "di una volta"...questa è solamente una minima parte di ciò che di meraviglioso è possibile trovare e (ri)scoprire dentro il centro storico di Bologna.
Pur vivendola molte volte, mai mi sono completamente accorto di quanto di meraviglioso questa città custodisca al suo interno.
Bologna è anche arte mescolata a poesia, nel ricordo di altrettanti protagonisti che hanno mosso pesanti passi all'interno delle sue mura.
La città di Bologna è ammirata, amata e (purtroppo) anche maltrattata; si ricorda troppo poco spesso la bellissima strofa della canzone "omonima" fatta dall'eccezionale cantautore Samuele Bersani:
"[...]A Bologna i portici tengono in piedi le case/ hanno i reumatismi e le artriti di braccia operaie/ fingono di essere sordi e di non sapere/ chi sta prendendo la città/ a calci nel sedere [...]"
Portici con artriti date da momenti di grande freddo e precipitazioni, all'insegna di quel "zagno" che il dialetto bolognese riesce a definire meglio di qualunque "italianismo".
Con le precipitazioni nevose si aprono ogni volta dibattiti interminabili, nei quali si cerca ogni volta di puntare un dito: fra viali sporchi e spalaneve maldestri, sembra (alle volte a ragion veduta, nds) che nessuno riesca ogni volta a fare appieno il suo dovere.
Nonostante le lamentele, la neve rimane lì: bianca, impassibile, odiosa.
Resta e continua a cadere, minacciando poi di trasformarsi in ghiaccio alla prima occasione buona. Neve e ghiaccio su Bologna, dunque.
Può questa essere, forse, un'immagine anche poetica con cui (ri)valutare la questione neve?
Il margine di giudizio positivo è direttamente proporzionale al tempo libero di una persona: l'opinione del lavoratore sarà per forza differente dal bambino allontanato da scuola per ragioni dettate da cause di "forza maggiore".
Nonostante tutto, l'odiosa neve rimane lì: trasforma e "ricicla" la bellezza di Bologna, mostrandola sotto una sempre inedita veste...anche se (speriamo) per pochi giorni l'anno.
Può essere anche questa una forma di poesia? La tradizione ricorda, per fortuna o purtroppo, che questa è una domanda con risposta positiva:
"Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,
e il colle sopra il bianco di neve ride.
E' l'ora soave che il sol morituro saluta
le torri e 'l tempio, divo Petronio, tuo;
le torri in cui i merli tant'ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.
Il cielo in freddo fulgore adàmantino brilla;
e l'aer come velo d'argento giace
su'l fòro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.
Su gli alti fastigi s'indugia il sole guardando
con un sorriso languido di viola,
che ne la bigia nel fosco vermiglio mattone
par che risvegli l'anima de i secoli,
e un desio mesto pe 'l rigido aere sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere,
quando le donne gentili danzavano in piazza
e co'i re vinti i consoli tornavano.
Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica."
(Giosuè Carducci, Nella piazza di San Petronio)
Fra fiocco e fiocco, Bologna sa essere anche questo.
Si spera sempre che questo sia un bianco mantello che la città voglia indossare, comunque, per il minor tempo possibile.
Dopotutto, cronologicamente, sembra mancare poco al punto di forzato miglioramento:
"[...]che profumo Bologna di sera / le sere di maggio [...]"
Sia conto alla rovescia, dunque...sperando di vedere presto dismesso questo bianco e (per poco) affascinante mantello.
Meglio fermarsi, anche perchè il rischio è sempre quello:
"[...]Bologna, adesso voltati/ mi fai commuovere/ lo sai che esagero/ con le parole."
Da Alessandro del blog L''indispettito che ringrazio.
sabato 4 febbraio 2012
Un treno di sera
Ho scoperto una pagina autobiografica di Giorgio Bassani su questo sito
http://digilander.libero.it/onmyknees/Italiano/ita_BassVita.htm
Ne riprendo una parte, estrapolando quello che più interessa a me.
Nella primavera del '42, il primo impulso a scrivere versi mi venne, più che dalla vita e dalla realtà, dall'arte, dalla cultura. Da tempo mi avevano colpito le poesie di due vecchi compagni d'università: Francesco Arcangeli e Antonio Rinaldi; e quelle di Pompeo Bettini, che Benedetto Croce aveva ristampato nell'inverno precedente, da Laterza.
Seguivo, oltre a ciò, i miei amici storici dell'arte - lo stesso Francesco Arcangeli, Giuseppe Raimondi, C. L. Ragghianti, Cesare Gnudi, Giancarlo Cavalli - sulle tracce dei pittori ferraresi e bolognesi del Cinque e Seicento: cosicché la campagna tra Ferrara e Bologna, che il mio treno percorreva quasi quotidianamente, mi si mostrava attraverso i colori, intrisi di una luce come velata, di quelle antiche pitture.
La primavera del '42! Stalingrado, El Alamein, e il futuro incerto, oscuro... Eppure, nonostante tutto, la vita non mi è mai più apparsa cosi bella, cosi bella e struggente come allora.
Uscivo dalla giovinezza, lo sentivo bene: ma senza rimpianti, guardando ai miei errori passati - non ero mai riuscito a perdonarmeli - con una sorta di benigna condiscendenza. Per la prima volta mi sentivo spettatore indulgente di me stesso.
E cosi, nel treno che mi riportava ogni sera a Ferrara, da Bologna dove avevo compiuto gli studi universitari, e dove, anche dopo, avevo continuato a recarmi con la stessa frequenza di un tempo, la vicenda degli amori studenteschi, dai quali mi vedevo di un tratto escluso, si svolgeva davanti ai miei occhi incantevole ma distante, distante per sempre.
Una delle prime poesie che scrissi riguarda quel treno serale. Ebbene, quella che si vede attraverso i finestrini dello scompartimento di terza classe è la mia terra, si; ma resa con la mente alle tele che gli amici, proprio in quei mesi, mi venivano mostrando, distante e patetica come appare dietro quelle rustiche madonne provinciali, quei santoni dalle membra arrossate e sudaticce.
"Questa è l'ora che vanno per calde erbe infinite
nel mio paese gli ultimi treni, con fischi lenti
salutano la sera, affondano indolenti
in sonni dove tramontano rosse città turrite.
Dai finestrini aperti il vino delle marcite
monta al madido specchio delle povere panche;
dei giovanili amanti scioglie le dita stanche,
fa deserte di baci le labbra inaridite."
Una ottima biografia di Giorgio Bassani, nonchè dell'analisi delle sue opere, l'ho trovata qui http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/bassani.htm
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