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martedì 20 dicembre 2011

Luglio 1950

E' leggermente fuori stagione, ma questa che propongo è una pagina che riprendo da "Quaderni e diari - 1950/1973) di Hannah Arendt - Neri Pozza Editore.






"Luglio 1950
Paragonata all'eternità passata, che era prima che noi fossimo, e all'eternità futura, che sarà dopo che noi saremo stati, la nostra intera esistenza qui è pura presenza.


Vivere realmente significa realizzare questo presente: un mezzo fra i tanti è il non-dimenticare-mai e fare in modo che non si scinda in passato e futuro.


A differenza delle eternità, infatti, il proprio passato temporale così come il proprio futuro temporale  hanno la tendenza a divorare il presente.
(...)
La memoria potrebbe anche esistere per dare sostanza all'esser presente della vita e per presentare il sapere
di tutte le cose.


Ciò che ricordiamo non ha, in quanto tale, nessun indice temporale, soltanto ciò che è stato dimenticato porta l'indice del passato. ..."

sabato 26 febbraio 2011

Diario

"Questo diario è il mio kief, il mio hashish, la mia pipa d'oppio. E' la mia droga e il mio vizio. Invece di scrivere un romanzo, mi sdraio con questo libro e una penna e indulgo in rifrazioni e diffrazioni ..."


"... E venne il giorno in cui il rischio di rimanere chiuso in un bocciolo divenne più doloroso del rischio di sbocciare"
Uno vive così, protetto, in un mondo delicato, e crede di vivere. Poi legge un libro, o fa un viaggio ... e scopre che non sta vivendo, che è ibernato.
I sintomi dell'ibernazione sono facili da individuare: primo: inquietudine, secondo (quando l'ibernazione diventa pericolosa e può degenerare nella morte) : assenza di piacere. Questo è tutto. Sembra una malattia ignota. Monotonia, noia, morte.
Milioni di uomini vivono in questo modo (o muoiono in questo modo), senza saperlo.
 
Lavorano negli uffici. Guidano una macchina. Fanno picnic con la famiglia. Allevano bambini.
Poi interviene un cura  "Urto", una persona, un libro, una canzone, che li sveglia, salvaguardandoli dalla morte.
Alcuni non si svegliano mai".
....................

“Venne un tempo in cui il rischio di restare chiusi in un bocciolo fu più doloroso del rischio che il bocciolo correva a fiorire” 

(Anais Nin  Dal diario 1931-1934)

mercoledì 5 gennaio 2011

16 gennaio 1922

16 gennaio. Nell'ultima settimana c'è stato come un crollo, così completo come fosse in quella notte di due anni fa. Altro esempio non mi è mai capitato. Tutto pareva finito e anche oggi  pare che non sia altrimenti. Lo si può intendere in due modi e probabilmente va inteso così nel tempo stesso.
Primo: Il crollo, l'impossibilità di dormire, impossibilità di vegliare, impossibilità di sopportare la vita o più esattamente la successione della vita.
Gli orologi non vanno d'accordo, quello interiore corre a precipizio in un modo diabolico o demoniaco o in ogni caso disumano, mentre quello esterno segue faticosamente il solito ritmo.
 

Che altro può accadere se non che i due diversi mondi si dividano? 

Si dividono, infatti,  o almeno si danno strappi a vicenda in modo pauroso. L'impeto del ritmo interiore può avere ragioni varie, la più visibile è l'osservazione di sé che non lascia calmare alcuna idea, ma le  porta a galla tutte per poi a sua volta essere incalzata come idea di una nuova osservazione di sé.


Secondo: Questo incalzare prende la direzione della umanità.  La solitudine che per la maggior parte mi fu sempre imposta e in me fu da me cercata (ma non fu questa costrizione?) perde ora ogni ambiguità e mira all'esteriore. Dove conduce? Può portare, e ciò mi sembra ineluttabile, alla follia. E qui non occorre aggiungere altro.
L'inseguimento mi attraversa e mi strazia. Oppure posso (posso?), sia pure in minima parte, tenermi ritto e in tal caso lasciarmi portare dall'inseguimento.
E dove arrivo? "L'inseguimento" è soltanto un'immagine. Potrei anche dire "assalto dal basso; dalla parte degli uomini e poiché anche questa è soltanto un'immagine posso sostituirvi l'immagine dall'alto, giù, verso di me.

Tutta questa letteratura è assalto al limite e, se non fosse intervenuto il sionismo, avrebbe potuto evolversi facilmente e diventare una nuova dottrina  esoterica, una cabala. Ne esistono gli spunti. Certo qui si richiede un genio incomprensibile che affondi nuovamente le radici nei secoli antichi e li ricrei e con tutto ciò non si doni, ma soltanto ora incominci a donarsi.


(Franz Kafka - DIARI 1910 - 1923 - Ed. Oscar Classici Mondadori)

lunedì 3 gennaio 2011

Vite passate



Cosa mi incanta nel frugare tra i libri-diari scritti nel passato?  Non tanto la veste esterna, quanto sentire la vita che scorre, a volte facile, a volte intensamente difficile, ma pur sempre vita in queste persone che ci hanno lasciato una loro testimonianza.
Qui, più ancora che nei testi di storia, che pure amo,  vado cercando un senso o semplicemente un affacciarsi di ricordi lontani... e soprattutto cerco di capire chi o cosa siamo noi, ora. E questa è la parte più difficile...

Continuerò ancora per poco a riproporre alcune pagine.

4 gennaio 1958

Quattro giorni del nuovo anno andati, insieme alla risoluzione di una pagina quotidiana, per descrivere umori, fatica, una buccia d'arancia o il colore dell'acqua  nella vasca dopo il bagno settimanale.
Penitenza e fuga, in un colpo solo: recuperare quattro pagine.
L'aria si fa tersa, limpida.
L'oppressione a strisce gialle e nere di ottobre, novembre e dicembre è andata, e arriva l'aria pura del nuovo anno. 
Tanto fredda da trasformare in pezzi di ghiaccio doloranti stinchi, orecchie e guance scoperti.
Eppure il sole, che ora tocca la vernice fresca bianca della porta della dispensa, si riflette nella pittura color brutto-bruciato che ricopre le tavole del pavimento e manda un raggio di sbieco sul tappeto lavanda malva-ruggine rosato dalla finestra dell'abbaino a ovest.

Cambiamenti: che cos'è che spalanca le finestre all'aria sottile e ai paesaggi azzurri in una scatola soffocante?

Una camicia di spigato rosso per Natale: rosso lacca con arricciature rifinite di nero e verdi felci orientali da indossare ogni giorno contro pareti celesti.
L'opportunità offerta a Ted di insegnare per tutto il tempo che ci serve. Un gruzzolo di 1000 o 2000 dollari puliti per l'Europa.
Gioia indiretta per la sua scrittura, che promette qualcosa anche a me: la terza poesia che il"New Yorker" mi accetta e un raccontino per "Jack and Jill".

1958: un anno in cui smetto di insegnare e inizio a scrivere. Il credo di Ted: non aspettarti troppo, scrivi e basta. Ascolta te stessa: butta giù.
Questo mi spaventa: il silenzio di tomba. Ci vorranno dei mesi per riempire il mio mondo interiore di gente e per metterla in moto.
Come altro fare se non proiettandomi dentro il mio vuoto, fuori da questo mondo organizzato, scandito, stipendiato?
..........................................
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Creare una scena? Descrivere a memoria un aneddoto dell'infanzia? Io non ho memoria. Sì, c'era una aiuola di cespugli di lillà davanti alla casa gialla di Freeman. Cominciamo da lì: 10 anni di infanzia prima degli scivolosi anni dell'adolescenza e poi i diari su cui lavorare, per ricostruire.
Due pioppi, tende a strisce verdi e arancioni: non ho mai imparato a osservare i particolari. A ricreare la vita vissuta: che è vita rinnovata. L'aneddoto scende, un bruscolo nell'occhio di dio, e una lacrima stilla a cento anni e un giorno da oggi, un mondo perlaceo tondo e iridescente. Se capovolgi la palla di vetro la neve viene giù lenta tra mulinelli d'aria color quarzo.

La copertina di un libro di Hans Andersen svela i suoi  mondi: la Regina delle Nevi, bianca e blu come il ghiaccio, vola su una slitta nell'aria densa di fiocchi: i nostri cuori sono gelati. 
Sempre: fango, pattume, merda contro i palazzi di diamante. Quell'uomo poteva sognare dio e il paradiso: il lavorio della melma. 
Bruciamo nel nostro fuoco. Dare voce a questo. E all'orrore: lo strano uccello che conosce Longfellow sta appollaiato sul filo con sullo sfondo paesaggi inglesi di cespugli verdi.
Un nonno dalla barba bianca che affoga nei marosi, le onde lunghe calde, lente e vischiose; il terrore della carta che crepita e si spande davanti alla graticola nera spenta: da dove vengono queste immagini, questi sogni?
Mondi - chiusi fuori dal rumore delle macchine, dal dettato del calendario. Uno appeso a una decorazione natalizia, d'oro sbiadito, un altro argentato, nella pancia della mia teiera di peltro: apri la porta di Alice, lavora e suda per cercare di forzare cancelli e rivelare parole e mondi. ....

"Diari" - Sylvia Plath - Biblioteca Adelphi 367.

domenica 2 gennaio 2011

2 gennaio

Ieri non ho avuto tempo di scrivere perché c'è stata una quantità di visite, noiose a maggior parte, i Liste e i Trobisch; Julia Tr. è una stupidissima creatura e credo che non sappia niente di quelle cose: a Annie manca un venerdì e Lotte è l'unica sopportabile.
Però, siccome abbiamo fatto dei giochi di società con premi, non è stato così noioso come poteva essere: e Fritz e Rudl sono ragazzi simpatici. 


A sera la mamma era cosi stanca che papà ha detto che bisogna farla finita con queste visite: quanto a me, non posso dire che mi importi molto di questo genere di visite, tanto più che Dora vuol sempre parlare di libri.
La gente parla sempre di libri noiosissimi quando non sa cosa dire. 


La scuola è ricominciata oggi, grazie a Dio con una lezione di tedesco; benché in generale non sia superstiziosa, devo dire che sono contenta di cominciare bene.
Inoltre stamattina abbiamo incontrato per primi due spazzacamini, e senza che avessimo fatto nulla perché le cose andassero così, ci sono passati sulla sinistra; questo dovrebbe essere un segno di buona fortuna.


Da:

"Diario di una giovinetta" con prefazione di Freud - Sugar Editore
Scritto da una ragazzina  dell'alta borghesia viennese dai 10 ai 14 anni alla fine dell'800


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