Natale è appena passato, ma il senso di gioia o di oppressione, di spiritualità o di decadenza, aleggia ancora nelle case di milioni di italiani. Vi proponiamo quindi una fiaba che inizia così: "C'era una volta il Natale"... E adesso?
Sono nato negli anni Cinquanta. Non molto tempo fa, tutto sommato, ma mi sembra un'era geologica dal punto di vista dell'umanità che abita il pianeta.
Riflettendo sul “Natale oggi”, mi sono affiorate alle mente immagini di parecchi Natali fa, quando ero un bimbo e alcuni miei amici indossavano pantaloni corti anche quel giorno.
Dopo un'attesa estenuante e carica di aspettative, era finalmente arrivata la mattina di Natale in cui alcuni giochi, dolciumi e frutta facevano il loro figurone sul tavolo della sala da pranzo.
Giochi attesi per mesi, scelti “dal vero” con estrema gioia e non svogliatamente su di un catalogo o un sito Internet come accade oggi.
Sì, perché la fiaba ci narra che il confronto tra i due mondi, del passato e del presente, è veramente appassionante e commovente. E suscita tantissime considerazioni.
A quel tempo avevo tantissimi amici. Vivevo in un quartiere di case popolari e ogni famiglia aveva almeno tre o quattro figli. A volte anche sei o otto. Partite di calcio, palla prigioniera e ruba bandiera erano all'ordine del giorno. Gli amici si andavano a "chiamare" a casa. E a volte ci si fermava lì ad aspettare che finissero di mangiare o di fare i compiti, partecipando a un pezzo della loro vita familiare prima di precipitarsi fuori a giocare.
Per strada non c'erano pericoli. Si poteva circolare liberamente da soli (a scuola, a comprare il pane, a trovare un amico). Le auto nel quartiere andavano a passo d'uomo per evitare la palla (si giocava in mezzo alla via e sui marciapiedi!) e non ti prendevano di mira come birilli da bowling. E la tv iniziava nel tardo pomeriggio. Se proprio non sapevi cosa fare.
I nostri genitori ci vedevano tornare la sera senza averci mai dovuto chiamare al cellulare che del resto... non esisteva. Potevano contare sul nostro senso di responsabilità e su quello dei ragazzi più grandi. E un adulto che ti dava una mano l'avresti sempre trovato. Non una mano sul sedere...
E poi arrivava Natale. Il mattino presto mio padre ed io ci vestivamo a festa. Si andava infatti di casa in casa ad augurare il buon Natale ai vicini, ai parenti e agli amici. Si stava da ognuno di loro una quindicina di minuti, a volte di più, ed essi ti offrivano da bere, dolciumi o anche una mancia o un regalino. Questa pratica di augurio era molto diffusa tra la gente e parecchi la ripetevano anche il primo dell'anno.
La città era addobbata a festa. La pubblicità era in crescita già allora. Ma lo sfarzo non era ancora vertiginoso e sprecone. Le strade e le case, alla mattina di Natale, erano silenziose, spesso innevate. Mi ricordo un senso di pace diffuso, di sacralità. Eppure i miei erano comunisti da più generazioni e non era certo il senso bigotto del sacro quello di cui ero indottrinato. Ma ricordo quest'aria di religiosità, anche nelle persone, nelle parole, nei discorsi.

