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domenica 18 marzo 2012

Inglesi a Firenze e altro

Ponte Vecchio a Firenze

Ieri sera ho letto su un quotidiano on line - TM News - questa notizia:


"E' morto John Demjanjuk, guardiano nazista del lager di Sobibor
Era stato condannato nel 2011 a 5 anni di reclusione. Nel campo di sterminio polacco furono uccise più di 27mila persone...". 


Mentre quanto segue è un piccolo stralcio di un bel libro scritto da Paolo Ciampi.


"Prima ancora che Mussolini decida di finirla con la non belligeranza, prima che passi una volta per tutte alla guerra, anche a costo di pugnalare alle spalle una Francia già in ginocchio, molti inglesi comprendono che per loro non c'è più posto.


Hanno amato e amano l'Italia con un'intensità difficilmente concepibile oggi, si sono ubriacati del suo sole e della sua arte, hanno sciolto versi commossi alle sue campagne e ai suoi monumenti, però ora è finita.


Il fascismo corre rovinosamente verso la guerra, prigioniero della sua stessa retorica, come un treno lanciato a tutta velocità di cui si è perso il controllo. E loro presto saranno solo i sudditi di un paese nemico, da destinare ai campi di prigionia o al confino.


È tempo di fare le valigie, di acquistare i biglietti per Londra e tagliare di netto con un passato in cui si sono sentiti orgogliosamente anglo-italiani.


Così, all'inizio del 1940, tocca anche a Miss Houton, l'amica che per tanti anni ha condiviso con Enrica tè e conversazioni e che ora abbandona Firenze con riluttanza.


Non fosse stato per Mussolini, non si sarebbe mai decisa; e del resto a tornare in Inghilterra non ci pensa nemmeno. Quella salute che un tempo l'ha portata sulle sponde dell'Arno la tiene ancora lontana da quelle del Tamigi.


Miss Houton è una di quelle inglesi che si sente splendidamente inglese solo lontano dal suo paese, trapiantando un pezzo di Inghilterra in un altro angolo del mondo. Ora sceglie isole lontane, un arcipelago tropicale su cui sventola l' Union Jack, ma senza le nebbie, senza l'umido inglese. Soprattutto senza la guerra, evenienza che pare assolutamente remota in quel cantuccio di impero britannico.


Miss Houton ed Enrica non si rivedranno più. Prima che le operazioni militari le separino una volta per tutte l'amica inglese farà solo in tempo a inviarle una cartolina. Vi descriverà, brevemente, la sua nuova vita. Il luogo dove ha deciso di fermarsi, dirà, è so peaceful... così pieno di pace.


Parole che Enrica leggerà e rileggerà ad alta voce, talvolta così presa da non accorgersi di essere guardata.


Parole che accompagnerà sempre con un sospiro, arresa all'evidenza di un paese che si sta cacciando su una strada senza ritorno. "




Paolo Ciampi - "Un nome"  - Giuntina edizioni.     

venerdì 25 novembre 2011

La musica nera dei Mussolini




Su un giornale online mi sono fermata a leggere un breve articolo che ora riporto.
Non è una notizia eclatante, ma qualcosa di cui non ero a conoscenza e, in questo senso, la condivido volentieri:


Da I Mussolini clandestini del jazz a Villa Torlonia


"Edda, Vittorio, Bruno, Romano e Anna Maria, tutti e cinque i figli ufficiali di Benito Mussolini si ritrovavano spesso attorno al grammofono di casa per ascoltare dischi jazz. Uno di loro, in vedetta ai vetri di una finestra, dava l’allarme: eccolo, papà sta scendendo dalla macchina.. E di colpo i dischi sparivano in qualche nascondiglio.."






Questo particolare forse inedito della quotidianità del dittatore fascista – che odiava il jazz, lo considerava “musica contro” – me l’ha raccontato Giuseppe Barazzetta, detto Pip, novant’anni appena compiuti, "il cronista del jazz" come lui stesso ama definirsi. E’ appena uscito il suo libro di memorie, "Una vita in quattro quarti": pagine ricche di aneddoti, di testimonianze, di ritratti dei personaggi leggendari di questa musica, che lui ha conosciuto e di cui è diventato amico, da Louis Armstrong a Duke Ellington, da Benny Goodman a Charles Mingus; libro che è stato presentato in una serata-concerto all’Auditorium di Settimo Milanese, su iniziativa del Comune.


E tu, Pip, come hai saputo della “cellula blues” a Villa Torlonia, nella dimora del principale nemico del jazz? Addirittura i figli di Mussolini che ascoltano e amano la “musica negra” nei lontani Anni Trenta e Quaranta.. 


"E’ stato Romano Mussolini a parlarmene, lui jazzista poi apprezzatissimo nel dopoguerra".
Durante il ventennio, per dare un’idea della singolarità delle simpatie dei figli del duce, e più ancora nel periodo della guerra, chi pronunciava la sola parola "jazz" in pubblico veniva fermato e interrogato. 


I nomi degli artisti stranieri erano italianizzati. Louis Armstrong, per esempio, diventò Luigi Braccioforte, Benny Goodman Beniamino Buonuomo. Non bastasse, anche i titoli dei brani più popolari venuti da oltreoceano, erano tradotti. Anche qui qualche esempio: “Honeysuckle Rose” divenne “Pepe sulle rose” e la celeberrima “St.Louis blues” si chiamò “Le tristezze di S.Luigi”!


Barazzetta ci tiene a ricordare le tre etnie di cui è figlio il jazz: quella afroamericana(musicisti neri), quella ebraica di estrazione europea e la terza, la più sconosciuta, degli italo-americani, costituita dagli immigrati e dai loro discendenti."


L'articolo è di Antonio Lubrano.

sabato 22 gennaio 2011

Il fenomeno del fascismo

"La presenza del fascismo come forza dominante in Europa  può essere datato con esattezza." scrive H. R: Trevor-Roper nel libro sotto riportato.

" Iniziò nel 1922-23, con l'avvento del partito fascista italiano che Mussolini portò al potere con la famosa o leggendaria "Marcia su Roma" del 1922, cui fece seguito l'anno dopo il fallimento del putsch  hitleriano di Monaco.
Giunse alla maggiore età negli anni '30, quando i partiti fascisti si moltiplicarono in tutta l'Europa e conquistarono il potere, talora con la congiura, talora con la guerra civile, ma sempre sotto l'egida di Hitler e Mussolini, vincolati dal Patto d'Acciaio del 1936 a costituire una sola forza sulla scena politica europea.

Si concluse nel 1945 con la disfatta e la morte dei due dittatori, il crollo o la fuga precipitosa dei loro seguaci in Europa. 
........
La vittoria del 1918 non inaugurò una nuova era di  prosperità generale; i danni materiali provocati dalla guerra erano troppo ingenti, la ricostruzione era lenta e difficile. E nel frattempo, mentre l'occidente predicava le virtù salvatrici del liberalismo, dall'est altre voci offrivano un nuovo mezzo di salvezza alle affamate  classi lavoratrici dell'Europa centrale. 

Nel 1917 era scoppiata la rivoluzione russa, e dal 1917 al 1923 i comunisti russi non predicarono il socialismo in questo o in quel paese, bensì la rivoluzione mondiale.
........
Di fronte alla terribile minaccia del bolscevismo, il ceto medio  di tutta l'Europa, sino allora tanto fiducioso, fu colto dal panico; e si trovò così a ripiegare sulle stesse posizioni .........

Il fascismo, in quanto movimento efficace era infatti figlio della paura.



Poteva avere radici intellettuali indipendenti; la sua forma poteva anche essere il frutto di follie nazionali o individuali indipendenti; ma la sua forza e il suo dinamismo scaturivano dalla paura di un'altra rivoluzione, che questa volta sarebbe stata proletaria.

giovedì 23 aprile 2009

Carcere di Roma, 30 novembre 1926

"Mia carissima Julca,
ricordi una delle tue ultime lettere? (Era almeno l'ultima lettera che io ho ricevuto e letto).
Mi scrivevi che noi due siamo ancora abbastanza giovani per poter sperare di veder insieme crescere i nostri bambini. Occorre che tu ricordi fortemente questo, che tu ci pensi fortemente ogni volta che pensi a me e mi associ ai bambini. Io sono sicuro che tu sarai forte e coraggiosa, come sei sempre stata. Dovrai esserlo ancora di più che nel passato, perché i bambini crescano bene e siano in tutto degni di te. Ho pensato molto, molto in questi giorni.
Ho cercato di immaginare come si svolgerà tutta la vostra vita avvenire, perché rimarrò certamente a lungo senza vostre notizie; e ho ripensato al passato, traendone ragione di forza e di fiducia infinita.
Io sono e sarò forte; ti voglio tanto bene e voglio arrivare a vedere i nostri piccoli bambini.
Carissima mia, non vorrei in alcun modo turbarti, sono un po' stanco, perché dormo pochissimo e non riesco perciò a scrivere tutto ciò che vorrei e come vorrei. Voglio farti sentire forte forte tutto il mio amore e la mia fiducia. Abbraccia tutti di casa tua; ti stringo con la più grande tenerezza insieme ai bambini.
Antonio"

Questa postata sopra è la prima delle "Lettere dal carcere" scritta da Gramsci.

Gramsci era nato ad Ales (Cagliari) il 22 gennaio 1891, quarto di sette figli.

Le Lettere (edite da Einaudi) sono per lo più indirizzate alla moglie Giulia Schucht, violinista russa, alla cognata Tatiana, ai figli, Delio e Giuliano, all'amico Piero Sraffa, professre di economia a Cambridge.

Saltando pagine intere di storia (per questo rimando a Italia Libri, nonché a Wikipedia) passo al 5 novembre 1926, giorno in cui Mussolini sciolse i partiti di opposizione e soppresse la libertà di stampa.

L'8 novembre, in violazione dell'immunità parlamentare, Gramsci venne arrestato e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Seguì un periodo di confino a Ustica.

Il processo iniziò a Roma il 28 maggio 1928.

Mussolini aveva "FASCISTIZZATO" anche la magistratura: aveva istituito il Tribunale Speciale Fascista.

Presidente era un generale, i giurati erano cinque consoli della milizia fascista, l'avvocato d'accusa e il relatore, tutti in divisa.

Gramsci era accusato di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all'odio di classe.

Il pubblico ministero Isgrò concluse la sua requisitoria con una frase rimasta famosa:
"Per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare"

E infatti il 4 giugno Gramsci fu condannato a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione.

I prossimi giorni penso di continuare a pubblicare altre lettere dal carcere.

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