domenica 4 marzo 2012

La rivoluzione come gioco


Giorgio Bassani, nasce a Bologna il 4 marzo 1916 da una famiglia della borghesia ebraica, ma trascorse l’infanzia e la giovinezza a Ferrara, destinata a divenire il cuore pulsante del suo mondo poetico. Si laureò in Lettere nel 1939 a Bologna.


In Hitler il popolo tedesco ha trovato riassunti, al di sopra di ogni schema tradizionale di divisioni classistiche, alcuni dei motivi essenziali da sempre ritornanti a definire il proprio carattere, la fisionomia del proprio ethos: il gusto della violenza, il misticismo "romantico",  la fanatica dedizione a un ordine meccanico, disumano. 


Hitler sapeva trascinare il grande industriale con l'esca dell'interesse e col ricorso al mito prediletto della supremazia tedesca nel mondo; affascinava il piccolo borghese col suo estetismo pompier, con la sua oratoria accesa e volgare, pronta sempre ad offrire, di ogni problema, la soluzione più semplicistica; piaceva all'intellettuale decadente, permeato di femmineo postnicianesimo (l'intelligencija tedesca già nel 1914 era in stato fallimentare come nessun'altra in Europa), per la sua ostentata energia virile, per il suo dichiarato disprezzo di ogni indugio morale o sentimentale, per quel suo rozzo materialismo demagogico che, nonostante tutto, pretendeva considerazione "spirituale". 


Conquistava infine anche l'operaio, facendo leva non soltanto sul suo sciovinismo non perfettamente esorcizzato, ma porgendogli, anche, delle sue rivendicazioni sociali, un'attuazione più concretamente immediata, meno utopica e intellettualistica di quanto non gliela prospettasse il programma della rivoluzione proletaria: e fosse pure nei limiti di una umiliante, paternalistica nota di concessioni padronali. [...] il nazismo non è certo la realizzazione di un genio. Hitler è effettivamente uno dei tanti [...].


Parlare di tirannide perciò non persuade. Esiste una tecnica della tirannide, esposta in classiche trattazioni. Ma il nazionalsocialismo al potere non ne tiene conto per nulla, e in questo sì che è rivoluzionario. Assolutista, il nazismo raggiunge la popolarità proprio in ragione del suo prepotere. [...] 
Il nazionalsocialismo, al contrario, non concede nessuna rivincita, sia pure formale, alle avanguardie dello Spirito. Il suo cinismo, la sua crudeltà, la sua perfidia, trovano dall'inizio tutta una orgogliosa cultura preparata a giustificarli, a farseli propri. La tirannide non presenta più il viso odioso e meschino del regime di polizia, non adopera più di soppiatto, tra impaurita e feroce, i vecchi mezzucci della sobillazione e della calunnia, ma si accampa, fanatica e violenta, con la sicurezza, l'intransigenza esclusiva di una religione messianica. [...]


Sentirsi puri, non contaminati. Il popolo tedesco ha sempre reagito alle proprie crisi con un disperato, irrazionale desiderio di purezza: e la rivolta luterana – a un livello umano e ideale ben diverso, d'accordo – rappresenta forse il primo, imponente documento storico di questo impulso innato. Sorto dopo Versaglia, il nazionalsocialismo non si è tanto imposto con la violenza alle masse, quanto piuttosto le ha trovate già pronte ad accoglierlo e ad acclamarlo. 


(La rivoluzione come gioco:   scritto nel 1944, in una Roma occupata dai tedeschi, in cui l'autore analizza quell'Europa nazista e fascista che fa da sfondo ai suoi romanzi - è inserita nel libro  Di là dal cuore- ed. Mondadori)





venerdì 2 marzo 2012

Oggi, il giorno dopo

Non sempre si prova qualcosa quando muore qualcuno. Spesso è l'incredulità ad annullare l'emozione.
Il cuore rimane con i suoi battiti, lo stordimento è nel cervello.
Qualcosa dentro nega l'evidenza, come un bisogno di buttare via qualcosa che fa male.
Più tardi ci si sveglia, di solito.

Fra le tante pagine scritte su Lucio Dalla ricopio questa da Diritto di Cronaca 
Scritto da Redazione il 2 marzo 2012 in Cultura - di Virgilio Bartolucci


“Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò”, sarebbe bello iniziarlo così questo articolo, come se fosse qualcosa di più caldo e intimo di un freddo pezzo giornalistico, proprio come fosse una lettera ad un amico carissimo, che, lontano, non può sentire. Eppure c’è la cronaca da cui non si può prescindere.


Perché Lucio Dalla non ce l’ha fatta a vedere il suo 4 marzo – il giorno del suo 69 esimo compleanno, a cui aveva dedicato una delle sue canzoni più famose “4/3/1943” ( “dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare, parlava un’altra lingua, però, sapeva amare…” ) – Lucio Dalla è morto, stroncato da un infarto.


Il suo cuore ha smesso di battere lontano dalla sua Bologna, mentre si trovava in tour, a Montreux in Svizzera. C’è sempre qualcosa di profondamente ingiusto e di molto triste quando muore un cantautore, un musicista, un poeta, un artista. È ingiusto non poter ascoltare un altro capolavoro, non poter seguire con gli occhi della mente un’altra storia ed appropriarsene modellandola sulle pieghe della nostra vita.


Con Lucio Dalla se ne va una voce capace di toccare le corde dell’intimo e dell’emozione con una raffinatezza e uno stile inconfondibile. E’ difficile dire addio all’atmosfera della sua musica, a quei testi minimali, quelle piccole storie di vita radicate in una profondità a tratti impercettibile, leggera, vera. Perché la musica di Lucio Dalla è di tutti, come un monumento che siamo abituati ad avere sotto gli occhi e di cui per abitudine, a volte, ci sfugge la grandezza.


La sua morte è stata accolta da un fiume di dispiacere in cui scorrono in tanti: da Pupi Avati, a Vasco Rossi, da Jovanotti, a Morandi, agli Stadio, passando per la sua Bologna, fino a Celentano e a moltissimi altri. Mentre De Gregori sceglie il silenzio, come anche Ron, con cui Dalla ha avuto un legame fortissimo. Ed è per questo che in mezzo a tanti amici, a tanti che lo hanno conosciuto, a quanti lo vogliono raccontare, spiegare, con trasmissioni che lo incoronano, critici che ne analizzano le qualità artistiche, con Vespa che ricorda la sua fede e devozione per Giovanni Paolo II; tutti ci possiamo permettere, se non altro, di parlare di quel tesoro di emozioni che ci ha lasciato.


Ricordi di un vecchio Juke box di provincia, dal quale, con duecento lire potevi ascoltare, ancora sul finire degli anni ’80, “se fossi un Angelo” o la stessa “Caruso”.


Una canzone di Lucio Dalla ha qualcosa di immortale. Sfida il tempo, irride fatti e polemiche di una quotidianità amara che si rincorre e passa, per fissare un ricordo struggente, a tratti venato di un sentimento che lui non amava, La malinconia. E profonda è la nostalgia per quella figura di omino strambo, buffo, di cui a volte si percepiva la tristezza, ma che amava essere il giullare di sé stesso e sfidare il ridicolo, per lasciarlo, poi, in dono ai poveri di spirito.


Un vero artista bohemien. Il clochard di “Piazza Grande” che diventato ricchissimo, però, non è mai stato avido ed ha vissuto il suo successo restando sé stesso. Un uomo in grado di selezionare e prendere le distanze dai riflettori di un mondo fatto per lo più di presunte star e canzoni commerciali dimenticate dopo un mese. Un mondo abitato dall’onnipresenza da personaggi di chiara fama e di dubbio talento.


Non era questo Dalla. Ma un genio vero, puro. Che necessitava di una sua dimensione reale e insondabile da cui attingere a piene mani per regalare attimi di poesia.


Fuori dal palco teneva la scena in maniera ambivalente: introverso, a tratti schivo e impacciato, imbronciato se non si sentiva a suo agio, impossibile da piegare alla necessità della diretta; come pure, al contrario, un divertentissimo incantatore, un amabile interlocutore, addirittura, se messo nelle condizioni giuste, un istrionico mattatore.


Una persona con le sue debolezze: prima fra tutte la non accettazione del suo aspetto fisico, che aveva poi trasformato in un punto di forza. Un uomo che aveva conosciuto grandi sofferenze, anche per la sua omosessualità, mai nascosta, ma difficile da far accettare all’Italia moralista e perbenista dell’epopea democristiana. Difficoltà e sofferenze di esordi difficili che, pero’, non ne hanno mai fatto un professionista dal lamento e la lacrima facile.


Un anticonformista assoluto, un artista di una grandezza che, forse, ancora oggi, dopo aver superato i confini nazionali, non è stata compresa del tutto e che ritroviamo nei suoi testi.


Parole ricercate, dolci come il miele, a volte ironiche e giocose, altre, sferzanti e senza appello. Mai ideologiche, sempre legate ad un vissuto, sempre evocative di qualcosa d’altro e di più rispetto al significato letterale. Un senso ultimo quasi metafisico e per questo, paradossalmente, popolare.


Difficile riassumere le tappe di una carriera lunga quasi 50 anni. Divisa tra periodo beat degli inizi e l’incontro con la poesia di Roversi. Il successo dei ’70 – ’80. Con lo storico tour, “Banana Republic”, assieme a Francesco De Gregori, nel 1979; e il successo di “Caruso”, del 1986, che secondo molti segna lo spartiacque della sua carriera. Da quel momento Dalla cambia registro e secondo molti non in meglio, peggiorando nella qualità dei testi e inaugurando una fase di leggerezza estrema e contaminazioni di livello più basso rispetto alla produzione precedente.


Dalla, in realtà, si dirige verso una sperimentazione continua, che lo porterà ad abbracciare anche la musica classica. Sempre più alla ricerca di una libertà che gli altri bollano come declino, forse, solo perché ai miti non è concesso di cambiare.


È stato un eccellente scopritore di talenti e, fino all’ultimo – lo scorso San Remo -un padre artistico senza eguali. A lui in tanti devono troppo: Luca Carboni, Ron, gli Stadio, Paolo Belli, Samuele Bersani, solo per ricordarne alcuni. Giovani artisti su cui non avrebbe scommesso nessuno. Nessuno tranne Lucio Dalla, che forse in quei giovani ha rivisto sé stesso e le stesse difficoltà degli esordi. Senza parlare dei grandi che ha aiutato a riemergere. Primo fra tutti proprio il De Gregori di “Banana Republic”, che dopo il processo “proletario”, subito in un drammatico concerto, non voleva più esibirsi. Un artista ferito e impaurito, ma che con Dalla torna a vivere. Per non parlare di Gianni Morandi, col quale Dalla si sdebiterà per l’aiuto ricevuto tanti anni prima, quando il “ragazzo che amava i Beatles e i Rollin’Stones” era all’apice della carriera e Dalla era visto come un brutto anatroccolo. Anni dopo, a parti invertite, Dalla riuscirà a far risorgere Morandi caduto nella spirale dell’oblio, donandogli una luce nuova.


Uomo senza eta’, Lucio Dalla, inguaribile giullare e artista difficile da racchiudere in una definizione, in uno schema, assolutamente un purosangue. Musicista vero, persona coltissima, amato e corteggiato dai potenti, da Agnelli, a Berlinguer, da Craxi, a Berlusconi, con cui lui – da sempre del PCI -, certo, non condivideva il credo politico.


E pur conoscendo e frequentando i potenti, allo stesso tempo, non ha mai smesso di unire i piani, di vivere tra la gente. Non si è mai negato al pubblico, né all’abbraccio di un ammiratore per la strada. Un artista di fama internazionale, che, in segreto, andava a incontrare i bimbi down per passare con loro la giornata.


Una figura che ha attraversato il bello e il brutto della musica leggera italiana. Dalla che non ha mai amato San Remo. Era lui il vicino di stanza la notte che Tenco decise di farla finita e il giorno dopo non voleva salire sul palco. Doveva cantare il brano dal titolo “bisogna saper perdere”, una tragica coincidenza.


Un uomo senza famiglia, la cui solitudine si poteva solo intuire, nonostante i tanti amici e il grande amore per gli artisti. Perché Dalla era capace di prendere un gruppo di musicisti per strada e di farli suonare in concerto con lui.


Vero bohémien, visse veramente come il clochard di “Piazza Grande”, o come quelli più negativi di “com’e’ profondo il mare”, consapevoli di essere lo specchio di quello che non va: “ci nascondiamo di notte. Per paura degli automobilisti, degli inotipisti, siamo i gatti neri, siamo i pessimisti, siamo i cattivi pensieri e non abbiamo da mangiare. Una visione, quella degli ultimi, che spesso è presente nei suoi testi. Un musicista che traeva la scintilla artistica improvvisamente, da quel qualcosa in più che nessuno sa come nasca e che l’epistemologia chiama contesto della scoperta, tanto per dare un nome all'inspiegabile.


Dalla era ispirazione pura. Quel capolavoro che è “Caruso”, probabilmente, la canzone italiana piu’ tradotta e cantata di sempre, la scrive a Sorrento, nell’albergo dove lo stesso Caruso soggiorno’ poco prima di morire. La barca su cui stava viaggiando Dalla ha un guasto, portato a riva, gli venne data la stanza del compositore. E lì, di fronte a quel panorama, il cantautore ha saputo trasporre in musica e poesia l’emozione provata immaginando il dolore di un emigrante, che doveva lasciare la meraviglia della sua terra per un viaggio di speranza a bordo di un bastimento in procinto di salpare per l’America.


Un artista capace di suonare con Chet Baker e Arbore, con Pavarotti e Gigi D’Alessio, con Morandi e De Gregori, con Ron e gli Stadio solo per dirne alcuni. Sempre propositivo e collaborativo, mai geloso, mai chiuso in difesa del suo successo. Grande di una grandezza senza invidia, che sa donare.


Lucio Dalla se n’è andato lasciando una serie di canzoni, che, a ricordarne solo alcune, si ha l’impressione di fare torto alle altre. Ma come dimenticare l’affresco di due giovani innamorati, come “Anna e Marco”, o la grazia della danza contrapposta a violenza e volgarità di “Balla balla ballerino”. Oppure, la surreale prostituta di “Disperato Erotico Stomp”. Il discorso con Dio di “Se io fossi un angelo”.


Se ne e’ andato in silenzio, Lucio Dalla, senza clamore, come recita la frase finale de “L’anno che verrà”: “e senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi, o i cretini d’ogni età”.


Grazie di tutto

E' già marzo





E la primavera appare nel bel giardino,
simile al sentimento d'amore ovunque sentito;
e ogni fiore ed erba sull'oscuro petto della Terra
si sveglia dai sogni del suo riposo invernale.
Il bucaneve e poi la viola
si levarono dal suolo umido di tiepida pioggia,
e il loro respiro si confondeva col dolce odore 
che emanava dalle zolle come la voce con lo strumento

(Percy Bysshe Shelley)


mercoledì 29 febbraio 2012

Sai cosa sarò io per te?







Sai cosa sarò io per te? Sarò sempre quel piccolissimo particolare che ogni tanto scorgerai nell’aria, nelle cose che guardi, nella loro bellezza, quel dettaglio emotivo che ti viene incontro. 


L’attimo che ti innamora l’anima per l’inquadratura di un tramonto, unico, imprevisto, che torna in mente all'improvviso. Il diversivo, il tempo di un sorriso quasi inatteso che ti confonde i respiri, il dejà vu, la sponda di un sogno.

Le storie finiscono mentre quel piccolo particolare, quel quasi niente, mi farà restare con te... per sempre.  

(Massimo Bisotti - Il quadro mai dipinto) 

martedì 28 febbraio 2012

Perplessità

Ultimamente mi sono invaghita di una scrittrice scoperta così per caso in libreria l'anno scorso:
Penelope Lively . Credo di avere letto ormai tutti i libri che ha scritto finora.


Me ne rimane purtroppo solo uno, ormai  oltre la metà.
Si intitola "Amori imprevisti di un rispettabile biografo" - Ed. Guanda.






Ecco che a pagina 132, mi imbatto in queste parole:

"... Mark rimase fermo per un attimo, la mente inondata da riflessioni concomitanti: il piacere che si ricava da un paesaggio deriva da quel che si vede? I bambini trovano che il mondo sia bello prima che gli adulti dicano loro che lo è o soltanto dopo?

E' mai possibile guardare una qualsiasi cosa, superati i quattro anni, senza che le proprie nozioni interferiscano con quel che si osserva?..."


E non so cosa rispondere a me stessa, a mia volta catapultata in questo pensiero.


Lascio quindi qui questa domanda, in attesa che qualche blogger gentile  possa illuminarmi.


Immagine presa dal web 



lunedì 27 febbraio 2012

Il blog di Tonino: L'Italia del 1931

Il blog di Tonino: L'Italia del 1931



L'Italia del 1931


Questo post è stato scritto da Tonino su Il blog di Tonino, scoperto per caso e per fortuna, proprio stasera.
Il link è all'inizio


"Nel 1931, quando sono venuto al mondo, se avessi subito potuto guardarmi attorno, avrei visto il seguente panorama.


L’Italia con circa 41 milioni di abitanti. Attivi il 44,4%, di cui il 51,7% in Agricoltura, il 26,3% nell’Industria e il 22% nei Servizi.


Il prodotto interno lordo era così ripartito: agricoltura il 38,3%, industria il 25,1%, terziario il 24,3%, del quale il 12,3% nell’amministrazione pubblica.


Nella popolazione quelli che lavoravano erano 18.212.000 ed i non attivi erano 22.831.000.


La paga mensile era circa:
contadino £. 90, 
operaio £. 200, 
impiegato £. 270, 
ragioniere £.350, 
alto dirigente da 900 a 1000 £.


L’Italia toccò in quest’anno e nel seguente il punto più basso della crisi economica del ’29, scatenata dall’alta finanza USA, con uno dei maggiori tributi mondiali, imposti dal Regime, come da questi pochi cenni:
crollo dei titoli azionari del 40%, 
l’agricoltura perde l’11%, 
l’industria manifatturiera il 15%, 
la disoccupazione sale ad un milione di unità, 
i fallimenti sono 14.000. 


Questo il prezzo del “risanamento” delle banche e .. dei banchieri: 
le imposte passano in 8 anni da 12 a 21 miliardi di lire,
il pane al costo di 2 £/kg ha 60 cent. di tasse e più ancora per sale e zucchero che su 7,45 £/kg ben 5.32 sono di tassa governativa. 
falliscono le banche di Stato austriaca e tedesca. 
Gli USA “esigono” il pagamento dei debiti.


E’ un quadro che stiamo rivivendo oggi, nel 2012. Allora pagarono quasi solamente quelli di sempre, come oggi.


Da allora, nel ’31, alla fine della guerra, furono anni di sofferenze, di dittature, di rivincite colonialiste e cinque di guerra mondiale con 60 milioni di morti ed infinite stragi bestiali, distruzioni, rovine e fame fino al capolinea, nel 1945."


A me sembra interessante, e non solo come quadro storico.
Grazie a Tonino.

Di nuovo lunedì? Tempo di aforismi ...


  • I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna considerarli come le loro azioni più serie.


       Michel De Montaigne





  • Circo: Luogo in cui è consentito a cavalli, ponies ed elefanti di vedere uomini, donne e bambini fare i pagliacci.


       Ambrose Gwinett Bierce



  • Tutta la natura sussurra i suoi segreti a noi attraverso i suoi suoni. I suoni che erano precedentemente incomprensibili alla nostra anima, ora si trasformano nella lingua espressiva della natura.


      Rudolf Steiner


L'immagine è presa dal web.

domenica 26 febbraio 2012

PRESCRITTO...

PRESCRITTO... - Cadoinpiedi:

Il tribunale di Milano ha prosciolto "per prescrizione" Silvio Berlusconi imputato con l'accusa di corruzione in atti giudiziari al processo Mills. Ecco la cronologia del caso Mills ...

Segue cliccando sul link sopra di Cadoinpiedi.
Da qui invece un articolo di Domenico Gallo

Berlusconi si e' prescritto con le sue maniLa sentenza che ha dichiarato non doversi procedere per essere prescritto il reato di corruzione dell' avv.Mills, testimone chiave in altri processi, Silvio Berlusconi se l'è proprio meritata.  


Si può dire che l'ha scritta lui con le sue mani, com'è già avvenuto il 30 gennaio 2008 con il proscioglimento per il reato di falso in bilancio, che Berlusconi in modo lungimirante aveva fatto sostanzialmente depenalizzare nel 2002. 


Anche questo proscioglimento è frutto delle sue fatiche e del lavoro indefesso dei suoi sarti in Parlamento. 


In verità molti serventi in Parlamento si sono attivati per salvare il cavaliere dall'onta di dover rendere conto alla giustizia di quei fatti che il codice penale, per la generalità dei cittadini, considera reati. 


Il merito principale spetta alla legge ex Cirielli del 2005, con la quale la durata della prescrizione dei reati è stata ridotta per le persone per bene ed allungata per le persone per male. Però il testimone giudiziario, avv. Mills, è stato condannato in primo grado ed in appello per essersi fatto corrompere dai soldi di Berlusconi e la Cassazione, pur dichiarando la prescrizione, ha confermato la condanna del corrotto al risarcimento dei danni, in tal modo risultando definitivamente accertato che la corruzione era avvenuta.


Pertanto la prescrizione breve non bastava per salvare Berlusconi, coimputato con l'avv. Mills nel medesimo processo. Sono state necessarie ulteriori fatiche. Dopo che la Corte Costituzionale ha cassato, nel 2004, il c.d. lodo Schifani, che assicurava l'immunità del Presidente del Consiglio più amato dagli italiani, è stato necessario far confezionare al sarto Alfano un altro abito di impunità per il Presidente (il lodo Alfano), che è stato realizzato a tempo di record ed è entrato in vigore nell'agosto del 2008, giusto in tempo per ottenere lo stralcio della posizione di Berlusconi dal processo a carico dell'avv. Mills che si stava avviando alla conclusione dinanzi al Tribunale di Milano. 


Quando anche il secondo abito è stato stracciato da una Corte Costituzionale impenitente, nell'ottobre del 2009, Berlusconi ha perso le staffe di fronte a tanta mala creanza ed ha ordinato ai suoi sarti di correre ai ripari. Poiché i vestiti non si potevano più confezionare, sono state inventate delle braghe di tela, chiamate legittimo impedimento che impedivano ai magistrati di andare avanti con i processi per non far perdere tempo al Presidente del Consiglio, impegnato - sappiamo come - nella conduzione degli affari di Stato.


Quando, infine, con perseveranza diabolica, la Corte Costituzionale, nel gennaio 2011, ha neutralizzato anche il legittimo impedimento, allora non c'è stato più niente da fare, e Berlusconi è stato costretto ad andare in Tribunale, ma ormai era troppo tardi. Non era mai capitato nella storia d'Italia che un imputato faticasse tanto per sottrarsi alle grinfie della legge, fino al punto da dover cambiare ripetutamente le leggi penali e la procedura penale in sintonia con le sue esigenze processuali di impunità. E' stata una fatica di Sisifo, però ne è valsa la pena. Oggi Berlusconi ben può dire di averla scritta, questa sentenza, con le sue mani. 

sabato 25 febbraio 2012

Ripropongo un vecchio post


Giuseppe Fanciulli (1881 - 1951) fu non solo un poeta ed un pedagogista, ma anche autore di libri per ragazzi.


Ne ho scoperto uno che è - per me - molto dolce e poetico, si intitola Lisa-Betta.


Propongo qui alcune frasi che mi hanno colpito in particolare:




"Tutto il cielo è popolato di stelle. Sono le stelle piccolissime e immense. Sono punti di un ricamo luminoso che scintillano su un velluto cupo, che tramano su un velo diafano, che impallidiscono su una seta cilestrina. Sono lucciole erranti per prati infinitamente vasti, con un palpito continuo, mai stanco. " 


Scrivendo del vento:


"Arrivò di colpo dietro la siepe e la passò con un salto: nessuno l'aveva mai visto venire, nessuno lo vedeva, ed era da per tutto. Era più basso sull'erba, che si piegava e si alzava in strisce di un verde pallido quasi cinerino; più giù ancora nella conca bruna dello stagno, che si apriva e si allargava. Era in alto, lungo i lini bianchi, appena lavati e messi sulla fune; più in alto ancora, tra i ciuffi degli alberi, tremanti in ogni foglia." (pag. 18)




"Gli abeti nel dolce tepore trasudano resina; e si diffonde la fragranza di quel respiro, lontano: sola di nuovo canta la fonte, nell'infinita pace meridiana." (pag. 37)




"Il fiume guarda lontano, e già vede la fine del lungo viaggio; una striscia azzurra chiude la via, la rompe per sempre: il mare, il mare! (pag. 47)


(Giuseppe Fanciulli "Lisa-Betta" S.E.I. Torino)


Questo romanzo per ragazzi ottenne il Premio Viareggio 1932 (grande mefaglia d'oro del Ministero dell'educazione nazionale), S.E.I., Torino, 1932.



Immagine presa da qui




venerdì 24 febbraio 2012

Si sta facendo sempre più tardi





"Coloro che, nella storia dell'umanità, hanno capito e dimostrato qual è quel globulo che trasporta l'anima sono gli artisti e i mistici. 


Un artista sa che in uno dei suoi libri di mille pagine, per esempio la "Recherche" di Proust o la "Divina Commedia" di Dante, c'è una parola sola che è quel globulo, che trasporta la sua anima: e tutto il resto può essere buttato"


Antonio Tabucchi - Si sta facendo sempre più tardi - ed. Feltrinelli


Per chi non avesse  letto il libro, qui, sul sito de La Feltrinelli, c'è la scheda



giovedì 23 febbraio 2012

mercoledì 22 febbraio 2012

Ancora a proposito del Tempo




Da una pagina letta di recente su un libro di Penelope Lively:


"Non è il fatto di invecchiare, nè le passioni che si smorzano..." 


Ma l'età e invecchiare producono un'enorme confusione, rifletteva Stella. Una situazione anarchica, un mondo alla Lewis Carroll in cui, come Alice, non hai la minima idea di dove sei nè di chi sei.
(...)
La realtà è misteriosamente affine all'infanzia, che è un continuo presente. Si scivola da un giorno nell'altro, ma ci si porta appresso un carico di riferimenti che ci fa volare in ogni direzione, liberi nel tempo e nello spazio, allora e altrove e contemporaneamente ora e qui ..."


Appunti per uno studio del cuore umano di Penelope Lively - ed. Guanda.


E cosa ne pensa Charlies Schulz 




lunedì 20 febbraio 2012

Siamo tutti Pulcinella?


Siamo tutti Pulcinella?


"La maschera non si toglie, al più si alza" diceva Eduardo De Filippo


Ma il titolo trovato sul Corriere del 12 febbraio scorso è:


Un Carnevale senza Arlecchino 
Così spariscono le vecchie maschere 
(è un articolo di Armando Torno)


C'è un appello di Pupi Mazzucco, anima intramontabile del teatro dei burattini, già autore di Macario. È dedicato alle maschere storiche italiane. Stanno sparendo. Chi riconosce Gianduja di Torino o il Marchese di Genova? Per capire chi sia Meneghino di Milano o Stenterello di Firenze in troppi cercano la soluzione sul computer.
(...)
Resistono all'anonimato, forse perché si sono rifugiati nell'immaginario collettivo, Arlecchino e Pulcinella. Probabilmente devono la loro salvezza ai costumi politici attuali (sia chiaro: non solo italiani!). C'è sempre un'occasione per ricordarli. Ma la cultura popolare è in agonia; anzi, forse ha già tirato le cuoia. Conclusione? Non c'è più il Carnevale di una volta.


Le "nostre" maschere
                     
Eppure le maschere realizzarono, esasperando tendenze e desideri sino alla comicità, l'unico vero federalismo che abbia conosciuto il Belpaese: quello dei costumi. Siamo diversi nelle apparenze, ma ridiamo e godiamo alla stessa maniera. 


E ridere - lo sottolineava un filosofo come Henri Bergson - è utile per mettere sotto controllo i difetti. Le maschere delle tradizioni svolgevano questa funzione nell'intero Paese, raccogliendo lazzi e frizzi all'ombra di ogni campanile. Ma probabilmente anche la comicità ha cambiato natura, aiutata prima dalla televisione e poi dalla rete. E oggi si ride per motivi che sino a non molto tempo fa avrebbero fatto piangere.




Dove sono finite le nostre maschere? I negozi, giustamente, si adeguano alle richieste. Se nessuno desidera indossare le sembianze del bolognese Balanzone, con il suo latino maccheronico e le citazioni dotte e strampalate, ne fanno a meno. Offrono quelle strillate dai video del momento o le cinesi che, a prezzi stracciati, scimmiottano i tratti del capitano Schettino o di qualche signorina di larghe vedute morali che ha reso effervescenti le cronache politiche del precedente governo italiano. I loro profili si ritrovano nelle sfilate dei carri di Carnevale, organizzate solo per motivi turistici. Per ridere - ammettiamolo - la fantasia desidera faticare sempre meno. Forse è stanca. O demotivata.


Eppure la maschera - dal latino medievale mascha - è il finto volto che si indossava per liberarsi dalle convenzioni. Il Carnevale era il giorno in cui, scherzando, si potevano almeno proferire alcune verità. In tempi recenti questo travestimento del viso si è rivelato superfluo. 


Più o meno un secolo fa, al tempo di Luigi Pirandello, maschere veneziane come Pantalone o Colombina e tante altre cominciarono a ritirarsi lentamente incalzate da una dilagante "crisi dell'io". Sono rimaste ancora per decenni nei negozi, nei giorni di Carnevale, ma hanno smesso di riflettere la società che le aveva generate. L'uomo - notò proprio Pirandello - non può capire gli altri, meno che mai se stesso: ognuno vive portando - consapevolmente o no - appunto una maschera. Se la tiene fissa, ogni giorno dell'anno, e dietro essa si muovono innumerevoli personalità diverse e inconoscibili.


Arlecchino
L'appello di Pupi Mazzucco, raccolto dalle cronache de «Il Secolo XIX» di ieri, per rivalutare le tradizioni del Carnevale, è un atto eroico in un mondo dove contano soltanto bilanci e comunicazione. Pulcinella, che si inchina a destra e a sinistra, da oltre due millenni mostra l'indole del servo: per questo ha ancora spazio per esibirsi. (...)
Arlecchino, invece, pur avendo in tempi recenti interpreti quali Marcello Moretti o Ferruccio Soleri (quest'ultimo ne veste i panni da mezzo secolo), si è moltiplicato come i pezzi del suo abito. È finito dappertutto. Frequenta ancora il Carnevale? Per ora è presente anche nei laboratori.
(...)
Senza dimenticare che Arlecchino è un po' sciocco. E un po' demoniaco.


Armando Torno

E' lunedì. Aforismi!


Se dovessi ricominciare a vivere la mia vita, adotterei come regola quella di leggere della poesia e di ascoltare della musica almeno una volta alla settimana, poiché, forse le parti del mio cervello ora atrofizzate sarebbero mantenute attive dall'uso.
Carl Larlsson
Charles Darwin              








Chi si consegna alla natura non ha bisogno dell'inconoscibile, del soprannaturale, per poter provar rispetto; c'è soltanto un miracolo per lui, ed è che tutto su questa terra, incluse le massime fioriture della vita, si sia semplicemente formato senza miracoli nel senso convenzionale della parola.
Konrad Lorenz




Il guaito di un cucciolo preso a calci per malvagità è molto diverso dal pianto di un bambino?
Dino Buzzati

domenica 19 febbraio 2012

Un uomo che dice NO

Il 5 febbraio scorso è uscito un articolo di di Roberto Escobar, su il Sole 24 Ore, relativo a Albert Camus.
Purtroppo, non l'ho salvato al momento e ora non sono in grado di rintracciarlo.
Era un approfondimento che mi era piaciuto molto. Oggi, nel cercarlo, mi sono tuttavia imbattuta in questo altrettanto valido articolo.


Fonte: Albert Camus, l’uomo in rivolta | STAMPA LIBERA:

"Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no". E’ questo l’incipit dell’opera che ha segnato il definitivo distacco fra Albert Camus e Sartre. "L’uomo in rivolta" – edito per la prima volta da Gallimard, nel 1951 – è sicuramente il libro più attuale dello scrittore algerino.
Dal cartesiano “cogito ergo sum” – attraverso una feroce disanima dei processi storico-sociologici che portano l’Individuo a rivoltarsi contro l’ordine costituito, come contro Dio e i suoi feticci – Camus approda a "mi rivolto, dunque siamo"
Nell'esperienza assurda la sofferenza è individuale – scrive l’autore. – A principiare dal moto di rivolta, essa ha coscienza di essere collettiva, è avventura di tutti".


Albert Camus

Nato come continuazione de "Il mito di Sisifo", nell’opera "L’Homme révolté" Camus passa in rassegna tutti quegli uomini che, nel corso della Storia, hanno superato le soglie della rivolta individualista, trasformando – nel bene e nel male – la propria battaglia personale in una lotta di popolo: Louis Antoine de Saint-Just, Michail Bakunin, Max Stirner, Sergej Necaev, Vladimir Ilyich Lenin , Joseph Stalin, ma anche Ernst Junger, Adolf Hitler e Benito Mussolini. Su tutti, però, sovrasta il pensiero di Nietzsche, una presenza costante, fino all’ultimo capitolo.

La critica al totalitarismo sovietico – attuata da Camus – gli alienerà la simpatia di Sartre e dei suoi accoliti.
In anticipo sui tempi, l’autore algerino comprese che, benché le rivoluzioni, attuate nel corso del '900, partissero da una effettiva esigenza di cambiamento delle condizioni di schiavismo in cui versava gran parte dell’umanità, queste si trasformarono in un ulteriore sfruttamento dell’uomo sull'uomo.

"La manifestazione pseudo-rivoluzionaria – scrive Camus – possiede ora la sua formula: bisogna uccidere ogni libertà. Il cammino dell’unità passa allora per la totalità". Ecco qui riassunta la differenza fra rivolta e rivoluzione. E ancora: 

"Non appena la rivolta, dimentica delle sue generose origini, si lascia contaminare dal risentimento, nega la vita, corre alla distruzione e fa alzare la coorte ghignante di quei piccoli ribelli, seme di schiavi, che finiscono per offrirsi, oggi, su tutti i mercati d’Europa, a qualsiasi servitù".


Così come l’utopia marxista venne distorta e trasformata in mera lotta nichilistica per l’affermazione assoluta di sé, arrivando all’idolatria della figura del capo, parimenti, la lotta intrapresa dai movimenti fascisti europei portò ai medesimi risultati. Un ragionamento comprensibilissimo, se visto nella prospettiva camusiana della rivolta collettiva tesa al raggiungimento della liberazione, fisica e culturale, dell’Uomo.

Certamente, il procedere filosofico seguito da Camus, nell’analisi dei processi storici, è viziato dal retroterra culturale profondamente libertario dell’autore. Un libertarismo avulso tanto dalla rivolta nichilista di Stirner, quanto dal ribellismo jungeriano, benché, a tratti, si possano individuare diverse affinità.

sabato 18 febbraio 2012

La prudenza non è mai troppa


Sto ricevendo da questa mattina alcune mail da amici e blogger davvero gentili tutte quante contenenti lo stesso scritto, questo:






"Dire a tutti i contatti della tua lista, di non accettare il contatto peteivan@hotmail..com, non è un video di Bush. IN REALTA' si tratta di un hacker, formatta il computer, ti cancella i contatti e ti toglie la password alla posta elettronica.


ATTENZIONE, se i tuoi contatti lo accettano, pure tu lo prenderai, così invia il messaggio urgentemente a tutti.URGENTISSIMO!
PER FAVORE, INVIA QUESTO AVVISO A TUTTI I TUOI CONTATTI!!!


Nei prossimi giorni devi stare attento: Non aprire nessun messaggio con un allegato chiamato:
Invito, indipendentemente da chi te lo invia. E' un virus che BRUCIA tutto l'hard disk del computer.


Questo virus verrà da una persona conosciuta che ti aveva nei contatti. E' per questo che devi inviare questo messaggio ai tuoi contatti..
E' preferibile ricevere questo messaggio 25 volte che ricevere il virus e aprirlo. Se ricevi il messaggio chiamato:
Invito, anche se è inviato da un amico, non aprirlo e spegni subito il computer. E' il peggior virus annunciato dalla CNN.. 


'Un nuovo virus è stato scoperto recentemente ed è stato classificato da Microsoft come il virus più distruttivo che sia MAI esistito. Questo virus è stato scoperto ieri pomeriggio dalla Mc Afee e non c'è rimedio contro questa classe di virus. Questo virus distrugge semplicemente il Settore Zero dell'Hard Disk, dove le informazioni vitali della sua funzione vengono conservate.
INVIA QUESTA E-MAIL A CHI CONOSCI. COPIA QUESTO TESTO E INVIALO A TUTTI I TUOI AMICI.
RICORDA: SE LO INVII A LORO, BENEFICI TUTTI..


Devo aggiungere che, non essendo esperta di informatica, sono andata a cercare notizie su questo virus.


Leggendo alcuni siti, sembra sia una bufala che circola dal 1994.


Ne cito uno solo http://www.mvnetwork.it/le-bufale/il-solito-bufalo-virus.php


Ringrazio comunque tutti per avermelo segnalato.



Seconda comunicazione di servizio per togliere il CAPTCHA

Proseguo il post di ieri per sopperire ad alcune difficoltà nel togliere il verifica-parole:

Nella nuova interfaccia MANCA la possibilità di disattivare la funzione captcha che pure c'era prima.

Quindi,  prima tornare all'interfaccia classica e poi seguire il percorso bacheca-impostazioni-commenti e togliere il "No" nell'opzione "Mostra la verifica parole per i commenti".






L'immagine, presa dalla rete, non è molto definita, ma spero possa aiutare chi intende togliere  l'impossibile Verifica-parole.

venerdì 17 febbraio 2012

CUMUNICAZIONE DI SERVIZIO: la nuova verifica parol...

il linkazzo del skritore: CUMUNICAZIONE DI SERVIZIO: la nuova verifica parol...:


BASTAAAAA!!!! Cari Amici e Amiche: da tempo ero sul piede di guerra contro l’escrementizia “verifica parole”, che non solo era disagevole e antipatica per tutti, ma soprattutto rappresentava un ostacolo odioso e insormontabile per i naviganti ciechi o ipovedenti (che ESISTONO e se ne sono lamentati più volte: possibile che non basti un simile argomento??!!!!). Ma davanti alla nuova versione, schifosa e imbecille (la stupida e irriguardosa scritta “dimostra di non essere un robot” – ma come si permettono? – seguita da parola DOPPIA e spesso difficilissima da decifrare, roba da cavarsi gli occhi e perdere un quarto d’ora per ripetere l’operazione sei volte) PREGO IN GINOCCHIO TUTTI I MIEI AMICI BLOGGERS CHE ANCORA CE L’HANNO DI LEVARE QUESTA ORRENDA COSA!!!! Piuttosto, se siete sotto il tiro di bastardi vigliacchi trolls figli d’una troll, ricorrete alla MODERAZIONE, mentre per quanto riguarda lo spamming il nuovo sistema antispam mi sembra alquanto efficace (e comunque spalettare via uno stronzo di spammer – o lasciarlo anche lì, ché tanto non se li caga nessuno! – è sempre meglio che obbligare decine di nostri lettori e commentatori a sorbirsi un tale supplizio!

Vi prego altresì di far notare il disagio, OGNI VOLTA, laddove lo troviate in veste di commentatori, senza paura di sembrare rompiscatole. In realtà potreste fare un gradito piacere: spesso chi è blogger da poco tempo ce l’ha in automatico senza aver modo di saperlo, poiché quando commenti sul tuo stesso blog la stronzaccia cosa a te non appare!!

Come fare: una volta effettuato l’accesso, cliccare su OPZIONI BLOGGER (simbolo dell’ingranaggio in alto a destra) quindi selezionare dal menu a tendina VECCHIA INTERFACCIA DI BLOGGER, dopodiché andare su IMPOSTAZIONI, poi su COMMENTI, mettere la spunta NO all’opzione “Mostra la verifica parole per i commenti” e infine SALVARE il tutto.
Per queste ultime indicazioni, ringrazio l’amico LeNny di Sfrenzy Channel.

Partorito da Zio Scriba a 15:28 .



Anche sul blog di Kylie troverete espresso il medesimo disagio che è anche il mio, ovviamente.



Passate parola!!!

Settant'anni fa ...




Fonte: Gazzettino.it


Su Il Gazzettino.it  di ieri ho trovato un articolo su un film che in pochi credo, siamo riusciti a dimenticare:
Casablanca.
L'articolo è di Leonardo Jattarelli e inizia così:


"Settant’anni fa nasceva Casablanca. Ma è forse possibile datare il film capolavoro di Michael Curtiz con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman? L’attualità della trama ma soprattutto delle tematiche che riempiono la pellicola vincitrice di tre Oscar, rendono questo gioiello della cinematografia di tutti i tempi uno specchio fedele di come gira il mondo ancora oggi. 


C’è la guerra (il film viene girato nel ’42 mentre infuria il secondo conflitto mondiale) con l’espatriato americano Rick Blaine confinato in Marocco nella cosiddetta Francia non occupata governata dal regime di Vichy; c’è la clandestinità, dunque il bisogno impellente di tornare alla libertà, verso Lisbona e da lì negli Usa se solo si riuscisse ad avere una lettera di transito. 


C’è il razzismo, l’incubo della deportazione e ovviamente l’amore. 




La storia del Rick’s Cafè American di Casablanca, delle avventure e delle passioni che lo abitano diventa dunque un affresco eterno, come eterno è il motivo As Time Goes By. 


Per l’occasione abbiamo voluto che a guidarci in un racconto rievocazione dove ogni particolare risponde a verità spulciate in libri e documenti, sia Dooley Wilson, l’interprete di Sam. Casablanca e l’uomo nero; un pizzico di fantasia e la magia del cinema."


Consiglio di contnuare a leggere questo articolo che prosegue con le parole di Dooley Wilson, l’interprete di Sam, cliccando sul link sopra riportato



giovedì 16 febbraio 2012

Nella piazza di San Petronio










Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,
e il colle sopra bianco di neve ride.


È l'ora soave che il sol morituro saluta
le torri e 'l tempio, divo Petronio, tuo;


le torri i cui merli tant'ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.


Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;
e l'aër come velo d'argento giace


su 'l foro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.


Su gli alti fastigi s'indugia il sole guardando
con un sorriso languido di vïola,


che ne la bigia pietra nel fosco vermiglio mattone
par che risvegli l'anima de i secoli,


e un desio mesto pe 'l rigido aëre sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere,


quando le donne gentili danzavano in piazza
e co' i re vinti i consoli tornavano.


Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica.


Giosuè Carducci  dalle Odi barbare (1877)


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