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domenica 13 maggio 2012

Dedicato a Alice


E’ gradevole che esista un giorno dedicato alle mamme.
Eppure, mi sembrerebbe altrettanto bello o anzi, ancora più bello, dedicare una giornata ai figli.


Ho una figlia e a lei  devo dedicare questa giornata.
Perché mia figlia è il mio sole, lo specchio dove riesco a riflettermi, perché mi mantiene la gioia di vivere.


Cara Alice, sei nata il giorno del solstizio d’estate, di lunedì, e convolvoli, malva e tutto era in piena fioritura.


John Sloane


Eri per me un esserino sconosciuto, bionda, con gli occhi azzurri, così diversa da me, e così bella.


Come adesso del resto. La tua bellezza è esterna ma soprattutto la possiedi dentro di te.


E questo non sempre fa bene, perché ci saranno troppo spesso ‘altri’ che non sapranno vederla.


Susan Rios




Ti auguro un vento favorevole, cara bimba mia, che bimba più non sei e devi remare contro un mondo che non lascia spazio ai giovani.


Ti auguro questo e a te dedico questa giornata che, senza te, per me non avrebbe significato.


Auguri a tutte le mamme!


Immagini prese dal web di John Sloan e di Susan Rios

sabato 7 maggio 2011

Madri e figlie

Una figlia è un nuovo inizio.

Una figlia è una sorprendente riedizione di come tu ti comportavi a quattordici anni.

Una figlia vuol dire scoprire il significato del verbo preoccuparsi.

Una figlia è la persona cui appartiene tutto il ciarpame rimasto per vent'anni in soffitta.

Una figlia è la tua scusa per costruire una casa per le bambole.

Una figlia scandisce la fine della monotonia.

Una figlia è colei che si costruisce il nuovo nido con le penne del tuo nido vecchio.

Una figlia è colei per cui credi che smetterai di preoccuparti quando compierà ventun'anni. Ma che ti farà preoccupare a morte a quarantacinque.

Una figlia farà parte di te per sempre.

(Pam Brown, 1928)

giovedì 21 aprile 2011

Anni d' infanzia

Ci sono alcuni momenti  in cui l'infanzia continua ad apparirmi come una poesia continua (forse l'unica vera poesia) che riesce a cancellare i tanti orrori del mondo.Ecco che allora vado a frugare nelle vite altrui. In questo caso "Anni d'infanzia" di Sergej T. Aksakov. Quale titolo più adatto?   
 
"Ricordi frammentati

 
I primissimi oggetti che si sono conservati nel vecchio quadro del mio remoto passato, quadro in alcuni punti fortemente sbiadito a causa del tempo e degli avvenimenti dell'ultimo decennio, oggetti e immagini che ancora resistono nella mia memoria sono la nutrice, la mia sorellina e mia madre ....




La nutrice mi appare all'inizio  una sorta di essere misterioso, quasi invisibile.
Mi rivedo piangere disperatamente sdraiato di notte nel mio lettino o in braccio alla mamma: tra i singhiozzi e le urla ripetevo sempre la stessa parola, invocavo qualcuno, che appariva nella penombra della stanza debolmente illuminata, mi prendeva in braccio, mi appoggiava al suo seno ... e io provavo una sensazione di benessere.
 
Poi ricordo che la mamma, stringendomi  al petto e canticchiando sempre le stesse parole di una rassicurante canzone, camminava veloce avanti e indietro per la camera, finché non mi addormentavo.

 
La nutrice, che mi  era molto affezionata, ricompare qualche altra volta nei miei ricordi mentre se ne sta in disparte e mi osserva di nascosto dietro altre persone...
La mia nutrice era una contadina e viveva a trenta verste di distanza; partiva a piedi dal villaggio il sabato sera e arrivava a Ufa la domenica di buon'ora ...
....
La presenza costante di mia madre è legata a ogni mio ricordo. La sua immagine si fonde indissolubilmente con la mia esistenza e perciò molto spesso non risalta nei quadri frammentari della mia prima infanzia, benché ne faccia parte costantemente."

 
Da Anni d'infanzia di Sergej Aksakov - Arcana Editrice

martedì 8 marzo 2011

Mia madre, me stessa

"Quando ho smesso di vedere mia madre con occhi di bambina, ho visto la donna che mi ha aiutato a mettere al mondo me stessa."
......
"Quello che noi dobbiamo fare è disgiungere le componenti specifiche dell'amore materno: analizzare esattamente gli aspetti per i quali non ci ha amato, ma anche quelli per cui lo ha fatto. 


Vi ha trasmesso vostra madre un qualche genere di sicurezza di base - una struttura di stabilità, di protezione, incoraggiamento? Vi  ha dato dell'ammirazione - una consapevolezza autentica di esserne veramente degne per vostro diritto? Vi ha dato calore e tenerezza fisica, vi ha strette a sé e tenute in braccio, vi ha baciate? Si preoccupava effettivamente di quello che vi accadeva e vi accettava - mia figlia nel bene e nel male? 
Queste sono alcune componenti dell'amore reale"


Quasi terminata la giornata dell'otto marzo, ho pensato di dedicare qualche parola al rapporto, spesso difficile, delicato, conturbante fra madre e figlia. 
Difficile, ma determinante per la vita di entrambe.  Poi ci sarebbe da scrivere sui padri, più o meno presenti nel processo educativo - familiare.


Le frasi tra virgolette sono prese dal libro Mia  Madre, me stessa - di Nancy Friday - Ed. A. Mondadori 1980.

domenica 30 gennaio 2011

Neve, tortore, donne

Oggi è l' ultima domenica di gennaio.
Nevica.

Da giorni sto notando con apprensione che le tortore sono sparite. Qui da me ci sono sempre state, quelle dal collare sacro. Almeno una coppia stava spesso su un ramo del tiglio, ma tante si appoggiavano ai pini marittimi al di là della strada.

Ogni tanto chiedo a mio marito o a qualche vicino  se ne sanno qualcosa.
Mio marito mi conosce, ma i vicini a cui chiedo, sicuramente pensano che io sia un po'... stramba.  Lo deduco da come ripetono la parola "tortore?" con lo sguardo pieno di stupore come se cercassero di ricordare di cosa si tratti.


Esiste una grande varietà di tradizioni e leggende sulla tortora, la maggior parte delle quali ruota intorno a simboli femminili e materni. 

Ho ascoltato il canto della tortora: è un canto triste che a volte agita emozioni.
Si dice che il suo canto ci inviti a piangere ciò che non è più, risvegliandoci però alle promesse del futuro.

Su internet si dice che  vicino a Faenza
c'è una moria di tortore.

A me viene l'associazione della tortora-simbolo femminile con la femminilità di cui si parla tanto di questi tempi.

Femmina non è essere donna, o, quanto meno non sempre coincide.   


 
Credo che tante donne, esattamente come me, siano sdegnate da come tante femmine siano disposte a vendersi, cedendo o esibendo il loro corpo ai maschi-puttanieri di turno.
Parlo delle veline, delle letterine, degli scandali di cui sono pieni tutti i giornali.
Abbiamo subito una forte sconfitta.


Chi, donna, ha creduto nei valori della femminilità, della maternità, della dolcezza, della capacità di farsi valere in onesti ambiti lavorativi, deve chinare il capo e prova vergogna.

C'è un mio post del 20 novembre 2008  (uno dei miei primi) dove ho riportato considerazioni sulla donna come madre.
E' questo "Mito e psicoanalisi"

lunedì 6 dicembre 2010

Un lunedì piovoso con ricordi

Per associazioni di idee mi sono trovata davanti  questo ricordo, risalente ad alcuni anni fa:
Ero in ufficio, il telefono suonava e nessuno rispondeva. Presi io la telefonata. Era mia madre che con la sua voce calorosa, leggermente preoccupata, mi chiedeva:

- "Ti piace più lo stile impero o quello inglese?"
- "Ma mamma, dove sei? Che domande fai? comunque preferisco lo stile inglese..."

Non ricavando  altro che soddisfacesse la mia curiosità ci salutammo ed io ripresi il mio lavoro.
Fu solo qualche settimana dopo, il giorno del mio compleanno, che capii.
Mia madre arrivò a casa mia con vassoio, teiera, caffettiera, zuccheriera, brocca per il latte, cucchiaini, ecc...tutto d'argento e... in stile inglese.
Un regalo bellissimo, purtroppo mai utilizzato. Chi  lo trovava il tempo di preparare il caffè nella moka e di travasarlo nella caffettiera d'argento? Si andava così di fretta per arrivare al lavoro nei tempi limite, che proprio non era possibile.
Forse di sabato e di domenica avremmo potuto farlo, ma - non so perché non è stato mai fatto.
Anzi io sono passata direttamente al Nescafe liofilizzato (eticamente reprensibile, lo so) mentre mio marito si gode il caffè che scende direttamente dalla macchina espresso Gaggia dentro un bicchierino di vetro...

Eppure il regalo l'avevo gradito molto ed ogni volta che passo davanti alla vetrinetta che lo contiene, una specie di rammarico mi pervade. 


mercoledì 15 luglio 2009

Berceuse



Cantami la tua soave ninna-nanna!
Da quando mi abbandonò la giovinezza
ho tanto desiderato udirne il canto.
Ritorna a me dolce melodia,
soltanto tu puoi ancora affascinare
il cuore inquieto nelle lunghe notti.
Posami sui capelli la mano tua sottile,
sogniamo insieme della nostra patria
della gloria di un tempo e della gioia.
Come una stella che vaga solitaria
risplenderà il canto tuo di fiaba
all'orlo delle mie notti malinconiche.
E incorona la mia fronte con ghirlanda
di rose! Il suo profumo sogna
la patria, ottenebrato dal dolore.
Io sono ormai esausto e vacillante
fiaccato ed ammorbato di nostalgia
e non potrò mai più tornare a casa.
(Hermann Hesse)

Con questa poesia, saluto tutti gli amici per qualche giorno.
Ho voglia anch'io di ninna nanna: sotto le stelle forse, ..... sarebbe "un sogno".
A rileggerci e buone vacanze a tutti

lunedì 23 febbraio 2009

Una madre dolcissima


Nel settembre del 2005 in America, a 93 anni, è morto Leo Sternbach, lo studioso di benzodiazepine che, nel 1963, insieme a Earl Reeder, aveva inventato il Valium.

Nato ad Abbazia, allora in Austria, si era laureato in chimica a Cracovia, dove il padre gestiva una farmacia. In seguito, a causa della guerra e delle leggi razziali, era stato costretto a fuggire dalla Polonia, prima in Svizzera e successivamente in America.

Leo Sternbach costretto a fuggire, insieme a molti altri giovani e molti ebrei, dalla sua casa, un'Europa ormai trasformata in devastato luogo di morte.

Prima di approdare in America, però, l'incontro con i reduci, irrimediabilmente feriti da un orrore straziante, darà al futuro chimico della Roche il motivo centrale del suo lavoro e delle sue ricerche: trovare una risorsa capace di cancellare una tale illimitata sofferenza. Nel corso di tutta la sua lunga vita, il ricercatore sarà sempre strenuo difensore del farmaco da lui scoperto ed incrollabile rimarrà la fede nei motivi di fondo dei suoi studi.

"Troppa gente sembra non tenere presente quanti suicidi sono stati evitati e quanti matrimoni salvati dalla mia pillola" diceva quando veniva attaccato relativamente agli effetti collaterali che il farmaco aveva evidenziato, soprattutto il problema della dipendenza.

Perché, in realtà, negli anni 70, l'uso della "sua medicina", insieme a quello più generale degli psicofarmaci, conobbe un successo imponente: due miliardi e trecento milioni di pastiglie vendute, una valanga. Tanto che, ad un certo punto, il 28% del fatturato della Roche proveniva dalla scoperta di Sternbach che fruttò dieci miliardi di dollari in quarant'anni.

Più generalmente, comunque, al di là delle polemiche, sembra semplicemente di essere di fronte ad un più che naturale desiderio di riparazione nei confronti di un "male" che, forse, sino ad allora, era stato sconosciuto all'esperienza umana:
lo strazio dell'ultimo conflitto mondiale, il timore di dovere fare i conti con una distruttività che sembra connaturale alla condizione umana, infamante ed odiosa quanto ineliminabile.

Una distruttività, però, agita in un luogo chiamato "guerra", legato ad oggetti mentali emotivamente intensi come "difesa della patria", "libertà", "sacrificio della vita per i propri ideali".
Male inevitabile, dunque, per sfuggire a più pesanti vergogne: "il pavido che, per codardia e debolezza, accetta l'ingiustizia del sopruso e della sopraffazione".

Ma, ai tempi della sua nascita, il Valium veniva chiamato "LA PILLOLA DELLE MAMME", pensato specificamente per alleviare le ansie della maternità e le tensioni della vita di coppia. Veniva anche nominato "IL PICCOLO AIUTO QUOTIDIANO" e una donna americana su cinque lo usava.

I due mondi che, sino a questo momento, erano decisamente separati, collassano l'uno sull'altro.
Sorprendente percorso quello che finisce per accomunare il dolore devastante dei reduci di guerra all'ansia di una donna in attesa di un figlio o in presenza di un piccolo bimbo di cui prendersi cura.

Eppure Sternbach dedica il suo prezioso farmaco proprio alle madri; inconsapevolmente, ci fa immaginare che anche nella mente della madre quando entra in contatto con il suo bambino, possano accendersi inaspettate esplosioni di rabbia, incontrollati timori e desideri di fuga, imboscate, diserzioni, legge marziale, processi sommari e fucilazioni. .....


I Rolling Stones hanno chiamato il Valium "my mother's little helper", il piccolo aiutante di mia madre. .....


(Da "Vertici")

domenica 18 gennaio 2009

Le emozioni degli animali

Se potessero parlare ci direbbero "Mi fai male", "Sono triste", "Sono felice di vederti". Etologi e neuro-biologi ne sono sempre più convinti: per quanto riguarda le emozioni l'unica cosa che differenzia animali e uomini è il modo in cui si esprimono. Agli animali mancano gli organi adatti per articolare il linguaggio e quindi per comunicare quel che provano, ma poiché possiedono vista, tatto, attività cerebrale e una buona porzione del Dna simili o, in alcuni casi, quasi uguali ai nostri, a scimmie, cani, corvi, polpi e perfino tartarughe e pesci è giusto attribuire la capacità di amare, soffrire, gioire.

Il dibattito è annoso, ma si è riacceso lo scorso 21 agosto, quando un gorilla di tre mesi, affetto da un difetto cardiaco congenito, è morto nello zoo di Münster, in Germania.
(articolo di Cristina Nadotti – da La Repubblica.it dell'agosto scorso)

Davanti ai visitatori commossi fino alle lacrime, la mamma di Claudio ha cullato e stretto al seno il cadavere per giorni, cercando disperatamente di rianimarlo.

Il comportamento della gorilla Gana è stato commentato sui giornali e molti lettori hanno mandato le loro condoglianze all'animale.

Di fronte a tanta empatia alcuni scienziati hanno ribadito che è un errore proiettare sugli animali sentimenti che sono solo umani. La risposta di zoologi, etologi e neurobiologi, e soprattutto dell'ultima branca dell'etologia, la neuroetologia, è stata unanime: che gli animali provino emozioni è sotto gli occhi di tutti, ma è ancora difficile provarlo scientificamente.

La valutazione scientifica delle emozioni, argomentano i sostenitori dell'uguaglianza tra uomini e animali, è molto difficile anche per gli esseri umani, quindi perché stupirsi se non si riesce a stabilire quanto dolore prova un cane sottoposto a un intervento chirurgico, cosa sente un elefante quando riconosce il vecchio compagno di zoo, o quanto è depresso un maialino che viene allontanato prematuramente dalla madre.

A dirci che i mammiferi e gli uccelli possono sentire le emozioni come noi è il loro cervello, sostengono i neuroetologi, che possiede come il nostro il sistema limbico. Quest'area contiene un insieme di strutture cerebrali che sovrintendono a varie funzioni quali le emozioni, il comportamento e la memoria a lungo termine.

Chi ha un animale da compagnia obietta che non ha bisogno di conoscere la struttura cerebrale per definire vergogna quella che osserva nel suo gatto, quando l'animale non riesce ad agguantare una preda e, caduto rovinosamente, si lecca distrattamente una zampa per far finta di niente.

Lo psicologo prestato all'etologia Jeffrey Moussaief Masson ha scritto tomi riportando osservazioni ed esperimenti sulle emozioni animali, fino ad affermare che un coniglio è capace di mostrare riconoscenza al gatto che lo ha salvato da un'aggressione.

Le taccole intelligenti di Lorenz sono un caposaldo nella storia dell'etologia, ma ultimamente gli studiosi hanno accertato che i corvi sono in grado di divertirsi e che percepiscono la tristezza umana manifestando solidarietà. Le emozioni non sarebbero appannaggio solo di mammiferi e uccelli: l'intelligenza dei polpi è accertata, in più questi molluschi cambiano colore non solo per mimetizzarsi ma, secondo gli scienziati, per esprimere sentimenti quali la rabbia e la gioia.

Perfino i pesci rossi e le tartarughe sarebbero in grado di provare emozioni, come mostrano le loro differenti personalità e capacità di adattamento alle situazioni. Se c'è tanta resistenza ad accettare le capacità emotive degli animali dipende dal modo in cui continuiamo a servirci di loro.

Ammettere che soffrono quanto noi significa smettere di ucciderli, maltrattarli, rinchiuderli, smettere, in sostanza, di considerarli inferiori a noi.

sabato 13 dicembre 2008

Un abete quasi vero


La mamma aveva molti ricordi della sua infanzia. Era stata un'infanzia molto povera.
La vigilia di Natale - racconta la mamma - aspettavamo che in piazza finisse la vendita degli abeti.

Prima che arrivassero gli spazzini a ripulire tutto, i miei fratelli ed io raccoglievamo i rami di abete gettati via dai venditori.

Poi correvamo a casa e con del filo di ferro, stringendo e legando i rami, mettevamo insieme un all'albero quasi vero.
Gli ornamenti per l'albero erano già pronti.
Li avevano preparati nelle sere precedenti la mamma e i suoi fratelli.
Con il cartone colorato avevano ritagliato stelle, campane e angeli; con le cartine luccicanti di stagnola avevano costruito porta-candele e festoni.
E la sera della vigilia addobbavano l' abete appendendo anche mandarini, caramelle e torroncini.
Era un albero meraviglioso! - dice la mamma.

Racconto di N. Vicini

lunedì 24 novembre 2008

Madre

" Pungolo acuto, l'angoscia le straziò il cuore; le sue care mani lacerarono il velo sui capelli fragranti di ambrosia, ambo le
spalle poscia coprì con vesti scure, si precipitò sopra terre e mari, come san fare gli uccelli, sempre cercando.

Nessuno però volle darle notizie, né dio alcuno, né veruno degli umani mortali.

Per nove giorni Demetra sovrana vagò per la terra, con nelle mani faci accese, sofferente ricusò l'ambrosia, disdegnò del nettare la bevanda dolce di miele e mai non bagnò le membra "

( Inno omerico a Demetra )

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