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venerdì 28 dicembre 2012

Qualche parroco, non sa


Donna

Foto da Open Art


 Nessuno può immaginare

 Quel che dico quando me ne sto in silenzio

 Chi vedo quando chiudo gli occhi

 Come vengo sospinta quando vengo sospinta

 Cosa cerco quando lascio libere le mie mani.

 Nessuno, nessuno sa

 Quando ho fame quando parto

 Quando cammino e quando mi perdo,

 nessuno sa che per me andare è ritornare, 
e ritornare è indietreggiare

 che la mia debolezza è una maschera 
e la mia forza è una maschera

 e quel che seguirà è una tempesta.

 Credono di sapere

 Ed io glielo lascio credere

 E creo.


Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà fosse una loro concessione

E ringraziassi e obbedissi

Ma io sono libera prima e dopo di loro, con e senza di loro

Sono libera nella vittoria e nella sconfitta

La mia prigione è la mia volontà!

La chiave della prigione è la loro lingua

Tuttavia la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio

E al mio desiderio non impartiscono ordini.

Sono una donna.

Credono che la mia libertà sia loro proprietà

Ed io glielo lascio credere

E creo.


Questa poesia proviene da: Poesie di Joumana Haddad 


martedì 13 marzo 2012

Indipendenza, consapevolezza... donne


Stamattina mi è capitato di leggere in rete sul sito Colori vivaci magazine, uno scritto riportato da Margherita (che io non conosco) e che a mia volta riporto qui. 
In effetti mi sembra di ricollegarmi al mio post sull'otto marzo e sulla condizione femminile oggi.


""L'area della libertà umana è l'ambito della consapevolezza interiore." Hannah Arendt


Scrive Margherita:


"Leggevo alcuni giorni fa un articolo su un quotidiano nazionale firmato da Michela Marzano (filosofa e docente all'Università di Parigi, si occupa di Filosofia Morale e Politica). L'attenzione era puntata sul concetto di indipendenza, ovviamente dal punto di vista delle donne, in passato oggetto di scrittura e pensiero da parte delle intellettuali. Si fa riferimento all'attuale condizione delle donne, per le quali modelli sono diventate esclusivamente attrici e cantanti. Non si parla più di libertà interiore, come avevano fatto Virginia Woolf e Simone de Beauvoir, Sibilla Aleramo e Hannah Arendt. 


Queste intellettuali non solo trasmettevano un messaggio d'indipendenza, ma soprattutto un modello nuovo di femminilità: essere donna non equivaleva a sottomettersi in quanto tale, ma bisognava assumersi la responsabilità della propria vita e del proprio pensiero.


 Il focolare domestico, alle quali le donne erano state relegate per secoli, diventa per Virginia Woolf nel libro Una stanza tutta per sé,  luogo privilegiato dove scoprire la libertà di essere autenticamente sé stessa. 


Anche il primo romanzo femminista italiano di Sibilla Aleramo, Una donna, analizza quello che la vita avrebbe potuto e dovuto essere. 
Simone De Beauvoir


L'amore, la contraccezione e l'aborto spingono Simone de Beauvoir a decostruire gli stereotipi del patriarcato per valorizzare l'universalità della ragione: ogni donna deve poter avere il diritto di essere "altro" rispetto ad un semplice "corpo" programmato per la sessualità e la riproduzione.


La riflessione di queste intellettuali ci hanno portato alla consapevolezza, con le parole di Hannah Arendt nel libro Che cos'è la libertà, che "l'area della libertà umana è l'ambito della consapevolezza interiore". 


L'autonomia non è mai sinonimo di indipendenza totale, ma è sempre "con" gli altri che si costruiscono le basi del vivere-insieme.


martedì 1 novembre 2011

Volevo essere una farfalla


A Bologna si è svolta ieri la rassegna Gender Bender ed è stato presentato il saggio di Michela Marzano, Volevo essere una farfalla.
Riporto quanto ho trovato scritto di questo su Il Fatto quotidiano 



"Tra olgettine e veline raccogliamo quello che è stato seminato per tanti anni: una tendenza a dare così poco valore alle donne che in  molte sono cresciute con l'idea non di avere nessun altro valore che quello di un semplice prezzo”


È una platea con una caratteristica: quella di avere una predominanza femminile. Tra chi ascolta la filosofa e saggista Michela Marzano, docente all’università Paris Descartes e ospite a Bologna del festival Gender Bender, il rapporto tra i sessi è almeno di uno a quattro per le donne. 
E poi c’è un’altra caratteristica che contraddistingue chi ha voluto assistere alla libreria Ambasciatori di via Orefici a Bologna alla presentazione del suo "Volevo essere una farfalla" (Mondadori, 2011): essere per lo più over 35, per quanto qualche volto più giovane qua e là spunti.


Sarà un caso – o forse no, perché, dice Marzano, “il caso non esiste” – che siano queste le due peculiarità attorno a cui si articola il pubblico che vuole sentire il suo racconto sull’anoressia, un “sintomo” che porta “all’euforia perché ci si sente più forti della propria fame. Quindi, a quel punto, pensi di non aver più bisogno di niente e di nessuno. Però poi arrivi a non controllarla più, la fame, e nel mio caso la fame era diventata tutto. Non c’era altro, non pensavo ad altro che al cibo perché morivo di fame”.


Si mette a nudo, Michela Marzano, incurante – come le facevano notare familiari e amici prima di scrivere il libro – del fatto di essere un personaggio pubblico. Perché parte da un concetto: lo studio dell’“evento che attraversa l’essere umano” così come lo concepiva Hannah Arendt, che partiva dal “suo” evento, le ceneri lasciate dal totalitarismo nazista. “Il ‘mio’, invece, mi ha portato per 15 anni a studiare a temi particolari, come il corpo, la sessualità, le violenze contro le donne. Poi è giunto il momento di mostrare ciò che c’era dietro e dare un nome a quell’evento che ha attraversato me”.


È un viaggio in un “inferno” generato da un rapporto genitore-figlia. Un rapporto fatto di pretesa di perfezione da un lato e dall'altro di amore.

martedì 8 marzo 2011

Mia madre, me stessa

"Quando ho smesso di vedere mia madre con occhi di bambina, ho visto la donna che mi ha aiutato a mettere al mondo me stessa."
......
"Quello che noi dobbiamo fare è disgiungere le componenti specifiche dell'amore materno: analizzare esattamente gli aspetti per i quali non ci ha amato, ma anche quelli per cui lo ha fatto. 


Vi ha trasmesso vostra madre un qualche genere di sicurezza di base - una struttura di stabilità, di protezione, incoraggiamento? Vi  ha dato dell'ammirazione - una consapevolezza autentica di esserne veramente degne per vostro diritto? Vi ha dato calore e tenerezza fisica, vi ha strette a sé e tenute in braccio, vi ha baciate? Si preoccupava effettivamente di quello che vi accadeva e vi accettava - mia figlia nel bene e nel male? 
Queste sono alcune componenti dell'amore reale"


Quasi terminata la giornata dell'otto marzo, ho pensato di dedicare qualche parola al rapporto, spesso difficile, delicato, conturbante fra madre e figlia. 
Difficile, ma determinante per la vita di entrambe.  Poi ci sarebbe da scrivere sui padri, più o meno presenti nel processo educativo - familiare.


Le frasi tra virgolette sono prese dal libro Mia  Madre, me stessa - di Nancy Friday - Ed. A. Mondadori 1980.

lunedì 7 marzo 2011

La favola dell'8 marzo con mimosa

Ho fatto una ricerca solo sulla rete, dopo aver letto un post sul Blog di Cipiri, che conferma quanto da lui scritto e che io non conoscevo. Conoscevo invece quello che qui viene definita "favola"

La festa delle donne non ha bisogno di fondarsi su favole create per fini ideologici 

Scritto da Alessandra Nucci su Europa Oggi


"Quanti di voi si sono sentiti raccontare con enfasi che, come data per la festa delle donne, l'8 marzo è stato scelto per commemorare la tragica morte di 129 operaie in una fabbrica tessile di New York nel 1910? (Le variazioni sul tema parlano anche del 1911 o del 1929, di una filanda di Chicago, di Boston nel 1898 o 1908, di 19 o 146 vittime, ecc.). Il racconto (con la dovizia di particolari che spesso accompagna le storie inventate) parla di un crudele imprenditore che avrebbe rinchiuso nella fabbrica le operaie in agitazione e avrebbe appiccato il fuoco intenzionalmente. 
L'articolo che pubblichiamo di seguito - apparso sul settimanale Tempi del 5 aprile 2001 - spiega come è nata questa leggenda (un incendio di tipo diverso, forse, può essere rintracciato nel 1911), e quali fossero le motivazioni - politiche ed ideologiche - che accompagnavano questa falsificazione. 

Aggiungiamo che non intendiamo con questo "condannare" l'idea di una festa per le donne: un momento di gioia e di riflessione è sempre il benvenuto, purché abbia lo spirito di promuovere i diritti di ogni singola persona (e non di una categoria astratta), e purché cerchi l'incontro e la collaborazione (più che lo scontro e la rivendicazione).


La festa dell’8 marzo, che in Italia si tramanda di anno in anno con l’immutabilità delle leggende, narra della lotta di classe, dello sfruttamento capitalista, del diritto al lavoro e, immancabilmente, dell’iniquità della società americana. 

Si tratta però di una mitologia indotta, un misto di fatti veri e meno veri ricostruiti con fantasia dal movimento sindacale, in piena Guerra Fredda, per dare corpo all’ideologia marxista e incanalare le donne il più possibile verso rivendicazioni di stampo comunista.

La storia vera infatti è molto più articolata della sola iniziativa che si vuole lanciata da Clara Zetkin a Copenhagen nel 1910. L’incendio della Triangle Shirtwaist Factory di New York fu tragedia vera e immane, ma non fu riconducibile né a scioperi né a serrate, fece vittime anche fra gli uomini e oltretutto avvenne nel 1911, un anno dopo il supposto "proclama".

Nella minuziosa ricostruzione storica offerta dal libro 8 marzo. Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna di Tilde Capomazza e Marisa Ombra (ed. Utopia, Roma, 1991), si scopre che la data dell’8 marzo fu stabilita a Mosca nel 1921, durante la "Seconda conferenza delle donne comuniste". Svoltasi all’interno della III Internazionale comunista, la conferenza decise di stabilire quella data come "Giornata internazionale dell’operaia" in onore della prima manifestazione delle operaie di Pietroburgo contro lo zarismo.

La "Festa della donna" fu istituita quindi nel quadro ideologico e politico che vedeva i paesi comunisti di tutto il mondo uniti per la rivoluzione del proletariato, sotto la guida dell’Unione Sovietica. Perché allora questo fatto non viene tramandato ogni 8 marzo?

domenica 13 febbraio 2011

Una bella domenica

Avviso tutti i lettori di questo blog che hanno seguito il post precedente, che oggi,  a Bologna, c'era una folla immensa.
Eravamo così in tanti, che qualche volta ho avuto paura di non riuscire più a voltarmi per cercare una mia amica che si era allontanata dal nostro piccolo gruppo. 

Moltissime le donne, ma moltissimi anche gli uomini, i giovani, e gli anziani.

Da piazza XX Settembre siamo stati diretti in via Indipendenza, poi via Rizzoli, il Pavaglione e piazza  Maggiore.

Non so, in questa ressa, come fosse possibile scattare foto. Ho visto qualcuno che riprendeva dei cartelli con la macchina fotografica, arrampicandosi su un monumento.

E' arrivato, credo, anche il Sindaco, ma a questo punto noi amiche, ce ne siamo venute via. E neppure questo è stato facile. Andavamo infatti, controcorrente ...


Sono convinta di avere passato ore in piena sintonia con persone che non conoscevo, di cui non era difficile captare la rabbia ma anche il sostegno di essere unite.

Una bella esperienza di solidarietà. Comunque vada a finire....

sabato 12 febbraio 2011

Se non ora, quando?


"Le donne non possono sottrarsi. Se cambiamento deve esserci, quello siamo noi. Se cambiamento deve esserci, ogni donna deve farlo. Se dev'esserci cambiamento nel mondo, noi donne abbiamo il nostro mondo per aiutare a raggiungerlo...
.... 

 
Se state per fuggire, per affrontare un rischio, osando agire in modo vietato,  allora scovate le ossa più profonde, fecondando gli aspetti naturali e selvaggi delle donne, della vita, degli uomini, dei bambini della terra.
.....                
Una donna deve scuotere di più la testa, avere più intuito, più vita creativa, più solitudine,  più compagnia di donne, più vita naturale, più cucina di parole e idee.

Deve riconoscere meglio la sororità, la semina, le radici,... la poesia,  la pittura di favole...

Possiamo tutte affermare di essere socie dell'antico clan delle cicatrici, orgogliosamente portare le cicatrici del nostro tempo, scrivere segreti sui muri, rifiutare di vergognarci."




 BOLOGNA – 13 febbraio, ore 14,30, P.zza XX settembre, nei pressi della stazione ferroviaria



Il testo sopra è prelevato da qui:

Clarissa Pinkola Estés "Donne che corrono coi lupi" - Frassinelli 1993

domenica 30 gennaio 2011

Neve, tortore, donne

Oggi è l' ultima domenica di gennaio.
Nevica.

Da giorni sto notando con apprensione che le tortore sono sparite. Qui da me ci sono sempre state, quelle dal collare sacro. Almeno una coppia stava spesso su un ramo del tiglio, ma tante si appoggiavano ai pini marittimi al di là della strada.

Ogni tanto chiedo a mio marito o a qualche vicino  se ne sanno qualcosa.
Mio marito mi conosce, ma i vicini a cui chiedo, sicuramente pensano che io sia un po'... stramba.  Lo deduco da come ripetono la parola "tortore?" con lo sguardo pieno di stupore come se cercassero di ricordare di cosa si tratti.


Esiste una grande varietà di tradizioni e leggende sulla tortora, la maggior parte delle quali ruota intorno a simboli femminili e materni. 

Ho ascoltato il canto della tortora: è un canto triste che a volte agita emozioni.
Si dice che il suo canto ci inviti a piangere ciò che non è più, risvegliandoci però alle promesse del futuro.

Su internet si dice che  vicino a Faenza
c'è una moria di tortore.

A me viene l'associazione della tortora-simbolo femminile con la femminilità di cui si parla tanto di questi tempi.

Femmina non è essere donna, o, quanto meno non sempre coincide.   


 
Credo che tante donne, esattamente come me, siano sdegnate da come tante femmine siano disposte a vendersi, cedendo o esibendo il loro corpo ai maschi-puttanieri di turno.
Parlo delle veline, delle letterine, degli scandali di cui sono pieni tutti i giornali.
Abbiamo subito una forte sconfitta.


Chi, donna, ha creduto nei valori della femminilità, della maternità, della dolcezza, della capacità di farsi valere in onesti ambiti lavorativi, deve chinare il capo e prova vergogna.

C'è un mio post del 20 novembre 2008  (uno dei miei primi) dove ho riportato considerazioni sulla donna come madre.
E' questo "Mito e psicoanalisi"

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