venerdì 14 dicembre 2012

Ma le stagioni poi passano




Questa poesia, del poeta Mogane Wally Serote, africano, a me sembra meravigliosa.
L’ ho scoperta leggendo il blog di Sileno, Frammenti, che consiglio caldamente di visitare.   


E’ un’arida stagione bianca
le foglie scure non durano,
si seccano le loro brevi vite
e con il cuore spezzato si tuffano
gentilmente verso la terra
senza nemmeno sanguinare.

E’ un’arida stagione bianca, fratello,
solo gli alberi ne conoscono la pena
quando stanno ancora eretti
ma secchi come acciaio,
con i rami secchi come fili di ferro,
davvero, è un’arida stagione bianca
ma le stagioni poi passano…

Mudimbe Vumbi Yoka

giovedì 13 dicembre 2012

Ancora un re-post

Dicembre e Robert Louis Stevenson



Ho sempre provato stupore, leggendo Stevenson, per la versalità dei sui romanzi, romanzi dove affronta generi letterari molto diversi.



Cito le sue opere di cui ho un ricordo chiaro:

L'isola del tesoro,
Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde,
La freccia nera,
Il signore di Ballantrae,
Il ragazzo rapito ... 

Senza contare le poesie.

E proprio una poesia voglio riportare qui, forse perché si intitola "Dicembre"o  perché sono affascinata dalle brughiere, ma soprattutto perché apre la porta alla Speranza.


Una nuda casa, una spoglia brughiera,
una pozza rabbrividente davanti all'uscio
un giardino senza fiore e frutto,
con pioppi che ne segnano il confine.
Tale è il luogo ove vivo,
triste fuori e nudo dentro.

E tuttavia la tua aspra brughiera
riceverà la pompa della sera,
e si disegnerà la gloria dorata dell'alba
dietro il tremolio dei tuoi alberi.
E quando il vento di luogo in luogo
sospinge i galeoni di nubi disancorati,
il tuo giardino splenderà di nuovo
di sole ardente, di lucida pioggia.

Qui salirà la maga luna al cielo, nel finire cremisi
del declinante splendore del giorno, qui
apparirà l'armata delle stelle.

Le conche intorno, umide o secche,
la primavera colmerà di fiori,
spesso le muse del mattin vedranno
allodole levarsi di fra l'erica
e indiamantate d'ogni ragnatela
le ruote e i fili magici.

Quando le margherite se ne andranno
di brina argenterà le foglie d'erba
l'inverno. Il gelo incanterà la pozza,
e farà belli i solchi dei carretti.

Quando di neve lucente s'estenderà la brughiera,
i bimbi come batteran le mani!
Per far la Terra il nostro romitaggio,
una mutevole ed allegra spiaggia,
basta la macchina di Dio, complessa
di giorni e di stagioni luminosa.


Da qui:

martedì 11 dicembre 2012

A proposito dell'aforisma di Umberto Saba, proposto ieri


 Tra gli aforismi di ieri, ne ho postato uno di Umberto Saba, grande e indiscusso poeta del secolo scorso.

L'aforisma è questo:
Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.

Per quelle strane coincidenze che a volte si verificano, stamattina guardando il sito dell'editore Einaudi, ho trovato un articolo di Walter Barberis che, in una sua recensione del libro L’Italiano di Giulio Bollati, scrive quanto segue:


"In omaggio a L’Italiano di Bollati, e per una possibile definizione della fisionomia dell’italiano, tre considerazioni.

La prima, desunta da una Scorciatoia di Umberto Saba: «Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuta in tutta la sua storia – da Roma a oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe.


Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, […]. Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione.
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli».

 
Risultato: ancora oggi reclamiamo una memoria condivisa, piagnucoliamo sulla mancata elaborazione dei nostri lutti familiari, diciamo di volere una reductio ad unum e intanto moltiplichiamo i giorni della memoria, ciascuno in rappresentanza delle molte fazioni che continuano allegramente, e tignosamente, a popolare il nostro Paese. 

Seconda considerazione: questa frammentazione e questi antagonismi interni sono stati un pezzo fondamentale della storia italiana, persino nei momenti universalmente giudicati virtuosi. 

La civiltà urbana radicata nel comune medievale fu tutta una cornucopia di esiti artistici e commerciali, di opulenze e di ostentazioni: Firenze, Milano, Roma, Genova, Venezia, ma naturalmente Siena, Pisa, Mantova, Ferrara, Urbino e molto molto altro. 

Ciascuna di queste realtà, tuttavia, giocò la sua partita contro le altre, mosse guerra alle altre, si estenuò per sopravanzare e annichilire le altre. Non c’è manuale di storia italiana che non metta in successione la parola «Rinascimento» con la parola «crisi».



 Il seguito, per chi fosse interessato, si trova qui:
 
 Un'idea d'italiano - Un'idea d'Italia (2) Speciali Einaudi

lunedì 10 dicembre 2012

Aforismi in dicembre






  • Perdere la fanciullezza è perdere tutto. E' dubitare. E' vedere le cose attraverso la nebbia fuorviante dei pregiudizi e dello scetticismo.

Boris Pasternak



  • Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.

Umberto Saba


  • Non ho mai capito perché la gente consideri la giovinezza come il tempo della libertà e della gioia. Accade probabilmente perché hanno dimenticato la propria.

Margaret Atwood

sabato 8 dicembre 2012

Sabato 8 dicembre con neve

Da ieri sera qui nevica. E' magico, come sempre. I disagi potranno venire dopo, se ghiaccia, ma intanto mi godo questo bianco che sembra pulire tutto. Rimangono estranee a tutto questo mondo bianco, le bacche dell'agrifoglio, quasi a segnalare agli uccellini che sono lì per nutrirli.

Bacche di agrifoglio

Ho riletto qualche pagina de "L'uomo e i suoi simboli" di Jung e ne riporto piccoli stralci:

"Oggi si fa un gran parlare di 'materia': ne descriviamo le sue proprietà fisiche, conduciamo esprimenti di laboratorio per dimostrarne alcuni aspetti.
Tuttavia la parola 'materia' rimane un concetto arido, disumano e puramente intellettuale, privo per noi di qualsiasi significato psichico.

Quanto diversa era l'antica immagine della materia - la Grande Madre -, capace di abbracciare e di esprimere il profondo significato emotivo della Madre Terra!
[.....]

L'uomo si sente isolato nel cosmo, poiché non è più inserito nella natura e ha perduto la sua 'identità inconscia' emotiva con i fenomeni naturali.
Questi a loro volta hanno perduto a poco a poco le loro implicazioni simboliche
Il tuono non è più la voce di una divinità irata, né il fulmine il suo dardo vendicatore.
I fiumi non sono più dimora di spiriti, né gli alberi il principio vitale dell'uomo ....

Nessuna voce giunge più all'uomo da pietre, piante o animali, nè l'uomo si rivolge ad essi sicuro di venire ascoltato.

Il suo contatto con la natura è perduto, e con esso è venuta meno quella profonda energia emotiva che questo contatto simbolico sprigionava.

animali attraverano una strada innevata


L'uomo è oggigiorno dolorosamente consapevole del fatto che né le grandi religioni, nè le diverse filosofie risultano in grado di fornirgli quelle potenti idee animatrici che sole potrebbero dargli la sicurezza di cui ha attualmente bisogno per fronteggiare le condisioni del mondo contemporaneo."

Da: L'uomo e i suoi simboli di Carl Gustav Jung - Ed. TEA


giovedì 6 dicembre 2012

Un vecchio post


Oggi, nel pomeriggio, mi sono messa a ‘sfogliare’ il mio blog, per ricordare gli anni scorsi, in questo periodo pre-natalizio, e mi sono imbattuta in questo testo di una grandissima donna, docente di paleoantropologia, Maria Giovanna Belcastro di cui avevo messo un post verso la fine del 2010.


Figli di abbracci lontani


"Eravamo seduti una di fronte all'altro sul vagone di un treno, con le gambe accavallate e un libro in mano. Quando lui si addormentò cominciai a fissare il suo ventre in modo quasi imbarazzante.
Vidi in quell'uomo le sembianze di un animale dalla postura inconsueta per un quadrupede, seduto sugli arti posteriori, mentre quelli anteriori, che avrebbero dovuto prima o poi toccare il terreno, trattenevano ancora il libro.

Così guardai le mie mani ed ebbi gli stessi pensieri. Guardai ancora-il suo ventre, poi il mio, così esposti e vulnerabili, il suo teso sotto la camicia, che lasciava intravedere la forza virile e il mio, morbido e rassicurante, stretto dalla maglia attillata. Capii la forza di quel possibile contatto. Nessun animale poteva sentire e guardare un proprio simile da quella prospettiva.
Ma certo!
Ricapitolai così la storia dell'uomo: siamo bipedi e tutti figli di abbracci lontani almeno 2 milioni di anni.


L'abbraccio nell'intimità tra uomo e donna, l'abbraccio costante e rassicurante tra madre e figlio, l'abbraccio forte tra compagni che condividono le stesse esperienze, l'abbraccio confortante tra congiunti di fronte alla morte, gli abbracci noti e quelli inaspettati, non furono più dimenticati e, generazione dopo generazione, sono arrivati a noi.
Così è cresciuto l'uomo, pensai.
Tra questi pensieri il mio compagno di viaggio si svegliò e mi sorrise."


Maria Giovanna Belcastro (docente di paleoantropologia all'Università di Bologna) Dal Calendario dei 12 Passi dell’anno 2010



 L’immagine è di Franco Murgia





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