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giovedì 3 luglio 2014

Infanzia e solitudine





"Fin da bambino io ricercavo la solitudine, e mi trovavo meglio là dove potevo abbandonarmi indisturbato a me stesso. 

E ciò avveniva di solito nell'aperto tempio della natura, dove gustavo le gioie più vere" 

(Nietzsche 1858, 15)

giovedì 6 settembre 2012

Melodia infinita






Anni fa, in un quartiere di Napoli, entrai in una biblioteca, assieme ad amici, per l’appunto di Napoli.

Trovai, curiosando tra gli scaffali, un libro, anzi un epistolario di Nietzsche di cui ignoravo l’esistenza. 
Visto che ero di passaggio, non ritenni di farmi socia per potere prendere il libro in prestito.
Così ne ricopiai una parte, scarabocchiandola su un foglio.

Si tratta di una lettera che Nietzsche scrive all’amico Fucs 


"Nizza Inverno 1884-85

   A Karl Fucs

….
La formula wagneriana "melodia infinita" esprime nel modo più amabile il pericolo, la corruzione  dell’istinto, e anche la tranquillità della coscienza in mezzo a tale corruzione.

L’ambiguità ritmica per cui non si sa più, non si deve più sapere, se una cosa è capo o coda,  è senza dubbio un trucco artistico mediante il quale si ottengono effetti  meravigliosi – il Tristano ne è ricco; ma come sintomo di un’arte è e rimane il segno del dissolvimento.
La parte impera sul tutto, la frase sulla melodia, l’attimo sul tempo, il pathos sull’ethos e finalmente l’esprit sul pensiero.

Quello che io credo di scorgere è un capovolgimento della prospettiva: si vede molto, troppo minutamente il particolare; molto, troppo confuso l’insieme.

In musica la volontà è tesa verso questa ottica sovvertitrice e più della volontà, l’ingegno.
E questo è decadence." 



Per chi volesse approfondire il rapporto fra Nietzsche e Wagner qualcosa  può leggere qui http://xoomer.virgilio.it/fnietzsche/_private/wagner.htm


A me sembra che quanto Nietzsche scrive a proposito della melodia di Wagner, si possa applicare in genere ad ogni forma melodica.
Perché la melodia ci trascina, ci coinvolge, abbatte il nostro spirito critico. Ma aspetto la risposta di chi, ben più di me, è esperto in musica.
Intanto saluto Savino e auguro a tutti una buona giornata.


L'immagine è presa in rete


venerdì 17 giugno 2011

Naumburg, 7 aprile 1866

Naumburg, 7 aprile 1866

Di tanto in tanto spuntano ore di tranquilla contemplazione in cui fra la tristezza e la gioia noi crediamo di dominare dall'alto della nostra vita, ore che fan pensare a quei bei giorni d'estate così ben dipinti da Emerson * che possono adagiarsi mollemente sulle colline.

"In quelle giornate - egli dice - la natura e noi diventiamo perfetti, e la nostra anima, liberata dal giogo della volontà sempre desta, è soltanto un puro sguardo che contempla senza partecipare."


* Ralph Waldo Emerson


Il brano di Nietzsche sopra riportato è riportato in " Da  Epistolario 1850-1869", a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari,-  tr. di Maria Ludovica Pampaloni Fama -  Adelphi, Milano 1977

domenica 10 aprile 2011

Dell'eloquenza

Chi ha fino a oggi posseduto l'eloquenza più persuasiva?
Il rullo del tamburo: e finché i re avranno questo in loro potere,
continueranno a essere sempre i migliori oratori e agitatori di popoli.

Da "La Gaia Scienza" - Friedrich Nietzche - Arnoldo Mondadori Editore -1978

venerdì 20 febbraio 2009

L'ironia e il ridere

I Greci chiamarono ironico (eiron) chi dice meno di ciò che pensa e, ad esso contrappongono il Fanfarone (alazon) che fa credere di sapere di più di quanto non sappia. Anche l’ironia di Socrate, col tempo, muta volto. Il suo gioco diventa educazione (paideia), la sua parodia acquista, con la sua morte, tutta la sua serietà, e il riso diventa la massima antitesi del vero, ciò da cui occorre difendersi. Il saggio non ride. E neppure l’uomo di religione. …Filosofia e religione si chiudono nelle loro rocche fortificate, mentre il riso riecheggia fuori dalle mura. … Gli animali non ridono, anzi il riso è una caratteristica esclusiva dell’uomo, così come la sua ricerca della verità.

Nelle “Briciole di filosofia” Kierkegaard scrive:
“Considero la vis comica come una legittimazione indispensabile per chiunque ai nostri tempi voglia essere considerato un componente autorevole nel mondo dello spirito.

Ma i docenti sono così sprovvisti di vis comica da far spavento. Lo stesso Hegel mancava completamente di senso del comico. Un’aria di posa ridicola che dà al docente una somiglianza sintomatica con un libraio di Holberg, i docenti la chiamavano serietà. Chiunque non assume questa posa da far rabbrividire, è un leggerone.”



Nietzsche invita ad ascoltare il riso di Zarathustra che non nasce da un’attesa delusa, ma dall’esperienza del tragico: “L’animale della terra che soffre di più fu quello che inventò il riso.” ….. Un riso che evita al tragico di fissarsi in disperazione risentita o in atteggiata e un po’ falsa serietà.

(Estrapolato da “Orme del sacro” di Umberto Galimberti – Feltrinelli editore)

martedì 13 gennaio 2009

Le lacrime di Nietzsche

A chi è appassionato di psicanalisi, storia della psicoanalisi, ecc.. ecco questo libro, la cui recensione è stata scritta da Elisa Boncini su Vertici on line.

Breurer è in attesa di una donna, Lou Salomè, e si interroga su chi sia e su che cosa desideri da lui.
“Dottor Breuer, devo vedervi per una questione di grande urgenza. Il futuro della filosofia tedesca è a repentaglio. Vi prego di volervi incontrare con me domani mattina alle nove al Caffè Sorrento. Lou Salomè”.
E’ immerso nei suoi pensieri quando all’improvviso scorge una donna che con passo sicuro che gli si avvicina . Una donna di una bellezza inusuale, decisa ed elegante. Senza esitazione Lou Salomè inizia a spiegargli perché ha richiesto l’incontro: il filosofo e suo personale amico Friedrich Nietzsche si trova in uno stato di profonda disperazione con sintomi fisici gravi quali tormentose emicranie, continui accessi di nausea, cecità, disturbi gastrici e capogiri. Non riesce a dormire e per questo assume dosi pericolose di morfina. La donna ha paura che l’amico possa arrivare a suicidarsi. Nessun medico è stato in grado di capire la sua malattia né di alleviare i suoi sintomi, così lei si è rivolta a Breuer medico personale di grandi scienziati, artisti e filosofi nonché diagnosta geniale.

Breuer ritiene di non poter essere di aiuto al filosofo dato che per la disperazione non vi è medicina come non vi è un medico per l’anima. E’ vero che con la sua paziente Bertha Pappenheim, alias Anna O., la tecnica sperimentale da lui denominata “cura basata sul parlare aveva funzionato almeno in parte e la paziente aveva avuto dei giovamenti ma Breuer nutre dei dubbi che possa funzionare con questo paziente, data la natura ideale dei suoi sintomi.

La cura da lui provata con Anna O. la quale presentava tutti i sintomi tipici dell’isteria (disturbi sensori e motori, contrazioni muscolari, sordità, allucinazioni, amnesia, afonia, fobie) si era basata inizialmente sull’eliminazione dei sintomi per mezzo della suggestione ipnotica e in seguito unicamente permettendo alla donna di raccontare nei particolari ogni evento della giornata che l’avesse turbata.

“Spazzare il camino”.
Nel momento in cui Bertha riusciva a risalire all’origine di un sintomo raccontando al medico tutto, comprese le emozioni da lei provate, quel sintomo sembrava scomparire.
Purtroppo Breuer non aveva più in cura quella giovane donna e, a causa della gelosia di sua moglie Mathilde, era stato costretta a trasferirla al sanatorio di Binswanger a Kreuzlingen.

Settimane più tardi Breuer riceve una nuova visita di Fräulein Salomè.
La donna racconta al medico come ha conosciuto Nietzsche e quali fossero i loro rapporti. Aveva fatto la sua conoscenza otto mesi prima tramite Paul Rée, anch’egli filosofo amico di Nietzsche.
Da allora aveva avuto inizio tra loro un ménage à trois casto, intellettuale, basato su lunghe discussioni filosofiche. La loro trinità era andata però sgretolandosi a causa delle influenze negative della madre e della sorella di Nietzsche che non vedevano di buon occhio la situazione e dell’interesse amoroso e fisico che Paul Rée aveva sviluppato nei confronti di Lou e che aveva portato i due uomini a frequenti litigi.
La donna si era trovata costretta a porre fine al loro rapporto connotato da troppo dolore e da troppe intrusioni.

Breuer ascolta il racconto interessato e dubbioso al tempo stesso. Accetta di incontrare Nietzsche con la clausola di non fare menzione di Fräulein Salomè né del fatto che la donna gli avesse lasciato i libri non ancora pubblicati di Nietzsche. Due settimane più tardi Breuer riceve Nietzsche nel suo studio e lo invita a raccontare con precisione i suoi sintomi e a descrivere i suoi dolorosi attacchi di emicrania.
Poi procede con l’anamnesi e con l’esame fisico.

Nonostante l’abbondanza di sintomi riportati dal paziente tuttavia non trova alcuna anomalia fisica.

Alla parola ‘disperazione’ azzardata da Breuer nel tentativo di andare oltre il filosofo tende a bloccarsi e a cambiare discorso, al tentativo del medico di ricollegare i sintomi fisici a difficoltà psicologiche e sociali Nietzsche ribadisce che la malattia c’era già prima che lui provasse ad avvicinarsi agli altri per esserne tradito. Nietzsche quindi non aveva alcuna intenzione di discutere e neanche di ammettere l’esistenza nel proprio intimo di uno stato di disperazione.

“Stava fingendo oppure non avvertiva la disperazione perché aveva già deciso per il suicidio?” Inizia così la cura di Friedrich Nietzsche basata prima sui farmaci per ridurre i sintomi fisici e poi sul parlare.

Ma la cura non è così facile: Nietzsche si mostra seccato ogni volta che Breuer mostra comprensione ed empatia ed interpreta qualsiasi espressione di sentimenti positivi come una sfida di potenza. “Aprirsi a vicenda è il preludio del tradimento e il tradimento fa star male, no?”. Inoltre vive la sua malattia come un qualcosa di positivo che gli ha permesso di staccarsi dalla vita universitaria che non desiderava più. Un qualcosa che gli ha permesso di emanciparsi. “Tutto ciò che non mi uccide mi rafforza”.

Lo stress, proposto da Breuer come causa sottesa di emicrania e che può derivare da diversi fattori psicologici, viene escluso da Nietzsche: proprio rinunciando alla vita lavorativa e sociale è riuscito ad eliminare del tutto lo stress dalla sua vita. Ma, come dice Breuer, l’estremo isolamento non elimina affatto lo stress, è stress esso stesso: la solitudine è un terreno di coltura della malattia.

Alla proposta del medico di ricoverarlo per un mese in modo da tenere sotto osservazione i suoi attacchi di emicrania Nietzsche rifiuta e se ne va dallo studio, ma la sera stessa Breuer viene svegliato dal portiere del gasthaus dove risiede il filosofo. Sta molto male. Ha un attacco di emicrania molto forte e ha ingerito troppo idrato di cloralio. E’ privo di sensi. Breuer riesce a placare l’attacco con farmaci e massaggi. Avvicinandosi a lui sente che sta sussurrando: “Aiutami, aiutami, aiutami, aiutami!”. Un altro Nietzsche, capace di chiedere aiuto.

Nel momento in cui Nietzsche si reca nello studio di Breuer per chiudere ogni rapporto, il medico ha già escogitato un piano. Ha deciso di calarsi lui nei panni del paziente chiedendo al filosofo di curarlo, di guarirlo dalla sua disperazione. Infatti, anche se la sua vita all’apparenza sembra essere appagante egli si sente profondamente disperato, oppresso dai doveri e dalla famiglia, preoccupato di invecchiare e terrorizzato all’idea di morire. Sente che gli manca il coraggio di cambiare vita o di continuare a viverla.

“Vi chiedo solo di ascoltarmi, interrompendomi con tutte le osservazioni che vorrete”.
Il patto tra i due stabilisce che Nietzsche si sarebbe impegnato nell’aiutare Breuer a risolvere la sua disperazione e che lui si sarebbe fatto ricoverare alla clinica Lauzon per accertamenti e controlli. Lo scopo di Breuer è ovviamente diverso: egli vuole arrivare indirettamente alla radici del male del filosofo, invitandolo ad esprimere apertamente la sua disperazione e a liberare la coscienza nascosta.

Favorire l’integrazione dell’inconscio come gli ha suggerito il suo caro amico Sigmund Freud.

Inizia così un doppio rapporto terapeutico. Breuer si reca ogni giorno alla clinica per visitare Nietzsche e valutare l’andamento dei suoi sintomi e Nietzsche si impegna nell’ascoltare e consigliare il medico.

Nel corso degli incontri Breuer racconta al filosofo ogni aspetto della sua vita che gli crea angoscia: Bertha a cui pensa costantemente e che desidera più di ogni altra cosa, la sua ex assistente e amica Eva che ha dovuto licenziare sempre per la gelosia della moglie, la vita familiare che avverte sempre più oppressiva e costretta e il suo rapporto con la moglie. Piano piano Breuer prende consapevolezza del fatto che la sua angoscia è reale e profonda.

Nietzsche in modo molto razionale lo invita ad andare a fondo: a ricercare il significato dei suoi sintomi cercando di farlo riflettere su come sarebbe la sua vita senza di essi. I sintomi sono portatori di un messaggio che solo nel momento in cui verrà compreso permetterà la loro scomparsa. Forse anche Nietzsche sta prendendo coscienza.

La svolta nella vita di Breuer arriva quando Nietzsche lo porta a comprendere che la vita va vissuta al momento giusto; la morte non fa paura se si muore dopo aver consumato la vita. Per vivere però bisogna scegliere. Questo non aveva mai fatto Breuer: scegliere. Ma che cosa avrebbe dovuto scegliere? La scelta per lui, divenutone consapevole, è scegliere lui stesso la propria vita: sua moglie, il suo lavoro, i suoi amici. Riappropriarsi di questa vita ed essere felice di averla finalmente scelta.

E Nietzsche? Breuer sente di non poter fare molto, se non essere onesto con lui, essergli amico. Ed è proprio questo che alla fine il filosofo desidera più di tutto: un focolare. Non morire in solitudine. Essere amato e toccato. E così le lacrime iniziano a scendere sul suo viso. Lacrime soffocate a lungo che adesso reclamano la libertà. Nel momento in cui esprime la propria solitudine a qualcuno questa non esiste più e neanche la disperazione che da essa deriva. Le lacrime forti sono purificatrici.
Entrambi liberati, Breuer e Nietzsche si salutano e riprendono i propri separati destini.

Il romanzo di Yalom basato su informazioni in parte veritiere mette in luce aspetti importanti della psicoterapia.
Innanzitutto, la parola come possibilità di liberarsi dalle angosce che causano i sintomi.
La cura basata sul parlare, elaborata da Breuer in collaborazione con Freud e che Anna O. stessa ha definito“spazzare il camino” consiste fondamentalmente nel dire tutto ciò che viene in mente in un determinato momento e risalire da lì alle origini dei sintomi.

Naturalmente in tutto questo un presupposto fondamentale è la relazione.
La relazione è lo strumento terapeutico più potente perché è attraverso di essa che il paziente trova la fiducia necessaria per parlare di sé e per esplorarsi.
Solo nel momento in cui Nietzsche ha sentito Breuer veramente “amico”, ha potuto lasciarsi andare ad un pianto liberatorio.

Ovviamente è fondamentale la capacità empatica del terapeuta: Breuer riesce ad aiutare Nietzsche solo mettendosi nei suoi panni di paziente che soffre.

E’ la capacità di stare autenticamente nel mondo dell’Altro che ci permette di far sentire il paziente realmente compreso nei suoi vissuti.

La Reciprocità che il terapeuta può mettere in atto raccontando egli stesso qualcosa di suo, ribaltando i ruoli e parlando di sé, nel momento in cui il paziente non è in grado o non desidera esporsi è proprio quello che fa Breuer.

E infine altro aspetto importante è l’ascolto autentico e non giudicante da parte del terapeuta, che presuppone in parte di sapere più del paziente ma che in realtà non sa.
Solo il paziente ha in sé tutte le risposte, sebbene non riesca a vederle chiaramente se non con l’aiuto del terapeuta: Nietzsche ha sempre saputo di temere la solitudine ma il difficile per lui era ammetterlo. Solo con l’Altro al suo fianco si è sentito nella possibilità di lasciarsi andare alle emozioni e piangere.

“Per dare vita ad una stella danzante, occorre avere dentro di sé caos e confusione frenetica”.

Irvin D. Yalom
Le Lacrime di Nietzsche
Neri Pozza, 2006

venerdì 5 dicembre 2008

Dioniso occupa la città ...


Scrive Umberto Galimberti:

" Nietzsche che, a differenza di Freud, non adotta il punto di vista della coscienza che ha raggiunto la sua conquista e, dallo sguardo promosso dalla quiete, più non si sente minacciata, coglie quel mondo (greco) nell'istante della sua lacerazione e vede che quando Dioniso occupa la città e il sovrano è dilaniato dalle baccanti, si dissolvono gli ordini che gli uomini si sono dati.

Non c'è più differenza di ricchezza, di sesso, e di età.

I vecchi si uniscono ai giovani, le donne scatenate si scagliano indistintamente sugli uomini e sulle bestie.

Insieme al palazzo reale crollano le istituzioni e l'ordine culturale che custodiva valori mitici e rituali.

.....

Dioniso, "il più terribile" e "il più dolce" fra tutti gli dèi, Zeus, lo stesso che " fulmina" e lo stesso che "supplica". Edipo, ad un tempo figlio, sposo, padre, fratello di tutti gli esseri umani.

Così parla la tragedia greca e il suo racconto dice che gli dei, i semidei e gli eroi sono tra loro più simili di quanto non lasci supporre la loro apparenza esteriore.

Essi non lasciano quella distanza che la ragione umana strenuamente difende come sua luce, come suo spazio che, una volta abolito, la fa ricadere nella notte dell'indifferenziato.

Ma gli dèi sono proiezioni degli uomini e la loro mostruosità è dentro di noi.
....

Quando Dioniso lascia la città, ritorna l'ordine con le sue gerarchie, le sue interne differenziazioni, le sue pratiche rituali di mantenimento.

La violenza non è "rimossa", ma è "separata" dall'uomo: gli uomini ritornano uomini e gli dèi ritornano dèi.

Con il loro allontanamento si ripristina la differenza e l'uomo può tornare ad abitare la sua città abbandonata dalla violenza del dio."

Da "Orme del sacro" - Umberto Galimberti - Ed. Feltrinelli.

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