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venerdì 4 novembre 2011

La caduta degli dei



In questi giorni, come un ritornelllo, mi si affaccia alla mente il titolo di un film di Luchino Visconti:
"La caduta degli dei" 


E mi rifaccio a un post trovato per caso stamattina cccp.myblog.it
che riporta quanto segue:


"Se il governo cadrà, come molti commentatori danno quasi
per certo, non sarà per merito dell'opposizione parlamentare;
se il governo cadrà, perché siamo giunto alla fine dell'impero,
non sarà per merito dell'opposizione delle piazze; se il
governo cadrà, nonostante la cocciuta ed interessata
opposizione dello stradentiera ridens, sarà solamente a
causa di dissidi interni alla sua maggioranza.


Se il governo cadrà sarà anche a causa della squallida
immagine che il nostro Paese ha dato - e continua a dare - al
mondo intero: l'immagine di un Paese del quarto mondo,
abitato da un popolo da quarto mondo.


La lite tra lo stradentiera ed il suo ministro dell'economia, quel
comunista di Julis Tremari, è stata non è stata la sola "goccia
che ha farà traboccare il vaso": altre gocce sono state i primi
timidi distinguo di alcuni suoi parlamentari, i quali - come topi
che hanno capito il prossimo naufragio della nave - hanno
pensato bene di mettersi in salvo!


Teniamoli ben presenti questi topi perché nel caso di elezioni
politiche anticipate correremmo il rischio di vederceli candidati
in altre liste elettorali.


A tal scopo mi propongo di fare un elenco di tutti costoro in
modo da portare a conoscenza - quando sarà il momento - ai
più sprovveduti tutti i nomi di questi "onorevoli".


Sono stati gli onorevoli voltagabbana che col loro voto di
fiducia del 14 dicembre 2010 hanno permesso al governo di
vivacchiare ancora un anno, producendo danni spaventevoli al
Paese, che col loro voto hanno tentato, talvolta riuscendovi,
di fare carriera politica, di ottenere posti ed incarichi di governo.


Ma se il governo cadrà non dovremmo essere molto severi
verso noi stessi per le azioni che non abbiamo compiuto, per
i movimenti di piazza che non abbiamo saputo realizzare, ma
ci basti il risultato: stradentiera ridens a casa!
Una cosa più delle altre dovrebbe rammaricarci: che - se il
governo cadrà - a togliere le castagne dal fuoco sarà un altro
governo invece di quello di stradentiera, responsabile del
disastro italiano!


Il neretto è mio

martedì 12 luglio 2011

Una lettera di Luchino Visconti

Il sito dedicato a Luchino Visconti è in vendita  e  mi sembra davvero triste.
Un'altra pietra miliare, non solo del nostro cinema e del nostro teatro, ma del nostro non lontano passato sta per essere demolita.

Tra gli scritti di Visconti che compaiono nel sito di cui sopra, ho, in questi mesi, continuato a leggere in particolare
Lettera di Visconti a Chaplin scritta su l'Unità il 18 dicembre 1952.


Signor Chaplin,
mi permetta di porgerle qui il benvenuto. A nome mio e dei lettori di questo giornale, a nome mio e dei milioni di operai, contadini, intellettuali democratici italiani che mi hanno pregato di dirle tutto il loro affetto, tutta la loro gratitudine per la poesia che lei ha donato agli uomini semplici del mondo, a qualunque latitudine essi vivano, a qualunque razza essi appartengano, purché amanti, come lei, della libertà e della dignità umana.

I lettori di questo giornale, signor Chaplin, la conoscono da molti anni, da prima ancora che una guerra sanguinosa, provocata dalla follia dei nuovi barbari, li costringesse a scendere nella lotta che i popoli d’ogni paese – e anche di quello ove lei vive, signor Chaplin, non vogliano dimenticarlo – hanno condotto contro i nemici dell’umanità. Allora i lavoratori italiani, gli antifascisti italiani, di qualunque fede politica o religiosa, seppero di averlo alleato, di averlo schierato dalla loro parte. E certo fu quello un aiuto, signor Claplin, che essi ebbero caro.

Da allora, quando, ricacciato il nemico al di là delle frontiere, riconquistata quella libertà per la quali molti dettero la vita, nelle carceri fasciste, sulle montagne, nei villaggi, nelle città, dovunque si poteva colpire l’assassino, da allora, signor Chaplin, gli operai, i contadini e tutti i democratici italiani hanno seguito con rinnovata ammirazione e commozione la sua opera; ed oggi lei è popolare come pochi artisti lo sono, è atteso come pochissimi altri artisti lo sarebbero. 


Forse, nelle nostre campagne, nel nostro sud – un sud, signor Chaplin, in tanto simile a quello del paese nel quale lei è vissuto per tanti anni – tra coloro che vivono ancora nelle grotte dell’appennino, i famosi «sassi» di Matera dei quali anche lei avrà sentito parlare, tra coloro che ignorano tutto della vita moderna, della vita civile, che non hanno neppure la possibilità di leggere un giornale c’è qualcuno che non lo ha mai visto, che non conosce la figura derelitta e commovente di Charlot, l’omino dalla bombetta e dal bastoncino flessibile.

Anche per questi uomini dimenticati, anche per tutti coloro che un ingiusto ordine sociale non consente entrino nella vita, godano dei diritti che con la nascita la creatura umana s’acquista; per tutti costoro mi permetta, signor Chaplin, di porgerle il benvenuto, di dirle la speranza e la fiducia che tutti gli umili, gli oppressi, gli uomini semplici hanno in lei e nella sua arte, nel significato della sua erte.

Essi vorrebbero certamente che lei sapesse con quanto sacrificio e con quanto dolore trascorrono i giorni non lieti della loro vita, ma anche con quanta decisione e con quanta fermezza essi combattono, istante per istante, per un avvenire migliore, più giusto e più dignitoso. 


Essi, che sanno come lei, signor Chaplin, sia sempre stato dalla loro parte, ogni volta che c’era da scegliere tra la giustizia e il quieto vivere, tra la libertà e l’oppressione, vorrebbero che io le esprimessi con le parole più appropriate il loro proposito di esserle ancora a fianco, tutte le volte che se ne porrà la necessità, in questa onesta battaglia; e come lei possa contare, concretamente contare, sulla più completa solidarietà, ove essa le occorresse.

Questo i lettori dell’Unità volevano, signor Chaplin, che io le dicessi. Ed io mi auguro di non essermi lasciato trascinare a dire nulla di meno o di diverso da quanto essi mi hanno chiesto. Per questo, a loro nome, mi permetto ancora di rivolgerle un fraterno saluto, nella speranza e con l’augurio che lei porti con sè un buon ricordo dell’Italia e degli italiani."


"L'Unità" 1952.

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