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domenica 26 agosto 2012

Chiudere un occhio



Ho trovato uno scritto di Chris Hedges che mi piace molto e che ripropongo in versione ridotta, ma citandone la fonte, per chi volesse leggere l’intero.


"Le società civili vedono quello che vogliono vedere. Da una miscela di fatti storici e fantastici, creano miti di identità nazionale. Ignorano i fatti spiacevoli che disturbano l'auto-esaltazione

Le culture che durano dedicano un spazio riservato a coloro che mettono in dubbio e sfidano i miti nazionali. 
Artisti, scrittori, poeti, attivisti, giornalisti, filosofi, ballerini, musicisti, attori, registi e ribelli devono essere tollerati se una cultura vuole evitare il disastro. 

I membri di questa classe artistico-culturale, che solitamente non sono benvenuti nelle stordenti aule accademiche dove trionfa la mediocrità, fungono da profeti. Sono allontanati o etichettati come sovversivi delle élite del potere, perché non condividono il narcisismo collettivo dell'autoesaltazione. Essi ci obbligano ad affrontare tesi mai prese in considerazione, quelle per cui andremmo verso la distruzione se non le affrontassimo. 

Essi ci presentano le élite governanti come false e corrotte. Essi manifestano l'insensatezza di un sistema basato sull'ideologia della crescita senza fine, dello sfruttamento continuo e della costante espansione. Ci ammoniscono del veleno del carrierismo e della futilità di ricercare la felicità accumulando benessere.


E se una cultura perde la capacità di pensiero ed espressione, se realmente mette a tacere le voci dissidenti, se si rinchiude in quello che Sigmund Freud chiamava "ricordi di copertura", un miscuglio rassicurante di fatti e finzione, allora quella cultura muore. 

Si arrende il suo meccanismo interno di blocco delle auto-illusioni. 

Dichiara guerra alla bellezza e alla verità. Abolisce il sacro. Trasforma l'educazione in un corso di formazione professionale. 
Ci rende ciechi. 

E questo è ciò che è avvenuto. Ci siamo persi in alto mare durante la tempesta. Non sappiamo dove ci troviamo. Non sappiamo dove stiamo andando. E non sappiamo cosa ci capiterà. 

Lo psicoanalista John Steiner chiama questo fenomeno "chiudere un occhio". Fa notare che spesso abbiamo la possibilità di avere conoscenze adeguate, ma poiché è spiacevole e sconcertante decidiamo inconsciamente, e spesso consciamente, di ignorarle.

La prova tangibile della decadenza nazionale - lo sgretolarsi delle infrastrutture, l'abbandono delle aziende e di altri posti di lavoro, le file di negozi distrutti, la chiusura di librerie, scuole, stazioni dei pompieri e uffici postali - che vediamo accadere sotto i nostri occhi, passano in realtà inosservati. Il rapido e terrificante deterioramento dell'ecosistema, provato dall'aumento delle temperature, dalle siccità, dalle alluvioni, dai raccolti distrutti, le perturbazioni anomale, lo scioglimento dei poli e l'aumento dei livello dei mari, vanno perfettamente d'accordo con il concetto di "chiudere un occhio" formulato da Steiner. 

Ed è qui il dilemma che dobbiamo affrontare come civiltà. Ci dirigiamo collettivamente verso l'autodistruzione. Il capitalismo commerciale, se lasciato a briglia sciolta, ci ucciderà. Ciò nonostante, rifiutiamo di vedere cosa ci accadrà, perché non possiamo pensare né ascoltare ancora quelli che pensano, per capire cosa ci aspetta.

Abbiamo creato meccanismi di intrattenimento che offuscano e mettono a tacere la verità nuda e cruda, dal cambiamento climatico al collasso della globalizzazione, alla schiavitù del potere commerciale, il che significa per noi autodistruzione. 
Se non possiamo fare nient'altro dobbiamo, come individui, alimentare il dialogo privato e la solitudine che sviluppano il pensiero. Meglio essere un emarginato, uno straniero nel proprio paese, piuttosto che emarginati da se stessi. Meglio vedere quello che ci accadrà e resistere, piuttosto che ritirarci nelle fantasie condivise da una nazione di ciechi.


L'incapacità di pensare, scrisse la Arendt, "non è una debolezza di molti cui manca la capacità cerebrale di farlo, bensì un possibilità eventuale per chiunque - scienziati, studenti e non si escludono altri specialisti in attività intellettive." 

domenica 12 agosto 2012

Società, individuo, emarginazione



Un tempo amavo leggere una rubrica di recensioni di film su Vertici.com, quando venivano scritte da Biagio Giordano.

Purtroppo non credo che Vertici esista ancora e di Biagio Giordano non ho più notizie.

Ho tuttavia conservato alcune sue recensioni.

Tra le tante, questa riferita a un film finlandese del 2006:


Le luci della sera


Uno dei migliori film di Kaurismaki. 
Il film è ambientato in una città industriale della Finlandia e ha per oggetto una storia di emarginazione. 
Koistinen è un guardiano notturno taciturno e sensibile. Fa il suo lavoro onestamente e cerca dei rapporti con le donne di tipo paritario, rifiutandosi di recitare ruoli virili che non sente o scene autoritarie che coprono le sue presunte debolezze.

Le donne non capiscono il suo comportamento e tendono a usare le sue apparenti fragilità in una direzione più speculativa che vada a proprio vantaggio. 

Le difficoltà di relazione con le donne di Koistinen sono sovente oggetto, da parte dei colleghi, di derisione e scherno volgare. La sua mancanza di autorità - degnamente sostituita da una disponibilità a discutere pacatamente i problemi che insorgono sul lavoro - viene scambiata da tutti per debolezza vile. 


Scena dal film

Koistinen in molte situazioni quotidiane viene anche maltrattato. E’ uno “straniero bianco”, scomodo e imbarazzante, un diverso paradossale perché appartiene alla sua gente tradizionale. 

Ma Koistinen è un falso debole, in realtà è forte, fortissimo perché rifiuta le logiche di sopraffazione dei colleghi e dei clan esterni del luogo, non vuole integrarsi con i “balordi normali” che incontra in varie situazioni e che fanno gruppo. Non desidera appartenere a quel genere di persone violente. 

Ha una sua sensibilità, un’autonomia dignitosa che non danneggia gli altri. Crede nella bellezza femminile ma paga lo scotto dell’inesperienza d’amore. Koistinen incontra ed entra in relazione con la donna sbagliata e non a caso, il suo essere fuori gioco eccita chi lo osserva dall’esterno. Qualcuno è pronto ad approfittare della situazione di emarginato in cui si trova. A usarlo con l’arma femminile per incastrarlo con più facilità. 

Kaurismaki con questo film mette sotto accusa la società finlandese, la sua incapacità a comprendere e a intervenire in certe situazioni di disagio sociale, il suo non ammettere eccezioni nei comportamenti di gruppo legati al lavoro, e infine il non saper valorizzare attraverso le istituzioni le diversità positive, anche quelle individuali. Una società che risulta impregnata di vili e pigri amministratori, di uomini scialbi, dediti soprattutto alla difesa del proprio interesse: peccaminoso e corrotto. 

Una società che sembra composta da amministratori bruti, egoisti, invidiosi, anch'essi malati e vittime dei meccanismi irrazionali che fanno funzionare male, lungo un aggravamento esponenziale, una collettività sempre più presa in una deriva di morte irreversibile. 

Una società, essa sì debole di fronte al potere di chi detiene i soldi sporchi e macchiati di sangue. 

Un film che fa del disagio e del brutto presenti nella periferia un motivo di disincantamento dal mondo opulento ed egoista della borghesia occidentale. 

Kaurismaki ripropone il problema del contrasto tra la felicità vissuta da pochi e le difficoltà stravolgenti l’animo umano dei più, legandolo a quell’assente sguardo sul “prossimo” che ci sta accanto. 

Un “prossimo” ignorato dai più anche se simile è il colore della pelle dell’altro che ci sta a fianco. 

Un razzismo nel razzismo, visti come metafore di appartenenze paradossali a un mondo cinico ed esclusivo, spesso impersonale, in cui l’apparire diventa essenza, pedina fondamentale, decisiva per acquisire quel rispetto, onore, carriera di cui poi solo in una difficile partita a scacchi si potranno decidere le espulsioni, il ritorno nel ghetto della vita umile. 

Ma il cosiddetto debole, seppur sconfitto e umiliato è lì, desideroso di continuare a vivere. 

Koistinen è ancora amato da qualcuno, ma solo finché è in una condizione di disperazione. I ricchi e alcune donne schiave del proprio istinto materno lo desidereranno ancora cogliendo in lui il rappresentante simbolico, specchio che rimanda l’immagine paurosa o terrificante della sfortuna. 

Il film non dà soluzioni, ma la sobrietà del filo narrativo e il verismo che lo pervade suscitano emozioni di vero insuperabili che coinvolgono diverse altre sfere psichiche e filosofiche: richiamandoci ad esempio a quell’essere per qualcuno che ci caratterizza come umani. 

Un essere inutilmente rimosso dalle necessità quotidiane. Sempre pronto a destarsi là dove qualcuno pone una questione umana disinteressata. 

Impossibile non vedere in questa preziosa opera di Kaurismaki anche il pessimismo di un mondo che sembra abbia rinunciato per sempre a cambiare e che racchiude una vita di attese, vane, a volte individuali e spesso di gruppo, all’insegna del morire giorno per giorno, inventando situazioni che si proiettano in un infinito spaziale altro, al di là di ogni contatto con il male vero, quello che può distruggere un sogno per un semplice contatto umano con il misero. 

Le luci della sera
Regia: Aki Kaurismaki
Con: Janne Hyytiainen, Maria Heiskanen, Maria Jarvenhelmi, Ilkka Koivula, Aarre Karen, Tommi Korpela, Juhani Niemela, Mati Onnismaa
Finlandia, 2006
Durata: 138'

Fonte: Vertici

venerdì 13 gennaio 2012

"Devi uscire un po' fuori dal tuo mondo"


"Devi uscire un po' fuori dal tuo mondo"


Si dice così, spesso e con un po' di arroganza e di imprudenza, a tutti coloro che vivono sulle nuvole, a chi sogna, a chi soffre, a chi è deluso, a chi si isola., a tutti quelli che si estraniano... a chi eccede...


Voi che invitate ad uscire, sempre, invitate invece al coraggio di osare, di mostrare quel mondo che vedete che è dentro alcuni e chiedete di portarlo sino alla vostra vista, di mostrarvelo. Voi che invitate ad uscire accorgetevi di quanto è ancora nascosto in voi.


Non invitate ad uscire dal proprio mondo chi, non si sa come, è riuscito a mantenerlo e sente ancora com'è essere diversi, chi ha nella creatività la propria vita. No per favore da quest'anno non invitate più a normalizzare gli eccessi della creazione ma invitate alla festa e... andate alla mostra dei silenzi.


E voi che portate un mondo dentro, per favore uscite con il vostro mondo... no, no, non uscite, vivete il vostro mondo, nutritelo, lasciatelo fiorire e vi accorgerete che quel mondo dentro è già fuori, che voi siete già usciti, rimanendo dentro. Siete coloro del mondo al di fuori del mondo. Questo 2012, anno di crisi, anno di scelte, di scoperte, ma soprattutto di attesa. Su questa lunga attesa sull'orlo di un precipizio, bisogna avere un pò di fretta di andarsi a prendere il 'proprio tempo' e di allungare quel tempo di attesa che è scoperta.


Vivete all'estremo le vostre attese, allungatele


Il tuo tempo è attesa e nell'attesa, c'è meraviglia, nell'attesa non si ha nulla da perdere, ma si è pronti al momento in cui ciò che è atteso arriverà e si fa ciò che si deve fare, senza ricette giuste. Nelle attese ci si sorprende e ogni passante diventa un evento (un attimo di scoperta), e tutto è importante e unico. L'attesa è preparazione. Nell'attesa la paura fa capolino, e nell'attendere la paura si dissolve alla nostra presenza.




"Rimaniamo nel mondo, nel nostro mondo, amiamolo, rimaniamo nelle nostre attese, riempiamole, non diamo pausa al vuoto, andiamone in cerca... "


Per favore scegliete di rimanere nel vostro mondo, di trovare lì le vostre risposte e di iniziare da lì le vostre scoperte. Scopritevi, scoprite il vostro mondo perché non avete nient'altro tra le mani. Siete già da sempre nel vostro mondo, e quello è il mondo che solo vi circonda, agite lì, da lì, e il mondo cambierà... l'alternativa è solo un compromesso. Scegliete i vostri sogni, ma non fateli solo vostri, per favore, allargateli a tutto il mondo, che è vostro eppure tocca i miei confini.


Fate dei vostri sogni la vostra estensione


Rimanete ben saldi alle domande che vi giungono di notte, ma ancora di più state attenti a cogliere le risposte. Ogni limite su cui urtate nel vostro mondo, è un limite del mondo che sta solo a voi mostrare, di cui voi soli potete svelare i contorni, e infine trovarne la porta e poi la serratura per guidare, per mano chi giunga da voi, oltre. Non entrate nel mondo degli altri, perché sapete sarebbe sempre del vostro mondo che si tratterebbe, solo un pò ristretto. Rimanete nel vostro mondo e conoscetevi lì, abbiate il coraggio di farlo: scopritelo, scopritene le prigioni e la libertà, i trucchi e le magie.


Rimaniamo nel mondo, nel nostro mondo, amiamolo, rimaniamo nelle nostre attese, riempiamole, non diamo pausa al vuoto, andiamone in cerca... svelarlo è rivelazione. Andiamo a caccia e festeggiamo ciò che abbiamo scoperto. Poi partiamo per altri mondi, dentro e fuori, e dal nostro porto... salpiamo."


Scritto da  Flaminia Ripani - 5 Gennaio 2012 su Il Cambiamento 
con il titolo "Alla mostra dei silenzi"

venerdì 8 luglio 2011

Camminare, Passo dopo Passo

Passo dopo passo  Camminare

Dalla questione ambientale alla cronicizzazione e all'aumento delle malattie... la soluzione a problemi complessi è spesso semplice. 

Camminare "oltre che un aiuto alle diverse forme di vita del pianeta di fronte alla drammatica situazione attuale è probabilmente anche la più grande medicina per il corpo, per la mente e per lo spirito".

di Valerio Pignatta - 8 Luglio 2011

camminare
Camminare è un'attività fisica, ma anche un'esperienza profondamente emozionale
- Mi può indicare il cammino da prendere per uscire da qui?
- Questo dipende in gran parte dal luogo dove vuole andare - rispose il Gatto.
- Non mi preoccupa granché il luogo... - disse Alice.
- In tal caso poco importa il cammino. - dichiarò il Gatto.
- ... Basta arrivare da qualche parte. - aggiunse Alice per spiegare.
- Oh! - disse il Gatto. - Puoi essere certa di arrivare se cammini per un tempo sufficientemente lungo
.
Lewis Carroll, da Alice nel paese delle meraviglie

 Due tra i più grandi problemi che l'umanità si trova ad affrontare oggi sono il cambiamento climatico, con conseguente perdita drammatica della biodiversità, e il crollo sistematico, a partire dalle società occidentali ma in rapida espansione in ogni tipo di comunità, della forza e capacità di difesa del sistema immunitario dell'organismo stesso con conseguente cronicizzazione e aumento di varie patologie come diabete, obesità, malattie cardiovascolari, cancro, artrite reumatoide ecc.
 Una delle cause tra le più determinanti di questa situazione va sicuramente rintracciata nel comportamento umano quotidiano, o perlomeno di buona parte dell'umanità. Questo comportamento (in rapida espansione anch'esso dall'Occidente al resto del mondo) prevede la focalizzazione del senso dell'esistenza sul ciclo produttivo e consumistico, l'esaurimento delle risorse del pianeta per il conseguimento di tale illusorio paradiso materiale e la degenerazione alimentare e dello stile di vita. 

In una sorta di 'maialitudine' progressiva andiamo alla ricerca dell'emozione perduta di appagamento e di serenità esistenziale che abbiamo barattato per un vassoio di pasticcini e un carrello di oggetti di plastica colorata con cui riempire le nostre case-loculo dove trasciniamo i nostri giorni tra un ipnotico divano-televisivo e un venefico frigorifero.

Come spesso accade in questa realtà, talvolta la soluzione di problemi complessi è semplice, anche se la difficoltà viene poi sempre dal riuscire a metterla in pratica superando i vincoli del piano materiale e i propri attaccamenti e convinzioni errate o indotte. Una delle possibili varianti di elevato livello tecnico-scientifico che potrebbe contribuire a un mondo e a degli individui più felici e leggeri per il pianeta è... camminare.

Se questo è vero e facilmente immaginabile dal punto di vista ecologico lo è ancor più dal punto di vista salutistico. 

Paul Higgins, professore dell'American Association for the Advancement of Science, ha ad esempio calcolato nel 2007 che se tutti gli statunitensi di età compresa tra i 10 e i 74 anni camminassero almeno mezz'ora al giorno si potrebbe avere un risparmio di emissioni USA di CO2 pari a 64 milioni di tonnellate. Con lo smaltimento abbinato di 1,5 miliardi di chili superflui... Che per un popolo sempre più obeso e acciaccato come gli statunitensi sarebbe un bel risultato, sia in termini medici che di risparmio economico per il servizio sanitario e di sofferenza per pazienti e familiari.
camminare
Ma camminare non implica solo questo. 
Camminare, oltre che un aiuto alle diverse forme di vita del pianeta di fronte alla drammatica situazione attuale è probabilmente anche la più grande medicina per il corpo, per la mente e per lo spirito.

Camminare è un'attività fisica, ma anche un'esperienza profondamente emozionale. 

In un certo senso è un ritorno alle origini. Uno dei pochi movimenti che possiamo ancora sperimentare rivivendo l'atavico nostro vagare sulle lande del pianeta a un ritmo a noi consono che lascia spazio al fluire dei pensieri e all'osservazione contemplativa. 

Anche quando il cammino non porta da nessuna parte, non è motivato da una meta, non perde di dignità e neanche di senso. 

Fare una passeggiata, ancora oggi, non ha bisogno di una spiegazione di utilità e questo, nel nostro mondo, ha del miracoloso. Credo infatti che il camminare sia una delle poche attività umane cui viene riconosciuto questo privilegio di nobiltà. Almeno sino ad ora. 

La proiezione nel prossimo futuro è ovviamente tragica.
Chi cammina in alcuni non-luoghi come nei pressi di tangenziali, centri commerciali, svincoli stradali ecc. è visto con diffidenza, con dubbio. 
Chi cammina è l'immigrato, il mendicante, il disturbato mentale, l'eccentrico. C'è sicuramente in atto un tentativo di ghettizzare il cammino e gli ultimi camminatori a determinati settori del territorio. 
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Il cammino che vive e che ti fa rivivere è quello alla ricerca di rarefazione: di case, di uomini, di pensieri, di segnali della 'civiltà' metropolitana. 

È un cammino che ricerca tempi e ritmi propri e rallentati, un cammino che mira in ultima analisi al ritrovamento atavico della libertà umana, alla reintegrazione con il movimento costante dell'assoluto.

Questo tipo di cammino ha solide basi storiche nel mondo spirituale. 
Come dice una studiosa del francescanesimo, Chiara Frugoni, i primi francescani si votavano a una vita di povertà e peregrinazione in assoluta consapevolezza nell'intento di divenire "spiritualmente immuni dalla sete di dominio e di possesso, dalla violenza, dai desideri diventati bisogni, dalle costrizioni della vita quotidiana. La povertà volontaria [era] libertà fisica - costringe[va] a camminare e camminare - ma soprattutto libertà mentale: permette[va] di ascoltare davvero le parole del Vangelo, di amare senza riserve.
piedi
Camminare ci riporta alle radici della nostra esperienza sulla terra
Camminare ci riporta alle radici della nostra esperienza sulla terra. Come diceva Bruce Chatwin, l'uomo, quando ha smesso di camminare, ha manomesso la chimica del cervello umano. Se la nostra irrequietezza è solo il frutto del mancato soddisfacimento del bisogno biologico di camminare è ovvio che rimanendo sostanzialmente stanziali (anche chi viaggia molto in aereo è in questo senso più o meno 'stanziale'; ossia vaga da una poltrona, di casa o d'ufficio, all'altra, d'aereo) entriamo in uno stato di sofferenza e stress. Questa, secondo Chatwin, è la motivazione per cui gli stanziali hanno talvolta identificato Dio con il vino, l'hashish o un fungo allucinogeno. Le droghe in pratica sono veicoli illusori per chi ha rimosso l'attività del camminare nel mondo reale.

Infatti, David Le Breton, uno degli studiosi che più ha centrato il 
senso di questo movimento psicocorporeo sottolinea che: 

“Camminare significa aprirsi al mondo. L’atto del camminare riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione dei sensi. È un’esperienza che talvolta ci muta, rendendoci più inclini a godere del tempo che non a sottometterci alla fretta che governa la vita degli uomini del nostro tempo"

Uomini e donne che hanno sempre più difficoltà a trovare tempo per se stessi. A stare semplicemente con se stessi, a guardare un bosco, a realizzare di non essere necessari e allo stesso tempo unici. Camminare (senza uso di strumenti tecnologici, come il telefono cellulare, che ci strappano al nostro presente) è probabilmente uno dei metodi più potenti in grado di armonizzare mente, corpo e spirito, sempre più dislocati su piani diversi e non comunicanti tra loro.
 Il tentativo di ritrovare un'unione integrale dell'essere anche se di pochi sfuggevoli istanti passa attraverso questa semplice attività alla portata di quasi tutti noi.
E nei tratti di cammino che viene effettuato in silenzio credo si possa ascoltare proprio tutto, anche la coscienza che sussurra. Nel silenzio ci sono tutte le parole e intere lingue. Il linguaggio del passo è come quello degli occhi: comunica senza dire. E quella comunicazione richiede il nostro ascolto.
cammino
Camminare ti obbliga ad abbracciare un'ottica di eliminazione del superfluo e ad entrare più direttamente nel cuore delle cose
Camminare ti obbliga poi anche ad abbracciare un'ottica di eliminazione del superfluo (che non puoi portare con te a lungo) e ad entrare più direttamente nel cuore delle cose. Non è la vita vista attraverso lo 'schermo' del finestrino dell'auto o del treno (o della tv) ma ci sei proprio dentro, allo stesso livello del terreno, lo calpesti, lo senti, senti gli odori, il vento, i piccoli rumori della natura, vedi il passaggio delle nubi nel cielo, quello stesso cielo che stai attraversando con il tuo corpo.
Non stai fuggendo veloce, come nel fine settimana verso il mare. Stai appropriandoti senza possederlo del mondo in cui sei immerso. Puoi respirarlo letteralmente e ascoltare il tuo respiro che ti comunica che sei vivo, in movimento attraverso l'esistenza. E sei leggero, non invadi, non distruggi, non uccidi, non inquini. Un amico di tutte le creature. Non investirai mai un riccio o un tasso. Al limite incontrerai caprioli e volpi e vi starete a guardare alcuni eterni secondi di reciproca comprensione.
In quel momento c'è lo scollamento dalla pesante consapevolezza della condizione umana. Lì accade il miracolo della presenza nell'attimo e si diviene leggeri. Non c'è più l'angoscia latente dello sforzo di comprendere il mondo ostile che ci circonda perché, come ha colto ancora Le Breton, “camminare riduce l'immensità del mondo alle dimensioni del corpo”.
È una scoperta che può essere inebriante per chi non vi è abituato ma che in ogni caso ogni volta si rinnova perché “camminare è un metodo per calarsi nel mondo, per compenetrarsi della natura, per mettersi in contatto con un universo che rimane inaccessibile alle normali modalità di conoscenza e di percezione. Con il proseguire del cammino, il viaggiatore allarga lo sguardo sul mondo, immerge il suo corpo in una nuova condizione.
camminare
“Camminare è un metodo per calarsi nel mondo, per compenetrarsi della natura"

E questa nuova condizione ha varie sfaccettature, alcune delle quali sorprendenti.
Un giornalista francese in pensione, Bernard Ollivier, che ha effettuato vari lunghi viaggi e peregrinazioni a piedi sino in Asia ha dato vita nel 2000 alla Fondazione Seuil  che si occupa di aiutare i giovani carcerati a ritrovare un proprio equilibrio e a ricominciare su altre basi attraverso l'esperienza di un lungo cammino a piedi di un paio di migliaia di chilometri di sentieri e strade europee, zaino in spalla.
Due giovani alla volta accompagnati da un operatore volontario trascorrono in questo modo alcuni mesi in piena libertà attraverso paesi e campagne sconosciute alla ricerca di valori e riflessioni prima inesplorate. Il training è stato riconosciuto dai giudici francesi come valida alternativa al carcere per i giovani di età compresa tra i sedici e i diciotto anni.
Camminare quindi è un'attività che di per sé agisce sul valore morale dell'individuo.
Per camminare occorre abbassarsi al livello degli altri uomini e animali e scrollarsi di dosso eventuali sentimenti di superbia o di odio che spingono a guardare dall'alto al basso chi ti sta intorno, specie se sei partito svantaggiato in questa esistenza come accade per tanti di questi ragazzi. E anche questo è un meccanismo psicologico antico come l'uomo: "[...] perché è invariata nei millenni l'aspirazione a servirsi il meno possibile delle gambe: c'è una rivincita atavica e archetipica nei confronti delle divinità arroganti, alla fonte di tanto odio per il camminare. Non soltanto per ragioni pratiche, per accorciare le distanze, per viaggiare più comodi.
Spostarsi a cavallo e in groppa ad altri animali, poi in carrozze o baldacchini, conferiva una posizione più elevata, pur se effimera, ai vecchi, agli ammalati e financo alle partorienti, pur sempre di nobile lignaggio. Consolidò status symbol, alimentò invidie ed efferatezze, se qualcuno fu persino disposto - come sappiamo - a barattare il suo regno per un destriero. I pochi santi che in seguito decisero di abbandonare ogni ricchezza, non per nulla, con un gesto esemplare immortalato in tante immagini, scesero dalle loro cavalcature. Si incamminarono... ".
E per tutti questi e altri motivi è giunto quindi il tempo di incamminarsi.
"Per chi cammina, la coscienza della propria vulnerabilità è un incentivo alla prudenza e alla disponibilità verso gli altri, invece che alla conquista e al disprezzo". 
Oggi il disprezzo nei confronti del pianeta e dei nostri simili più sfortunati ha raggiunto un limite insopportabile. E il nostro spirito è diviso. In un unico semplice gesto possiamo contribuire a migliorare il nostro destino, sia collettivo che individuale.

 Per le Note bibliografiche, rimando al link Su Il Cambiamento


Camminare

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